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Storia
della moneta e del controllo monetario fino ad oggi
(tratto
dal libro ” l’Uomo libero ” di Consoli Mario)
29/9/2005
Senza
dover ripercorrere la storia della moneta sin dall’antichità,
ci concentriamo sugli eventi più importanti che hanno
determinato nel tempo la situazione in cui ci troviamo oggi: il
controllo mondiale della moneta da parte di poche famiglie che
possiedono o controllano banche, imprese multinazionali, mass
media, ecc. Tanto per citarne alcune: i Rothschild, i
Paterson, i Morgan, i Rockefeller, i Warburg.
Nel
1694, regnante Guglielmo III d'Orange, un gruppo di finanzieri
capeggiati da William Paterson prestarono un milione e
duecentomila sterline al governo inglese al tasso d'interesse
dell'8 per cento annuo. Il re, per ottenere il prestito,
concesse alla Banca di Paterson l'autorizzazione a stampare
cartamoneta — allora chiamata “nota di banca” — per un
importo equivalente alla somma prestata. La Banca si trovò
quindi — oltre ad essere proprietaria di un capitale sul quale
percepiva gli interessi — a disporre di una massa monetaria
fittizia — non corrispondente a nessuna ricchezza reale —
con la quale poteva intraprendere fruttuose operazioni
finanziarie o concedere prestiti sui quali percepire altri
interessi.
Per
il governo inglese, che rinunciò a battere cartamoneta in
proprio — il che sarebbe stato più semplice ed economicamente
meno pericoloso —, cominciò la lunga e mai terminata sequela
di interessi da versare alla Banca, e nell'economia inglese si
consentì la circolazione di denaro inventato col quale
illegittimamente si promuovevano speculazioni finanziarie.
Purtroppo
l'esempio inglese, nei secoli successivi, fu seguito da pressoché
tutti i governi del mondo, permettendo di giungere all'attuale
situazione, dove nessun popolo è proprietario della moneta che
utilizza e tutti sono debitori delle Banche private che battono
moneta.
Le
Banche, nel momento stesso della loro nascita, hanno iniziato a
creare moneta fittizia — pensiamo all'immensa massa di denaro
virtuale oggi circolante nel mondo — dando vita a una
colossale truffa ai danni dei popoli. Non bisogna mai
dimenticare infatti che il prezzo che gli uomini debbono pagare
per l'utilizzo di una cartamoneta “irreale”, creata dal
nulla, è il lavoro, la produzione, beni mobili ed immobili, cioè
ricchezza “reale”.
Quando
le Banche iniziarono a conservare entro depositi blindati i
valori dei cittadini che, per motivi di sicurezza, preferivano
delegare loro questa incombenza, consentirono anche, agli stessi
cittadini, di compilare dei “buoni di cessione” di questi
preziosi per utilizzarli come forma di pagamento. Si tratta dei
capostipiti del moderno assegno.
Il
banchiere notò che la tendenza di chi depositava era rivolta più
al risparmio che all'utilizzo a breve dei beni: solo il 10 per
cento veniva movimentato. Egli dunque pensò bene che non
avrebbe rischiato molto creando, a proprio uso, ricevute di
pagamento per un importo pari al 90 per cento dei valori
depositati presso la sua Banca. E queste ricevute furono da
subito utilizzate per concedere prestiti ad interesse e
partecipare a fruttuose attività finanziarie.
Oggi
siamo andati molto più in là; il denaro, che l'antico
banchiere aveva illegittimamente creato — non essendo lui il
proprietario dei beni depositati — era pur sempre garantito da
beni esistenti; ora viene semplicemente stampato “ex
nihilo”, senza nessuna garanzia e senza nessun limite, e in più
si è aggiunto il denaro virtuale, elettronico. La massa di
moneta, nelle sue varie forme, attualmente circolante nel mondo
ed utilizzata per speculazioni di ogni tipo, è 60 volte
superiore a quella usata per lo scambio delle merci.
Un'altra
considerazione ci sembra degna di nota: se il popolo fosse il
vero proprietario della moneta, questa, al momento del suo
conio, dovrebbe essere attribuita allo Stato e non, come oggi
avviene, messa a suo debito. E, per di più, il valore monetario
nasce dal fatto che il popolo accetta e usa il denaro e non
perché qualcuno ha pensato bene di stamparlo. Se lo stesso
banchiere avesse emesso pari banconote in un'isola deserta,
quale valore potrebbero avere?
Ciononostante,
le Banche centrali, che sono banche private, creano moneta
addebitandola al popolo e, truffa per truffa, la pongono a
bilancio sotto la voce “passivo”. Nonostante l'unica spesa
sostenuta sia il costo della carta, dell'inchiostro e della
stampa. Quindi le banche sui colossali proventi da signoraggio
sulla moneta non ci pagano neanche un centesimo di tasse e perciò
sono i più grandi evasori fiscali.
E
la moneta viene prestata allo Stato e agli Istituti bancari che,
su tali operazioni, dovranno pagare interessi.
Questa
trafila è ormai così consolidata che nessuno si pone quesiti
sulla sua ineluttabilità.
Pur
tuttavia qualcosa di segno opposto è già avvenuto e continua
ad avvenire ancora oggi. Lo Stato in effetti conia, presso la
sua Zecca, le monete metalliche — per importi assai limitati
in confronto a quelli del cartaceo — ed in passato furono
stampate in Italia banconote da 500 lire come “Biglietto di
Stato a corso legale”. I cittadini non hanno certo rilevato un
fatto del genere, così come non se ne rendono conto per ciò
che riguarda le monetine che oggi, nell'era dell'Euro, vengono
coniate dai singoli Stati, seppure per importi rigidamente
determinati dalla Banca Centrale Europea. Siamo cioè arrivati
al colmo: ora è lo Stato a dover chiedere al potere bancario
l'autorizzazione a battere moneta, peraltro per importi
piccolissimi — gli spiccioli appunto —, e non l'inverso,
come avveniva nel 1694 in Inghilterra, quando iniziò il lungo
percorso della grande truffa monetaria.
Per
quale motivo dunque lo Stato, non potrebbe stampare anche la
cartamoneta, sottraendo così questa prerogativa alle Banche
private? In tal modo si affermerebbe il diritto alla sovranità
monetaria, fondamentale per la libertà di un popolo così come
quella territoriale, quella militare e quella politica.
Thomas
Jefferson, presidente americano dal 1801 al 1808, a tale
proposito ebbe a dire: «Credo che per le nostre libertà le
istituzioni bancarie siano più pericolose degli eserciti
nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi in
un'aristocrazia del denaro che sfida il governo. La facoltà di
emettere moneta dovrebbe essere loro strappata e restituita al
popolo, al quale giustamente appartiene. In realtà, il potere
di produrre moneta dovrebbe essere riservato soltanto allo
Stato, che provvederebbe a metterla in circolazione a seconda
delle necessità».
Stretti
dalla morsa del ricatto bancario, i governi sono costretti
invece a pagare cifre di interessi tali da incidere pesantemente
sul bilancio delle proprie nazioni. Le tasse che i cittadini
debbono versare, invece di finanziare opere pubbliche, servono a
coprire anche questi interessi. Per le strade, gli acquedotti,
gli ospedali e tutte le altre strutture necessarie alla
collettività, lo Stato è dunque costretto a chiedere nuovi
prestiti, sui quali tutti dovremo pagare il balzello riservato
ai banchieri.
Si
tratta di una situazione assurda e solo apparentemente
inevitabile: basterebbe che lo Stato tornasse a battere moneta e
tutto sarebbe risolto. Parecchi hanno intravisto la possibilità
di questa soluzione, ma sinora nessuno è riuscito a diffondere
questa idea, in modo tale da creare una coscienza collettiva,
necessaria per una radicale ribellione, né alcun politico è
riuscito ad attivare provvedimenti alternativi senza scontrarsi
— rovinosamente — con i poteri forti che governano il mondo.
Due
presidenti statunitensi, per altri versi assai discussi,
tentarono un'inversione di marcia.
Abraham
Lincon fece stampare dei “Biglietti degli Stati Uniti” —
chiamati, per il loro colore, “greenbacks” — su cui non
gravavano interessi da pagare alle banche. Tutti sanno che nel
1865 Lincon fu ucciso; qualche storico induce a collegare la
persona dell'assassino, John Wilkes Booth, con casa Rothschild.
John
F. Kennedy tentò un provvedimento analogo — alcune banconote
prive di interesse stampate allora sono ancora in circolazione
—, ma l'iniziativa non ebbe molta durata per quel che avvenne
a Dallas nel 1963.
Il
4 giugno 1963, venne fatto un piccolo tentativo per togliere
alla Federal
Reserve Bank
il suo potere di prestare la moneta al governo
facendosi pagare un interesse. In quel giorno, il presidente
John Fitzgerald Kennedy firmò l'ordine esecutivo numero 11110
che ripristinava al governo USA il potere di emettere moneta
senza passare attraverso la Federal Reserve. L'ordine di Kennedy
dava al Ministero del Tesoro il potere "di emettere
certificati sull'argento contro qualsiasi riserva d'argento,
argento o dollari d'argento normali che erano nel Tesoro".
In
tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi
di dollari. Le conseguenze di questa legge furono enormi. Con un
colpo di penna, Kennedy stava per mettere fuori gioco la Federal
Reserve Bank di New York. Se fosse entrata in circolazione una
quantità sufficiente di questi certificati basati sull'argento,
questa avrebbe eliminato la domanda di banconote della Federal
Reserve.
Dopo
che Kennedy fu assassinato, dopo appena cinque mesi, non vennero
più emessi certificati garantiti da argento.
Virtualmente,
tutti i seimila miliardi di dollari di debito sono stati creati
a partire dal 1963. Se un presidente statunitense avesse
utilizzato l'ordine esecutivo numero 11110, il debito non
sarebbe assolutamente ai livelli correnti. Forse l'assassinio di
JFK fu un avvertimento ai futuri presidenti che avessero pensato
di estinguere il debito eliminando il controllo che la Federal
Reserve esercita sull'emissione monetaria. Kennedy aveva sfidato
il governo monetario attaccando i due sistemi che sono sempre
stati usati per aumentare il debito: la guerra e la creazione
della moneta da parte di una banca centrale privata. I suoi
sforzi per far uscire dal Vietnam le truppe americane entro il
1965 e l'Ordine Esecutivo 11110 avrebbero seriamente sminuito
i profitti ed il controllo esercitato dal sistema bancario di
New York.
Il
problema inerente la natura delle Banche centrali non è tanto
quello della quantificazione degli utili e della loro
distribuzione — peraltro in alcune nazioni, per attutire gli
effetti dell'increscioso balzello monetario, è stata prevista
una restituzione allo Stato di una percentuale del signoraggio
—, quanto il potere esercitato sulla politica monetaria e su
tutta l'economia nazionale in conseguenza delle prerogative
proprie di un Istituto di emissione: stabilire il tasso di
sconto, la politica monetaria e del credito, la concessione dei
mutui, ecc.; prerogative della sfera politica, nel caso di un
Istituto di Stato, ma che sono invece riferibili, nel caso di
Istituti privati, a interessi di centri economici e finanziari,
per di più quasi sempre non nazionali.
Le
Banche di emissione sono dunque Istituti dello Stato o privati?
In
Italia, nel 1874, fu promulgata, per la prima volta dalla
nascita del Regno, una legge bancaria, per porre un freno alle
emissioni di cartamoneta e regolamentare la concorrenza tra le
banche che stampavano denaro. Le Banche autorizzate a emettere
cartamoneta erano infatti ben sei: la Banca Nazionale del Regno
d'Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di
Credito, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di
Sicilia. Con tale legge, inoltre, si stabiliva che le variazioni
del tasso di sconto dovevano essere autorizzate dal Ministero
delle Finanze.
Con
la successiva legge del 1893, promulgata a seguito del clamoroso
fallimento della Banca Romana, i quattro istituti dell'Italia
centro-settentrionale vennero fusi, dando vita alla Banca
d'Italia, e rimasero ancora attivi il Banco di Napoli e il Banco
di Sicilia, ma con ruoli di emissione più limitati.
Bisogna
arrivare agli anni 1926-27 per vedere attribuito il diritto di
battere moneta solo alla Banca d'Italia, che diventa così Banca
centrale.
La
sua natura — definita e regolamentata nello Statuto approvato
con regio decreto solo nel 1936 — fu definita come quella di
un “Istituto di Diritto Pubblico”, ma la sua struttura e la
sua proprietà rimasero quelle che erano: quelle di una Società
anonima, trasformata successivamente in Società per azioni.
Il
Governatore assunse da subito un ruolo assai rilevante, non solo
per l'amministrazione monetaria, ma anche per l'intera vita
economica della Nazione. Lo Statuto stabilì la non revocabilità
del Governatore da parte del potere politico, attribuendo questa
facoltà solo al Consiglio superiore della Banca d'Italia,
organo tecnico ed estremamente frammentato, quindi difficilmente
condizionabile.
Nel
1926, mentre si stava discutendo sull'assetto da dare alla Banca
di emissione italiana, le pressioni per garantirne la
sostanziale autonomia e l'inamovibilità del Governatore furono
notevoli. Benjamin Strong, Governatore della Federal Reserve
Bank di New York intervenne direttamente su Mussolini per
ottenere garanzie sull'indipendenza della Banca d'Italia e sulla
permanenza di Bonaldo Stringher al posto di suo Governatore,
mettendo sul piatto della bilancia l'appoggio della Federal
Reserve e della Banca d'Inghilterra alla stabilizzazione della
moneta italiana.
I
cedimenti in campo monetario — pur se compiuti nel tentativo
di ottenere momentanei benefici — sono sempre anticipatori di
ulteriori e più gravi concessioni. Infatti, nonostante numerose
correnti del Fascismo spingessero verso la nazionalizzazione
della Banca centrale, il decreto del 1936 si limitò a
sostituire i vecchio azionisti con un consorzio di Enti e
Banche, con prevalenza delle Casse di risparmio. La Banca
d'Italia rimaneva dunque una Banca privata.
La
sua proprietà, nel corso degli anni, non è sostanzialmente
cambiata: la proprietà della Banca d'Italia non è mai stata
dello Stato, cioè del popolo, ma delle banche.
E
la storia dell'autonomia della Banca d'Italia è, sino ad oggi,
una sequenza di tappe sempre più significative, tutte
indirizzate ad aumentarne il distacco dallo Stato.
Nel
1981 — quando era ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e
Governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi — si
giunse a sancire il diritto della Banca a non sottoscrivere —
sia parzialmente che “in toto” — i titoli di Stato; un
divorzio sempre più definitivo che dimostrava, senza alcun
dubbio, chi deteneva il bandolo della politica monetaria
italiana e in quale conto era tenuta l'autorità politica.
Nel
1992 cadde anche la residua possibilità da parte dello Stato di
controllare il tasso di sconto: il potere di modificarlo, antico
appannaggio del Governo, era stato nel corso dei decenni
attribuito al Governatore della Banca d'Italia, che doveva però
agire “in concerto” con il ministro del Tesoro.
L'ex
Governatore Guido Carli, nei panni di titolare del dicastero
economico, il 7 febbraio 1992 fece approvare dal Parlamento
l'assoluta autonomia dell'Istituto di emissione in materia di
tasso di sconto.
Si
tratta di una questione chiave: il debitore riconosce al
creditore la facoltà di fissare unilateralmente le regole del
prestito. Regole che poi saranno applicate a tutta l'economia
nazionale. Che senso possono avere, a questo punto, le scelte
elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, potrà avere
il controllo delle leve economiche del credito? Quale
politica di sviluppo può essere programmata da un governo che
non sa quanto costerà il denaro?
Così,
anche l'ultimo residuo di cordone ombelicale tra Banca centrale
e potere politico era stato definitivamente reciso.
Non
solo. Con il passare dei decenni i personaggi del mondo
monetario, non contenti dell'assoluta autonomia conquistata, si
sono proposti in maniera sempre più arrogante come controllori
e spesso addirittura gestori del mondo politico.
Nel
1945 l'allora Governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi
cumulò la sua alta carica monetaria con quelle di
vicepresidente del Consiglio e di ministro del Bilancio. Nel
1948 Einaudi divenne presidente della Repubblica.
Da
allora i casi del genere sono stati molteplici e in un crescendo
preoccupante: Carli, già Governatore, divenne ministro del
Tesoro; Ciampi, dopo essere stato Governatore, è divenuto
ministro, poi presidente del Consiglio e infine è approdato al
Quirinale; Lamberto Dini, direttore generale della Banca
d'Italia, è divenuto ministro e poi Premier; Antonio Maccanico,
già presidente di Mediobanca, è divenuto ministro e
consigliere del presidente della Repubblica. C'è anche da
ricordare la carriera politica di Giuliano Amato — assiduo
frequentatore degli ambienti finanziari americani —, più
volte ministro e primo ministro, e di Romano Prodi, passato
dall'incarico di consulente della Banca Goldmann & Sachs
alla poltrona di Palazzo Chigi e successivamente a quella di
presidente del Consiglio europeo.
Si
tratta di scalate politiche quasi mai scaturite da consultazioni
elettorali, ma frutto di alchimie di potere operate in assoluto
dispregio del consenso popolare. Bella democrazia!
Con
l'avvento dell'Euro e della Banca Centrale Europea le cose sono
peggiorate. Le autonomie godute dal mondo bancario si sono
rafforzate e la lontananza delle sedi dove si decide e si
comanda hanno infittito l'atmosfera di sospetto e di mistero sul
mondo monetario ed economico.
È
un problema di casta. Le cariche che contano vengono spartite
rigorosamente tra di loro, tra gli intoccabili delle Banche
centrali nazionali; le cariche della BCE, che sono di spettanza
dei Governi, per statuto, devono essere attribuite a «persone
di riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore
monetario o bancario».
Mentre
gli uomini delle banche continuano sistematicamente ad occupare
gli scranni dei politici, a nessun politico è concesso di
entrare nei blindatissimi palazzi del denaro.
Non
vi è ministro, né presidente del Consiglio, né presidente
della Repubblica o monarca ad avere il potere, l'insindacabilità
e la durata della carica che hanno a disposizione un presidente
e un dirigente della Banca Centrale Europea. La BCE dà
“indicazioni” vincolanti ai governi, stabilisce tassi e
politica monetaria e nessun potere politico può interferire.
E
il popolo? Sempre più lontano, sempre più sottomesso. Bella
democrazia!
Analoga
la storia delle altre Banche centrali negli altri paesi d'Europa
e del mondo.
La
più autonoma, la più indipendente, la più spudoratamente
privata è indubbiamente la Federal Reserve americana. La sua
proprietà è inoltre tenuta scrupolosamente segreta, come
segrete sono le riunioni della sua dirigenza. Palese è invece
il suo potere, beffardo ed efficace, negli USA e nel mondo.
Scrisse
Gertrude Coogan: «La legge sulla Federal Reserve fu un grave
errore. Essa consegnò ai banchieri internazionali il controllo
assoluto sul sistema bancario americano e, di conseguenza, su
ogni attività economica».
Persino
nei regimi comunisti, in smaccata contraddizione con i dettami
ideologici marxisti, le Banche di emissione finirono in mano ai
banchieri internazionali. Nel 1937 la Gosbank, l'Istituto di
emissione sovietico, fu privatizzato, e nel Consiglio di
amministrazione fu accolto il plurimiliardario ebreo americano
Armand Hammer.
Ci
fu una sola nazione, nel XX secolo, che osò nazionalizzare la
propria Banca di emissione, riconoscendo allo Stato e quindi al
popolo la proprietà della moneta: la Germania
nazionalsocialista.
Riflettendo
sull'accanimento criminalizzante riservato a Hitler ed ai suoi
seguaci e sulla nazionalizzazione della Reichsbank, forse si
potrebbero formulare spiegazioni inconsuete e illuminanti
sull'intera storia del secolo appena trascorso.
Le
Banche centrali, quelle cioè che stampano la cartamoneta dei
vari paesi del mondo, dunque sono private e i proprietari sono
in maggioranza le altre Banche e i grandi finanzieri
internazionali.
Ma
allora, se il mondo della politica, se i governi, i capi di
Stato, i ministri del Tesoro e dell'economia non hanno più voce
in capitolo sui tassi di sconto, sulle strategie monetarie,
sulle condizioni dei prestiti, sui finanziamenti internazionali,
sui cambi, sulle Borse, chi coordina tutto questo complesso
mondo di numeri, di previsioni economiche, di interventi piccoli
e grandi destinati a influire in maniera determinante sulla vita
di tutti i popoli?
Chi
prende le decisioni? Chi comanda?
C'è
chi afferma che sarebbe il sistema stesso, nel suo complesso
groviglio di interessi e di meccanismi automatici, ad
auto-governarsi, a funzionare come una enorme macchina avviata
così bene da non aver più bisogno di progettisti e
macchinisti. Non ci sarebbe nessuno dunque a comandare. Tutto
avverrebbe così, naturalmente, ineluttabilmente, come in un
Eden illuminato dallo splendore del dio denaro.
Ma
si tratta di un'analisi che sa di malafede. Se le cose andassero
così come vanno in modo automatico, se non ci fosse nessuno a
decidere e comandare, non avrebbe senso cercare i responsabili.
A nessuno potrebbe essere imputata la colpa delle crisi
economiche, dei crolli monetari, dello sfruttamento delle
risorse o del lavoro, e della fame nel mondo. Certo si tratta di
una spiegazione eccessivamente comoda e assai difficile da
accettare.
Sarà
opportuno allora indagare, osservare più da vicino il mondo
delle Banche centrali e cercare di individuare il momento e la
sede dove queste si incontrano e decidono.
Sì,
perché decidono davvero! E gli effetti di tali decisioni sono
davanti agli occhi di tutti.
E
allora, informandosi, si viene a sapere che a Basilea, in
Banhofplatz al n. 2, ha sede la Banca del Regolamenti
Internazionali, la BRI (o BIS, Bank for International
Settlements), fondata nel 1930, dove si riuniscono, ogni mese, i
dirigenti di tutte le Banche centrali del mondo. Proprietarie
della BRI sono infatti tutte le Banche centrali del mondo, ma in
proporzioni assai differenti tra di loro. Il 25 per cento delle
azioni sono della Federal Reserve USA, il 15 per cento della
Banca d'Inghilterra e il rimanente 60 per cento è distribuito,
con quote minime, tra tutti gli altri. Un 60 per cento talmente
frammentato da rendere impossibile una qualsiasi aggregazione
percentualmente significativa.
La
Federal Reserve, col suo 25 per cento di proprietà e con la
costante, servile disponibilità della Banca d'Inghilterra, ha
facile mano nel determinare il bello e il cattivo tempo.
Nell'ambito
della BRI le Banche centrali dei paesi più industrializzati del
mondo — Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito,
Italia, Canada, Olanda, Belgio, Svezia e Svizzera — hanno
istituito appositi comitati di vigilanza internazionale: il CBVB,
Comitato di Basilea sulla Vigilanza Bancaria; il CSPR, Comitato
sui Sistemi di Pagamento e Regolamento; e il CSFG, Comitato sul
Sistema Finanziario Globale.
Le
nomine dei Governatori delle Banche centrali delle varie nazioni
del mondo, prima di giungere alla ratifica dei rispettivi
Governi, dove ciò è ancora previsto, devono essere approvate
dalla BRI; se a Basilea non sono d'accordo, tutto viene rimesso
in gioco, si vagliano altre candidature, più gradite ai signori
della Banhofplatz, fino ad individuare l'uomo adatto a gestire,
a livello nazionale, le decisioni che vengono assunte lassù,
nell'Olimpo dei potentissimi, dei Morgan, dei Rockefeller, dei
Warburg, dei Rothschild.
Certo,
perché, nonostante i proprietari della Federal Reserve siano
tenuti segreti e segrete le loro riunioni, si sa per certo che
tra di loro ci sono anche questi uomini e che le loro quote
pesano molto. Nomi che compaiono da secoli nella storia del
denaro e, soprattutto, nella scalata che il potere finanziario
internazionale ha fatto ai danni del potere politico.
Quindi
chi comanda il mondo del denaro, cioè il mondo dell'economia,
cioè il mondo “tout court”, esiste davvero.
In
quelle riunioni mensili vengono affrontate tutte le questioni di
ogni paese, vengono decisi i tassi di sconto, i beneficiari dei
prestiti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario
Internazionale, quali governi devono essere aiutati, facilitati,
finanziati, quali monete devono decollare e quali svalutarsi,
quali movimenti rivoluzionari devono essere armati e quali
riforme devono essere sponsorizzate. Sì, perché chi ha il
potere di decidere la politica monetaria può influire, in
maniera determinante, su ogni cosa.
Certamente,
nei sontuosi saloni della BRI, si è molto discusso, e deciso,
prima che venissero firmati gli accordi di Bretton Woods nel
1944, con i quali fu stabilito, tra l'altro, che il dollaro
dovesse essere assunto come moneta per gli scambi
internazionali. Certamente, negli uffici della Banhofplatz al n.
2, si è molto discusso, e deciso, prima che il presidente USA
Richard Nixon, nell'agosto del 1971, annunciasse al mondo
l'inconvertibilità del dollaro in oro (sino ad allora per 35
dollari doveva esistere la garanzia di un'oncia d'oro).
Certamente a Basilea si è molto discusso, e deciso, prima che
la pubblica opinione del mondo venisse a conoscenza della
Perestrojka, del Trattato di Maastricht, dell'Euro, della guerra
all'Iraq, della guerra nei Balcani, della guerra
all'Afghanistan. E, probabilmente, si è parlato anche di
attentati, di grattacieli e di tante altre cose.
Orbene,
nessuno, assolutamente nessuno di questi signori che si
riuniscono, discutono e decidono al numero 2 di Banhofplatz di
Basilea, è mai stato candidato in nessuna lista di nessun
partito, è mai stato eletto da nessun elettore di nessun popolo
del mondo.
È
dunque questa la democrazia?
Controllori
senza controlli
Mark
Alonzo Hanna, consulente del presidente USA William McKinley e
mitica figura di organizzatore di campagne elettorali, citato
anche da Bush jr., ebbe ad affermare nel 1896: «Per vincere
occorrono due cose. La prima è avere molti soldi... La seconda
non me la ricordo».
Ed
è per questo che la scalata dei signori del denaro non è
iniziata all'interno dell'area politica o delle istituzioni
rappresentative delle singole nazioni. Si è sviluppata dove i
soldi si fabbricano, all'interno delle Banche centrali,
affiancandone l'attività con una miriade di istituzioni
internazionali, enti, fondazioni, banche di credito e d'affari
tutte rigidamente dirette o controllate tra loro. Una ragnatela
così ampia e articolata da consentire il progressivo
condizionamento planetario di tutte le attività. Ecco qui un
elenco delle più importanti:
La
Trilateral Commission, il Council on Foreign Relations (CFR), il
Bilderberg Group, il Club de Paris, il Fondo Monetario
Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione Mondiale del
Commercio, la Camera di Commercio Internazionale, l'Institute of
International Finance, il Forum di Davos; e, ancora, il Comitato
di Bali, per la supervisione bancaria; l'IOSCO (International
Organisation of Securities Commissions), per la supervisione
delle Borse e dei mercati di capitali; l'ISMA (International
Securities Market Association); l'IAIS (International
Association of Insurance Supervisors), per la vigilanza sulle
compagnie di assicurazione; e l'ISO (International Standard
Organisation), alla quale è demandato l'incarico di definire
gli standard industriali, tanto per citarne i più noti e
importanti.
Al
condizionamento politico ed economico delle singole nazioni,
attraverso il controllo monetario, si aggiunge il potere di
influire sui rapporti internazionali. Poco importa se intere
nazioni, nel gioco delle speculazioni, sono travolte e ridotte
alla fame — vedi i paesi dell'America Latina — o altre
vengono a trovarsi in posizione di immeritato vantaggio. Un
esempio tra i tanti che si potrebbero fare: il 30 per cento
dell'intero ammontare dei prestiti concessi dal Fondo Monetario
Internazionale attualmente è assorbito dalla Turchia —
favorita dalla sua posizione geo-strategica nel Vicino Oriente
— che va salvata per non far perdere un forte alleato a Stati
Uniti e Israele.
Inoltre,
attraverso il flusso dei finanziamenti, si attivano tutte quelle
iniziative che si ritengono funzionali al disegno mondialista e
si condizionano pesantemente — spesso sino a stravolgerle —
anche quelle iniziative che, a prima vista, potrebbero apparire
di segno opposto. Esempio particolarmente eloquente ne è il
Movimento dei “No Global”.
Maurizio
Blondet, nel suo libro “No Global”, ci informa che,
contrariamente a quanto la pubblica opinione è indotta a
credere, «l'International Global Forum è largamente finanziato
dalla Foundation for the Deep Ecology, un think-tank con sede a
San Francisco, erede delle fortune del magnate Douglas Tompkins,
il padrone della Esprit Clothing Company, la nota multinazionale
di prêt-à-porter. Detta “Fondazione per l'Ecologia
Profonda” nel 2000 ha dichiarato attivi per 150 milioni di
dollari: grazie a questi fondi essa funziona come una
finanziaria, che fornisce capitali iniziali per il lancio di
gruppi antiglobal in tutto il pianeta».
Ed
ancora: tra i «finanziatori dei “No Global” spicca un nome:
Theodor (Teddy) Goldsmith. [...] Teddy è il fratello minore del
defunto sir James Goldsmith, speculatore mondiale in materie
prime, uno dei dodici uomini più ricchi del mondo, cugino dei
Rothschild».
Procedendo
nella sua indagine, Blondet mette in luce anche le relazioni che
legano il mondo dei “No Global” a un altro celebre
miliardario, George Soros. «Ebreo ungherese naturalizzato
americano, Soros è diventato enormemente ricco e famoso con
speculazioni internazionali sulla lira negli anni 90, il genere
di operazioni possibili nel mercato globale. [...] Soros
finanzia anche un'altra fondazione “culturale”, il
Lindesmith Center-Drug Policy Foundation, che impiega enormi
mezzi per fare lobby a favore di una politica di totale
liberalizzazione delle droghe e per la legalizzazione
dell'eutanasia, naturalmente a livello mondiale».
Dunque,
ovunque si cerchi, escono fuori soldi, enormi quantità di
soldi, attraverso i quali i soliti signori indirizzano,
determinano, controllano.
Per
ciò che riguarda l'Europa, taluni sono indotti a credere che
l'Euro sia il punto di arrivo spontaneamente perseguito dalle
nazioni del Vecchio Continente, nel quadro della loro volontà
di unificazione.
Il
professor Joshua Paul, docente della Georgetown University, ha
pubblicato nell'autunno del 2000 una serie di documenti del
Bilderberg Group, sino ad allora tenuti segreti, che documentano
come da cinquant'anni quegli ambienti stessero lavorando perché
l'Europa si dotasse di un'unica valuta. Già nel 1948 le
Fondazioni Ford e Rockefeller avevano dato vita all'American
Committee for a United Europe, con lo scopo di condizionare lo
sviluppo monetario, economico e politico del nostro Continente
in modo convergente agli interessi d'Oltreoceano. Un memorandum
della sezione Europa del Dipartimento di Stato americano, in
data 11 giugno 1965, riporta precisi suggerimenti al
vicepresidente della Comunità Economica Europea, Robert
Marjolin, per giungere al varo di un'unica valuta europea, non
come concorrente del dollaro, ma come agevole mezzo di controllo
delle economie delle singole nazioni europee.
È
infatti molto più semplice controllare un'unica entità
monetaria e un'unica Banca centrale indipendente, piuttosto che
quindici valute e quindici Istituti di emissione con ancora
qualche residuo legame con i ministri economici, i governi e il
mondo politico.
All'articolo
7 dello Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali e della
Banca Centrale Europea si legge: «Né la BCE, né una banca
centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi
decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle
istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati
membri, né da qualsiasi altro organismo».
Le
Banche centrali delle singole nazioni europee, prima del
Trattato di Maastricht, avevano un'indipendenza dal potere
politico variabile tra il 40 e il 65 per cento; oggi, dopo i
cambiamenti determinati dall'avvento dell'Euro, hanno raggiunto
il 90 per cento.
Dunque,
mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico alla
BCE, dai vertici monetari giungono al potere politico continue
indicazioni, parametri cui attenersi, precisi paletti che
coinvolgono l'intera economia delle nazioni.
Come
giustamente osserva Bruno Tarquini, già procuratore della
Repubblica a Teramo, nel suo “La banca, la moneta e
l'usura”, «lo Stato ha rinunciato alla propria sovranità
monetaria, trasferendola a un istituto privato: questo perciò,
in perfetta autonomia e indipendenza, esercita una pubblica
funzione di essenziale rilevanza per la vita della Nazione,
essendo noto che la politica monetaria (vale a dire l'emissione
della moneta e la regolamentazione della sua circolazione nonché
del mercato monetario) condiziona l'intero sistema economico di
uno Stato e influisce quindi anche sulla sua politica generale,
e particolarmente su quella sociale».
E’
davvero singolare come il Trattato di Maastricht si sia
preoccupato di definire la BCE esclusivamente per ciò che
riguarda la sua indipendenza. Francesco Papadia e Carlo Santini,
nel loro “La Banca centrale europea”, ricordano: «Dalla
lettura del Trattato emerge la particolare collocazione della
Banca centrale europea nell'assetto istituzionale dell'Unione
europea. L'articolo 4, infatti, non la menziona tra le
istituzioni (Parlamento europeo, Consiglio, Commissione, Corte
di giustizia e Corte dei conti) della Comunità. Alla Banca, però,
il Trattato conferisce personalità giuridica e lo Statuto
riconosce la più ampia capacità di agire in ciascuno degli
Stati membri. Sotto il profilo giuridico-formale, la Banca
centrale europea non è, dunque, un'istituzione comunitaria
[...], i suoi atti non sono imputabili alla Comunità. La Banca
centrale europea è inserita in una cornice giuridica che ne
stabilisce e ne tutela l'indipendenza nell'attuazione della
politica monetaria».
La
BCE determina dunque, in perfetta autonomia — come se ciò non
avesse rilevanza politica e sociale —, il livello dei tassi di
interesse ufficiali, cioè il costo del denaro, cioè la
politica di espansione o di restrizione monetaria. E, se non
bastasse, decide e guida, in perfetta indipendenza, tutte le
operazioni di acquisto e di vendita degli euro contro altre
valute sul mercato dei cambi. E le Banche centrali nazionali
devono conformarsi in tutto e per tutto alle direttive della BCE
— il Consiglio direttivo vigila attentamente —, altrimenti
bacchettate sulle dita, con tutto il potere per farlo.
La
BCE, e di conseguenza anche tutte le Banche centrali nazionali,
ufficialmente — ormai è scritto a chiare lettere, nero su
bianco, nei Trattati e nei Regolamenti — non possono
concedere, per nessun motivo, crediti agli Stati, o alla Comunità
europea o a qualsiasi altro soggetto pubblico, e quindi è loro
proibito acquistare titoli di Stato, sia al momento
dell'emissione che successivamente.
Non
solo, se prima di Maastricht qualche Banca centrale, come
abbiamo già ricordato, poteva prevedere un parziale ristorno
allo Stato del signoraggio — reddito ottenuto attraverso la
politica monetaria —, alla BCE si fa obbligo di non fare
uscire neanche un centesimo dalle casse del Sistema europeo di
banche centrali.
E,
ancora, mentre i dibattiti e le sedute della Camera dei deputati
e del Senato sono aperti al pubblico, le sentenze delle Corti di
giustizia devono essere dettagliatamente motivate e pubblicate,
le riunioni del Consiglio direttivo della BCE sono assolutamente
secretate ed è lo stesso Consiglio che, di volta in volta,
decide se pubblicare le proprie deliberazioni, pubblicarne solo
alcune parti o non pubblicarle affatto.
Infine,
ciliegina sulla torta, i dirigenti della BCE godono di una
sostanziale immunità. Non sono infatti previste, all'interno
della BCE, sanzioni per comportamenti impropri. Nei Regolamenti
si legge che è sufficiente il rischio di perdere credibilità e
fiducia per garantire la certezza dell'operato dei dirigenti.
Solo in caso di colpe gravissime e di comportamento palesemente
illegittimo può intervenire la Corte di giustizia e occuparsi
del caso.
La
perdita delle sovranità monetaria e legislativa — parti
essenziali della sovranità nazionale — da parte degli Stati
europei è stata stabilita in maniera irrevocabile. E alla
chetichella.
In
Italia, come sottolineò Ida Magli su “il Giornale” dell'11
marzo 2001, «nella legge di riforma della Costituzione,
approvata dalla maggioranza di sinistra in gran fretta poche ore
prima dello scioglimento delle Camere, c'è un passo
fondamentale e che pure non è stato portato a conoscenza dei
cittadini né prima né dopo della sua approvazione. Si tratta
dell'articolo 117 in cui si stabilisce: “La potestà
legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel
rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti
dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
In queste tre righe è codificata la perdita della sovranità
legislativa dell'Italia. Per questo l'articolo 117 non è stato
discusso apertamente: gli italiani non debbono sapere».
Forse,
la democrazia è proprio questa.
Da
qualche parte si è sentito il dovere di coinvolgere ed
ascoltare il popolo attraverso regolari referendum, e lì —
vedi il caso della Danimarca, Francia e Olanda — Maastricht ed
Euro sono rimasti lettera morta. Il popolo ha detto no. Grazie
ai NO dei francesi e degli olandesi ora il trattato di
Maastricht è entrato in crisi. Probabilmente ci saranno altre
defezioni tra breve.
Scrive
Giulietto Chiesa sul suo recente “La guerra infinita”: «È
il denaro che decide non più soltanto come l'economia deve
procedere, ma anche — direttamente, immediatamente — come
l'America deve essere governata. [...] Il popolo, come tutto il
resto, non è più sovrano di nulla, essendo diventato, nel
frattempo, consumatore. Non ha forse invitato, l'imperatore Bush,
pochi giorni dopo il tremendo impatto terroristico, i suoi
elettori a “tornare a fare shopping”?».
L’economia
è governata da uomini che — come abbiamo visto — nulla
hanno a che vedere con il consenso popolare; su questo non può
ormai esservi più dubbio. Ma, si dice, è inevitabile, perché
queste sono le regole del Libero Mercato, della globalizzazione,
del consumismo e del benessere. L'importante è che il sistema
politico — adottato o imposto —, ovunque, in ogni angolo del
mondo, sia quello democratico. Si devono svolgere “libere”
consultazioni elettorali attraverso le quali il popolo possa
scegliere i candidati proposti dai diversi partiti.
A
parte il fatto che abbiamo ancora nelle orecchie la frase di
Mark Alonzo Hanna, che ci ricordava come nelle campagne
elettorali più dei programmi contano i soldi, ci si può
legittimamente chiedere cosa possa offrire al popolo una classe
dirigente politica privata di ogni potere inerente la moneta e
l'economia, e quindi di ogni possibilità di intervenire nel
sociale. Ma, sforzandoci di essere ottimisti fino in fondo,
osserviamo come la democrazia riesce a gestire l'oggetto
principale del suo esistere: il consenso.
E’
per garantire il libero consenso, infatti, che i “padri
fondatori” hanno inventato la moderna democrazia. E di questo
sistema politico esiste un modello indicato ad esempio, ad ogni
pie' sospinto, un vero e proprio santuario: “la grande
democrazia americana”.
Osserviamo,
dunque, come si esprime il consenso in quel paese.
I
dati che si riscontrano non possono che lasciare perplessi.
Nelle elezioni presidenziali va a votare meno del 50 per cento
degli aventi diritto, quindi il presidente USA rappresenta a
malapena un americano su quattro. Nelle altre consultazioni le
cose vanno molto peggio: i votanti nelle elezioni dei singoli
Stati sono il 35-40 per cento, in quelle di contea e municipali
addirittura il 25-30 per cento. Sissignori, nel santuario della
democrazia ci sono anche “maggioranze” che rappresentano
meno del 13 per cento della popolazione.
Qualcosa
non funziona: le motivazioni addotte per condannare le dittature
si sono sempre incentrate sui temi della libertà e del
consenso. Ma è legittimo domandarsi quanto possa durare un
regime quando si basi su un consenso del solo 13 o 25 per cento
della popolazione. Negli Stati totalitari certamente molto poco.
Il
consenso, quando è una cosa seria, è un fatto di coscienza, è
un senso di appartenenza e di partecipazione, è una forza
centripeta che ingigantisce l'individuo e lo rende parte
fondamentale del popolo, anzi di “quel” popolo.
In
democrazia, regno del più sfrenato individualismo, le forze che
prevalgono sono invece quelle centrifughe, che rimpiccioliscono
il cittadino, lo rendono anonimo e lo collocano in una massa
amorfa e spersonalizzata. Una massa che si può governare anche
con un misero 13 per cento di “maggioranza”.
Il
consenso, in democrazia, ha la dignità di una lattina di
“Coca-Cola” venduta sullo scaffale di un supermercato.
E
più la democrazia è imposta al mondo, più la finanza
internazionale ha mano libera per i suoi traffici, più crescono
le sacche di povertà entro le nazioni ricche e più popoli
vengono cacciati nel girone della fame.
Nell'ultimo
rapporto ONU sullo sviluppo umano — 1998 — si legge che il
20 per cento più ricco della popolazione mondiale consuma l'86
per cento dei beni disponibili, mentre il 20 per cento più
povero solo l'1,3 per cento.
E
la “grande democrazia americana” prosegue nella sua opera di
conquista planetaria. Attraverso quali strumenti?
Siamo
alle solite, rispuntano i banchieri. Scrive ancora Giulietto
Chiesa: «Strumenti sovra-nazionali di questo progetto sono
state le due istituzioni regine di Bretton Woods, il Fondo
Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, cui negli ultimi
anni si è aggiunto il WTO (World Trade Organization), loro
parente stretto in quanto erede del GATT (General Agreement on
Tariffs and Trade). Non a caso, questi tre strumenti operativi
sono estranei alle Nazioni Unite. Altrettanto non a caso, essi
sono le uniche istituzioni sovra-nazionali che hanno ricevuto
concreti, reali poteri di limitazione, di abrogazione delle
sovranità nazionali dei paesi che vi aderiscono. Ma non tutte
le abrogazioni sono eguali tra loro. Il “consenso di
Washington” ha rappresentato il grimaldello con cui la
rappresentatività internazionale del sistema delle Nazioni
Unite è stata smantellata per far posto al decalogo della
globalizzazione americana».
E
la “grande democrazia americana” continua, con ricatti
monetari, con azioni militari, con spoliazioni delle sovranità
nazionali sempre più devastanti, ad imporre il proprio modello
“buono”, “libero”, “politicamente corretto”.
Le
regole? I Trattati internazionali? Contano solo se e quando sono
funzionali al disegno USA, altrimenti si ignorano, si stracciano
o si riscrivono. Una risoluzione dell'ONU non rispettata può
essere ottimo pretesto per scatenare una guerra se si tratta
dell'Iraq di Saddam Hussein, ma non ha nessuna importanza se
nella parte dell'inadempiente si trova lo Stato di Israele.
Quando,
nel 1999, l'obbiettivo era lo smantellamento della Serbia di
Milosevic, gli americani non esitarono a stravolgere la natura
della NATO. Da patto difensivo la trasformarono in alleanza
militare offensiva. I regolamenti furono, in quattro e
quattr'otto, cambiati. Gli articoli 5 e 6 dello Statuto che
circoscrivevano, in chiave difensiva, l'uso della forza, vennero
riscritti: la NATO si autodefinì e si comportò, con atto
unilaterale e in dispregio dell'articolo 51 della Carta dell'ONU
sulla legittima difesa, come il “gendarme del nuovo ordine
mondiale”. L'ordine americano e democratico. L'ordine dei
banchieri.
Per
comprendere quale, puntualmente, si dimostra essere la
considerazione che gli americani hanno della legalità e della
libertà basta osservarli in una qualsiasi delle loro
scorribande.
A
titolo di esempio riportiamo la ricostruzione fatta da Noam
Chomsky dell'aggressione militare scatenata dall'America di
Ronald Reagan contro il Nicaragua: «Il Nicaragua non rispose.
Essi non risposero mettendo bombe a Washington. Essi risposero
chiamando Washington a difendere il proprio operato davanti al
Tribunale internazionale [...] Non ebbero difficoltà a trovare
le prove. Il Tribunale le accettò, deliberò in loro favore,
[...] condannò ciò che essi avevano denunciato come “uso
illegale della forza”, che è un altro modo per definire il
terrorismo internazionale, [...] intimò agli Stati Uniti di
porre fine al crimine e di pagare massicci indennizzi. Gli Stati
Uniti, ovviamente, respinsero con sdegno la sentenza della
Suprema Corte e annunciarono che da quel momento non ne
avrebbero più riconosciuto la giurisdizione. Allora il
Nicaragua si rivolse al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite. Che emise una risoluzione invitante tutti gli Stati a
osservare le leggi internazionali. Nessuno fu nominato, ma tutti
compresero. Gli Stati Uniti misero il veto alla risoluzione. Ed
essi sono oggi l'unico Stato che ha dovuto subire una condanna
del Tribunale internazionale e che, al tempo stesso, ha posto il
veto su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che esortava
gli Stati a osservare le leggi internazionali. Allora il
Nicaragua andò oltre e si rivolse all'Assemblea Generale
dell'ONU, dove non esiste tecnicamente un meccanismo di veto, ma
dove un voto negativo degli Stati Uniti equivale a un veto. E
l'Assemblea approvò una risoluzione analoga a quella del
Consiglio di Sicurezza con il voto contrario soltanto degli
Stati Uniti, di Israele e del Salvador. L'anno successivo si votò
di nuovo e questa volta gli Stati Uniti raccolsero soltanto il
voto di Israele [...] A quel punto il Nicaragua non poteva fare
nient'altro di legale. Aveva tentato tutte le strade. Ma esse
non potevano funzionare in un mondo governato dalla forza».
E’
questa la particolare interpretazione che la “grande
democrazia americana” — quella che si attribuì l'autorità
per istruire e dirigere i processi di Norimberga e di Tokyo —
ha dei valori di libertà, di legalità e di giustizia.
Esattamente come quando proclamano il diritto dei palestinesi di
avere un proprio Stato, ma a condizione, non solo che sia uno
Stato di tipo democratico, ma anche di poter porre il proprio
veto sulla scelta della persona che il popolo palestinese vorrà
scegliere come capo.
Che
strana cosa la democrazia!
Lo
spirito “missionario” dei cavalieri a stelle-e-strisce nel
“liberare” i popoli del mondo lascia perplessi almeno quanto
lo spessore di quel consenso democratico che ci consegna
“maggioranze” del 13 per cento.
Ma,
a chiarirci cosa sia il consenso democratico, giunge il
banchiere Carlo Azeglio Ciampi nella sua nuova veste di
presidente della Repubblica. A chi gli chiedeva spiegazioni
sulla legittimità di portare avanti riforme della portata
dell'Euro e dell'istituzione della Banca Centrale Europea, senza
sottoporre le questioni al vaglio di referendum popolari, ha
detto: «Si parla a volte di fare un referendum sull'Europa. Ma
a me pare che un “referendum di fatto” sia già stato
celebrato, il primo gennaio scorso, quando è stato varato
l'Euro, e mi chiedo quale consultazione popolare migliore di
quella sia possibile».
E
bravo il nostro Ciampi! Con una frase breve, lapidaria,
chiarissima ci ha spiegato ciò che da parecchie pagine ci
andavamo chiedendo: il consenso democratico “migliore” è
quello di utilizzare la moneta che è imposta d'autorità e non
la lira, che nessun commerciante e nessuno sportello bancario
sono ormai disposti ad accettare. Ci sembra proprio giusto;
nell'epoca del denaro virtuale è logico che ci si debba
accontentare del consenso virtuale.
Probabilmente,
proprio questa è la democrazia.
Nell'epoca
del denaro virtuale, della “e-money”, cioè del soldi che
non esistono, ma che possono determinare il benessere o la
povertà per intere popolazioni, la ricchezza o la rovina per
intere categorie, è, in fondo, logico che il sistema politico
dominante sia quello democratico, dove “sovrano” dovrebbe
essere il popolo, ma a decidere sono solo i banchieri e le loro
“lobbies”, dove si confondono le alchimie monetarie con i
referendum popolari, dove le maggioranze possono essere del 13
per cento, dove si scambia la libertà con l'obbligo a
consumare, la dignità con il possesso di una carta di credito,
la patria con un titolo quotato in borsa, la vita con la storia
di un conto corrente.
Di
fronte ai grandi temi di attualità le uniche risposte sono
quelle ispirate dall'interesse dei soliti gruppi finanziari. E
nessuno si ribella, perché non c'è più un potere politico
rappresentativo e autorevole da cui aspettarsi risposte
differenti, autonome, ispirate dall'interesse della collettività.
Sul
“Corriere della Sera” del 23 gennaio 2002, Giovanni Caprara,
affrontando il problema dell'inquinamento, riporta la possibile
soluzione indicata dal Nobel Carlo Rubbia: «Per risolvere i
problemi bisogna fabbricare veicoli con emissione zero, cioè
che non inquinano. E lo strumento ideale è la cella a
combustibile a idrogeno. Ne sono già state costruite e
dimostrano di funzionare egregiamente. Anche meglio del motore a
benzina, per quanto riguarda il rendimento che risulta
addirittura tre volte più elevato: 45 per cento la cella, 15
per cento il motore a benzina. [...] In cinque anni l'intero
parco dei mezzi pubblici potrebbe essere riconvertito e
disponibile. Per le auto private, basterebbe solo qualche anno
in più. [...] Bisogna solo decidere politicamente di andare in
questa direzione ed esserne tutti consapevoli».
Ma
è proprio questo il problema. Per «decidere politicamente»,
nell'interesse della collettività, occorre un potere politico
vero e indipendente, un potere che oggi non esiste più, di cui
altro non è rimasto se non l'ectoplasma, un'immagine più o
meno decorativa ad uso e consumo degli interessi dei soliti
signori.
Per
risolvere i problemi dell'inquinamento è inutile ricercare ciò
che è buono per il popolo, anzi per “quel” popolo; sarà più
opportuno individuare le soluzioni favorevoli agli interessi dei
commercianti di petrolio, degli Agnelli, Ford e soci.
Ma,
in tutta questa vicenda di ordinaria tirannide finanziaria, i
numeri hanno un forte peso e i conti si possono anche sbagliare.
Anzi, la storia lo dimostra, prima o poi si sbagliano. Vuoi
perché l'avidità è spesso più forte della prudenza, vuoi
perché le reazioni della psicologia umana spesso non coincidono
con la fredda consequenzialità dei calcoli numerici, vuoi perché
a forza di sottrarre libertà e sovranità si arriva al punto in
cui i popoli si arrabbiano e si ribellano.
Ha
destato scalpore il successo che in diverse parti del mondo ha
ottenuto il film “The Bank”. Si narra di un personaggio che
si vendica dei torti subiti inventando un sistema informatico
capace di distruggere la banca che aveva rovinato la sua
famiglia. La storia ha il pregio di mettere a nudo i ricatti, le
manipolazioni contrattuali e giuridiche, la sete di potere e il
cinico controllo delle vite umane messi in atto dagli istituti
che maneggiano il denaro. Alle battute finali del protagonista,
«la banca non c'è più» e «odio le banche», nelle sale
cinematografiche esplodono ovazioni da stadio.
In
Argentina, nelle riunioni familiari, un nuovo gioco da tavolo ha
soppiantato la tradizionale Tombola e il Monopoli: si chiama
“Debito eterno”. Sulla scatola si legge: «Chi è capace di
sconfiggere il Fondo Monetario?».
Forse,
gli uomini stanno cominciando a comprendere chi sono i veri
nemici, e stanno cominciando ad odiarli.
Il
giro di boa che condurrà al crollo della tirannide monetaria e
alla riconquista delle sovranità nazionali è probabilmente
molto più vicino di quello che, di fronte alla potenza
planetaria delle “lobbies” finanziarie, si sarebbe indotti a
credere.
Si
preparano tempi duri, durissimi, come quelli che già stanno
vivendo gli argentini.
Sarà
un passaggio traumatico, dolorosamente traumatico; giacché
tutte le risorse sono ormai nelle mani di quei signori e gran
parte delle nostre qualità lavorative sono state travolte: il
villaggio globale ha distrutto l'artefice del prodotto finito e
lo ha sostituito con l'operaio costretto a costruire un bullone,
un ingranaggio o solamente ad assemblare, e con il fattorino
capace solo di consegnare ciò che le multinazionali hanno
commercializzato.
Dovremo
re-imparare ciò che ci hanno fatto dimenticare. Dovremo trovare
il coraggio di intraprendere strade nuove, soluzioni originali.
Dovremo sbarazzarci della moneta-truffa dei banchieri e di tutti
i loro ricatti e fondare, finalmente, una moneta vera, quella
del popolo.
Scrive
Bruno Tarquini: «“Siamo seduti su una polveriera” ha
annunciato, dall'alto della sua competenza, l'economista Paolo
Savona; e non può certamente sostenersi che non ci si renda
conto, già da oggi, di quali potrebbero essere gli effetti di
una sua eventuale esplosione. L'emissione della “moneta del
popolo”, già utile nell'attuale situazione per contrastare la
rarità monetaria, arbitrariamente scelta dalle autorità
finanziarie per la soddisfazione della loro sete di dominio, in
caso di crisi sarebbe anche decisamente necessaria».
I
popoli, vere vittime della tirannide delle “lobbies”,
sapranno riconquistarsi, pezzo per pezzo, tutta la sovranità
che è stata loro sottratta.
Quando
il cloroformio del benessere consumista si sarà esaurito,
quando il bailamme di gadget, telefonini, computer sarà andato
in tilt, quando il “luna park” di supermercati e centri
commerciali sarà rimasto senza prodotti, i popoli
necessariamente dovranno riscoprirsi, rifondarsi, tornare ad
esistere con la propria specifica identità e la propria
cultura.
E
il sistema consumista, monetario e del Libero Mercato è un
sistema entropico. Un sistema destinato, prima o poi, a
spegnersi. Esso si basa infatti sul continuo aumento dei
consumi, quindi della produzione, quindi dello sfruttamento
delle risorse. Un aumento che non può essere infinito e quindi,
giunti al punto in cui la disponibilità dei beni sarà
inferiore alla quota d'incremento necessaria al perpetuarsi del
sistema consumistico, si giungerà ad una implosione economica.
Sarà
un momento durissimo.
Ho
ascoltato recentemente da un'anziana montanara il racconto dei
tempi, non poi così lontani, in cui nelle nostre valli mancava
tutto quello che oggi c'è. Si mangiava polenta, latte,
castagne, formaggio, cotenne e qualche raro insaccato. Ma non
tutto ciò era disponibile sempre; un giorno si mangiava questo,
l'altro quello; la povertà era grande. Spesso, tra gli abitanti
del villaggio, ci si riuniva e, allora, le cose andavano meglio
perché c'era chi portava cotenne, chi cipolle, chi polenta, chi
un salame, chi una ciotola di latte. «La miseria ci teneva
uniti, e ci ha consentito di superare anche gli inverni peggiori»,
fu la conclusione del racconto.
I
nostri popoli hanno dimostrato già in molte occasioni di saper
superare prove tremende, sviluppando una forza e una capacità
solidale oggi insospettabili. Anzi, le qualità migliori le
abbiamo espresse nei periodi più duri e in quelli della
ricostruzione. Qualità che i signori delle banche
internazionali non sospettano nemmeno e sicuramente non hanno
preventivato.
I
popoli europei, oggi ridotti a bracciantato per i servizi
necessari allo sviluppo della nuova economia, quella della
globalizzazione e delle multinazionali, sapranno ritrovare le
proprie caratteristiche produttive e creatrici. Non resteranno,
storditi, affamati, accampati accanto agli aeroporti, ad
attendere l'arrivo degli “aiuti umanitari”, come avviene in
molti paesi del terzo mondo.
I
popoli europei non accetteranno i nuovi ricatti di qualche nuova
Banca internazionale e sapranno ritrovare la sopita passione per
la libertà e l'indipendenza.
La
lotta per la Libertà è una costante nella storia degli uomini.
La lotta dei popoli per la Libertà e la Sovranità sarà il
tema dominante della storia di domani.
Lo
Staff di Modum
www.modum.info
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