Stato
d'Israele e apartheid
Tratto dal libro: «Storia
ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni» di Israel Shahak*
Versione
online gratuita del libro (in inglese) all'indirizzo:
http://ety.com/HRP/racehate/shahakfw.htm
Prefazione
di Gore Vidal
Alla
fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico
dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry
Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni
presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti.. Fu
allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno
elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di
dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero
immediatamente lo Stato d’Israele. (…)
Purtroppo, quell’affrettato riconoscimento dello Stato
d’Israele ha prodotto quarantacinque anni di confusione e di
massacri oltre alla distruzione di quello che i compagni di
strada sionisti credevano sarebbe diventato uno stato
pluralistico, patria dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei
nati in Palestina e degli immigrati europei e americani,
compreso chi era convinto che il grande agente immobiliare
celeste avesse dato loro, per l’eternità, il possesso delle
terre della Giudea e della Samaria.(…)
Capitolo
I
Se
non si mette in discussione il prevalente atteggiamento ebraico
nei confronti dei non ebrei, non è dato capire neppure il
concetto stesso di «stato israeliano» (Jewish State), come
Israele preferisce definirsi. La generalizzata mistificazione
che, senza considerare il regime apartheid dei territori
occupati, definisce Israele come una vera democrazia, nasce dal
rifiuto di vedere cosa significa per i non ebrei lo «stato
israeliano». Sono convinto che Israele in quanto Jewish
State è un pericolo non solo per se stesso e per i suoi
abitanti, ma per tutti gli ebrei e per gli altri popoli e stati
del Medio Oriente e anche altrove. Sono altresì convinto che
altri stati o entità politiche del Medio Oriente che si
proclamano «arabi» o «musulmani», definizioni analoghe a
quella di «stato israeliano», rappresentano anch'essi un
pericolo. Comunque mentre di quest'ultimo pericolo tutti ne
parlano, quello implicito nel carattere ebraico dello Stato
d'Israele è sempre taciuto e ignorato. Fin dalla sua
fondazione, il concetto che il nuovo Stato d'Israele era uno «stato
israeliano» fu ribadito da tutta la classe politica e inculcato
nella popolazione con ogni mezzo.
Nel
1985, quando una piccola minoranza di ebrei cittadini d'Israele
contestò questo concetto, il Knesset, approvò a
stragrande maggioranza una legge costituzionale che annulla
tutte le altre leggi che non possono esser revocate se non con
procedura eccezionale. Si stabilì che i partiti che si
oppongono al principio dello «stato israeliano», o propongono
di modificarlo per via democratica, non possono presentare
candidati da eleggere al Parlamento, il Knesset. Personalmente,
io mi sono sempre opposto a questo principio costituzionale e
quindi, in uno stato di cui sono cittadino, non posso
appartenere a un partito di cui condivido il programma a cui è
vietato eleggere i suoi rappresentanti al Knesset.
Basterebbe
questo esempio per dimostrare che Israele non è una democrazia,
visto che si fonda sull'ideologia israeliana ad esclusione non
solo di tutti i non ebrei ma anche di noi ebrei, cittadini
d'Israele, che non siamo disposti a condividerlo.
Comunque il pericolo rappresentato da questa ideologia dominante
non si limita agli affari interni, ma permea di sé tutta la
politica estera d'Israele. E tale pericolo sarà sempre maggiore
via via che il carattere israelitico d'Israele si accentuerà
sempre più e crescerà il suo potere, particolarmente quello
nucleare. Un'altra ragione per preoccuparsi è l'aumentata
influenza d'Israele sulla classe politica degli Stati Uniti e
per questi motivi oggi non è solo importante ma, addirittura
politicamente vitale, documentare gli sviluppi del giudaismo e
specialmente il modo di trattare i non ebrei da parte d'Israele.
Consideriamo la definizione ufficiale del termine «israeliano»,
che chiarisce la differenza di fondo tra Israele come «stato
israeliano» e la maggioranza degli altri stati. Dunque, secondo
la definizione ufficiale, Israele «appartiene» solo a quelle
persone che le autorità israeliane definiscono appunto «israeliane»,
indipendentemente da dove vivono. Al contrario, Israele non «appartiene»
giuridicamente ai suoi cittadini non ebrei, la cui condizione è
ufficialmente considerata inferiore.
In
realtà, questo vuol dire che se i membri di una tribù
peruviana si convertono al giudaismo e così sono definiti e
considerati, come ebrei hanno immediatamente diritto alla
cittadinanza israeliana e a sistemarsi in circa il 70% delle
terre occupate del West Bank, e nel 92% dell'area vera e propria
d'Israele, destinate all'uso dei cittadini ebrei. A tutti i
non ebrei, e quindi non soltanto ai palestinesi, è proibito
usufruire di queste terre, e il divieto riguarda persino i cittadini
arabi d'Israele che hanno combattuto nell'esercito israeliano e
raggiunto anche gradi assai elevati.
Alcuni anni fa, scoppiò il caso dei peruviani convertiti al
giudaismo. Ad essi furono assegnate terre nel West Bank vicino
a Nablus, zona da cui sono esclusi i non ebrei. Tutti i governi
d'Israele sono stati e sono pronti ad affrontare qualsiasi
rischio politico, tra cui la guerra, perché gli insediamenti
del West Bank restino sotto la giurisdizione «israeliana» come
è affermato continuamente nei media, che sanno perfettamente
di diffondere una menzogna, decisiva a coprire l'ambiguità
discriminatoria dei termini «ebreo» e «israeliano».
Sono
sicuro che gli ebrei americani o britannici accuserebbero
subito di antisemitismo i governi degli Stati Uniti, o
dell'Inghilterra, se questi decidessero di definirsi «stati
cristiani», cioè stati che «appartengono» solo a cittadini
definiti ufficialmente «cristiani». Conseguenza di una
simile dottrina sarebbe che, solo se si convertissero al
cristianesimo, gli ebrei diventerebbero cittadini a pieno
diritto e, non dimentichiamolo mai, proprio gli ebrei, forti
dell'esperienza di tutta la loro storia, sanno quanto grandi
fossero i benefici per chi si convertiva al cristianesimo.
In
passato, quando gli stati cristiani, e islamici, discriminavano
quelle persone, compresi gli ebrei, che non seguivano la
religione dello stato, bastava convertirsi per essere accettati
come tutti gli altri. La discriminazione che lo Stato d'Israele
sanziona nei confronti di tutti i non ebrei cessa nel momento in
cui quelle persone si convertono al giudaismo, e sono
riconosciute come tali. Ciò vuol dire che lo stesso genere di
esclusivismo che gli ebrei della diaspora denunciano come
antisemitismo è fatto proprio dalla maggioranza di tutti gli
ebrei, come principio ebraico. Chi, tra di noi, si oppone sia
all'antisemitismo che allo sciovinismo ebraico è accusato di
essere affetto dall'odio di sé, concetto che ritengo
assolutamente privo di senso.§
Nel contesto della politica israeliana il significato del
termine «ebraico» (Jewish) e dei suoi derivati ha la
stessa importanza del termine «islamico» così com'è
ufficialmente usato in Iran o anche del termine «comunista»
com'era stato ufficializzato nell'URSS. Comunque, il significato
di Jewish non è chiaro né nella lingua ebraica né
nella traduzione in altre lingue, per cui il termine ha dovuto
esser definito ufficialmente.
Secondo
la legge dello Stato d'Israele è da considerarsi «ebreo» chi
ha avuto una madre, una nonna, una bisnonna e una trisavola
ebrea, di religione ebraica, oppure perché si è
convertito al giudaismo da un'altra religione, secondo i criteri
riconosciuti e accettati come legittimi dalle autorità
d'Israele. Chi si sia convertito dal giudaismo a un'altra
religione non è più considerato «ebreo».
La prima di queste tre condizioni non è altro che la
definizione talmudica di «chi è ebreo», fondamento di tutta
la tradizione ortodossa ebraica. Anche il Talmud e la legge
rabbinica post-talmudica riconoscono la conversione di un non
ebreo al giudaismo, come pure l'acquisto di uno schiavo non
ebreo da parte di un ebreo cui segue una forma diversa di
conversione, come un modo per diventare ebreo, purché la
conversione sia avallata da rabbini autorevoli e autorizzati e
si svolga secondo modalità per essi accettabili. Per quanto
riguarda le donne, una di queste «modalità accettabile» è il
rito del «bagno di purificazione», durante il quale tre
rabbini ispezionano accuratamente la donna nuda.
La
cosa è ben nota ai lettori delle pubblicazioni in lingua
ebraica ma i media in inglese non ne parlano, anche se
sicuramente susciterebbe un certo interesse. Mi auguro che
questo mio libro, le cui fonti sono tutte in lingua ebraica,
possa essere utile a correggere il divario tra l'informazione
che viene data in lingua ebraica e quella che è tradotta in
inglese e destinata all'esterno d'Israele.
Ufficialmente, lo Stato d'Israele ha una legislazione
discriminatoria nei confronti dei non ebrei, che favorisce
esclusivamente gli ebrei in molti aspetti della vita come, tra i
più importanti, il diritto di residenza, il diritto al lavoro e
il diritto all'eguaglianza di fronte alla legge.
Per
quanto riguarda la discriminazione del diritto di residenza, si
fonda sul fatto che, in Israele, il 92% della terra è proprietà
dello Stato ed è amministrato dalla Israel Land Authority secondo
i criteri del Jewish National Fund (JNF), affiliato
all'Organizzazione Sionista Mondiale (World Zionist
Organization). Sono regole fondamentali del JNF la
proibizione a chi non è «ebreo» di stabilire la propria
residenza, di esercitare attività commerciali, di rivendicare
il proprio diritto al lavoro e questo soltanto perché non è
ebreo. Al contrario, agli ebrei non è in nessun caso proibito
stabilire la propria residenza o aprire attività commerciali in
qualsiasi località d'Israele. Se discriminazioni simili fossero
imposte in altri stati agli ebrei, si parlerebbe subito, e a
ragione, di antisemitismo e ci sarebbero massicce proteste.
Quando invece quelle discriminazioni sono normalmente applicate
come logica conseguenza della cosiddetta «ideologia ebraica»,
sono volutamente ignorate o, le rare volte che se ne parla,
giustificate. Secondo le regole del JNF, ai non ebrei si
proibisce ufficialmente di lavorare le terre amministrate dalla Israel
Land Authority. E' vero che queste regole non sono sempre
applicate né globalmente imposte, però esistono e vengono
tirate fuori tutte le volte che servono. Di tanto in tanto
Israele ne impone l'applicazione, come quando, per esempio, il
Ministero dell'Agricoltura si scaglia contro la pestilenza di
permettere che negli orti che appartengono a ebrei sulla National
Land, la terra dello Stato d'Israele, la raccolta sia
affidata a coltivatori arabi, anche se questi sono cittadini
d'Israele. E severamente proibito agli ebrei insediati sulla National
Land subaffittare anche una parte delle loro terre agli
arabi, persino per tempi brevissimi e chi lo fa incorre in
pesantissime multe.
Al contrario, non c'è nessuna proibizione se si tratta di non
ebrei che affittano le loro terre ad altri ebrei. Nel mio caso,
per esempio, io che sono ebreo ho il diritto di affittare un
orto per il tempo della raccolta ad un altro ebreo, ma a un non
ebreo, sia esso cittadino d'Israele o residente non
naturalizzato, non è consentito.
Israele è uno stato fondato sull'apartheid. Questo è il
principio primo di tutto il suo sistema legale, oltre che la
dimensione evidente e verificabile ad ogni livello sociale,
residenziale, del viver quotidiano. Tuttavia, la maggior parte
delle leggi approvate dal Knesset, il parlamento
israeliano, non sembrano discriminatorie, almeno nella forma. Se
si analizzano con un po' di attenzione, si vede subito che, alla
base dì tutte c'è la discriminazione tra «ebrei» e «non
ebrei».
La
Legge dell'Ingresso del 1952 aveva apparentemente la funzione di
regolare l'accesso al paese ma, senza specificare tra «ebrei»
e «non ebrei», recitava che «chi non è in possesso di un
visto o di un certificato d'immigrazione sarà immediatamente
deportato e non potrà più chiedere il rilascio dei visto». La
definizione di chi ha le qualifiche per ottenere il visto
d'immigrazione si trova nella parallela Legge del Ritorno: solo
«gli ebrei».
Infatti, la clausola della deportazione degli «stranieri» è
applicabile solo ai «non ebrei». Il Ministero dell'Interno non
ha l'autorità d'impedire a un ebreo, anche se ha precedenti
penali e può costituire un pericolo per la società, di
esercitare il suo diritto a stabilirsi in Israele. Solo un
cittadino straniero non ebreo ha bisogno del permesso, ma agli
ebrei che giungono da altre nazioni vengono subito concessi
tutti i diritti e i privilegi previsti per i cittadini
d'Israele: il «certificato d'immigrazione» conferisce
automaticamente la cittadinanza, il diritto di votare e di
essere eletti anche se non conoscono una sola parola di ebraico.
Il «certificato d'immigrazione» dà diritto immediato alla «cittadinanza»
in virtù del ritorno nella «terra madre d'Israele» e a molti
benefici finanziari che variano a seconda della nazione da cui
provengono gli «ebrei». Per esempio, quelli che provengono
dall'ex URSS ricevono subito una «gratifica complessiva» di $
20.000 per famiglia.
Agli stranieri, cioè ai «non ebrei», può essere revocata la
residenza anche se hanno vissuto in Israele anni ed anni, mentre
nessuno può espellere gli indesiderabili se ebrei, com'è stato
in moltissimi casi di trafficanti e comuni malfattori che sono
persino riusciti a farsi eleggere nel Knesset. E ciò
grazie alle leggi sulla cittadinanza del 1952 che, senza mai
menzionare «ebrei» e «non ebrei», sono il fondamento primo
dell'apartheid, insieme alle leggi sull'istruzione pubblica,
alle norme della Israel Land Authority, che garantiscono
la segregazione delle terre e le leggi matrimoniali religiose
che sono mantenute separate dal codice matrimoniale civile.
I «non ebrei» debbono risiedere molti anni in Israele prima
di ottenere la cittadinanza, possono essere espulsi dall'oggi al
domani e debbono ufficialmente rinunciare alla loro cittadinanza
originaria. Per esempio, i cosiddetti «diritti dei
residenti che rientrano in patria» (doganali, sussidi per le
abitazioni e l'istruzione) valgono solo per gli «ebrei», gli
yored. La discriminazione più plateale è quella che appare nei
documenti d'identità che tutti sono tenuti a portare con sé e
ad esibire in qualsiasi momento. Sotto la dicitura «nazionalità»
figurano le seguenti categorie: «ebreo», «arabo», «druso»,
«circasso», «samarita», «caraita» o «straniero». Dal
documento d'identità i funzionari dello stato sanno subito a
quale categoria appartiene la persona. Malgrado innumerevoli
pressioni, il Ministero dell'Interno si è sempre rifiutato di
accettare la dicitura «nazionalità israeliana». A quelli che
l'hanno richiesta, viene risposto su carta intestata «Stato
d'Israele» che «si è deciso di non riconoscere una nazionalità
israeliana», mentre si ricorda che si ha il diritto a lasciare
in bianco la voce «nazionalità», previa richiesta al
ministero di competenza. Nella lettera non si specifica chi ha
preso tale decisione né quando.
La legge sulla coscrizione militare del 1986 non sembra
discriminatoria perché usa l'espressione «giovani di leva
arruolati» come termine universale e riferibile a tutti i
cittadini d'Israele. In realtà contiene un semplice
marchingegno che ne fa una delle leggi più discriminatorie, un
vero e proprio pilastro dell'apartheid: è la figura dell'enumerator,
autorizzato a chiamare i giovani ad iscriversi nelle liste
di leva, a convocarli al distretto con uno specifico richiamo
alle armi. Nella legge si fa uso del termine «autorizzato», il
che implicitamente lascia all'enumerator la facoltà di
chiamare, o di non chiamare alle armi, i giovani in età di
leva. Quelli che non ricevono la chiamata sono automaticamente
esentati dal servizio militare. E’ semplicissimo: quelli che
dai documenti d’identità risultano appartenenti al «settore
arabo» non vengono chiamati.
*
Israel Shahak: Dopo alcuni anni nel campo di concentramento
nazista di Belsen, nel 1945 si stabilì in Israele, dove si
laureò in Chimica. Ha prestato servizio nell’esercito
israeliano e dopo una carriera come docente universitario è
morto qualche anno fa.
Articolo tratto dal sito www.disinformazione.it
con il gentile permesso dell'amico Marcello Pamio.