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Smascheramento del potere
occulto di Bankitalia [Smascheramento del potere (non autonomo e indipendente ma) incontrollabile di Bankitalia]
8/11/2004 Nella già ricordata comparsa depositata dalla banca d'Italia nel giudizio civile instaurato dal professor Giacinto Auriti è stato anche affermato che "le decisioni riguardanti la quantità dei biglietti da immettere nel mercato ed i tempi dell'immissione, competono alla sola Banca Centrale, in quanto strumentali all'esercizio delle funzioni di controllo della liquidità del sistema e di salvaguardia del valore del metro monetario, affidatele nell'ordinamento italiano"... "e ora trovanti fondamento, anche a livello comunitario, nell'art. 105 del Trattato di Maastricht sull'Unione Monetaria Europea". Sostanzialmente è quanto aveva dichiarato il Sottosegretario di Stato Vegas rispondendo ai senatori interroganti, anche al fine di dimostrare come le dottrine economiche dominanti ritenessero inammissibile la concentrazione nell'autorità politica anche del potere monetario. Ora sul punto desta veramente impressione il contenuto di un articolo apparso su La Repubblica del 1° giugno 1994, dal titolo già di per sé altamente significativo: "La religione di Bankitalia". Questo articolo, scritto con accenti che sembrano davvero ispirati al più cieco fanatismo, dopo aver affermato che "la continuità storica dello Stato italiano resta affidata alla banca d'Italia assai più che alle altre Istituzioni", rileva che "la religione della moneta" deve rimanere integra nella sua ortodossia "al servizio di una divinità altamente simbolica - quel biglietto di banca firmato dal Governatore, che personifica il potere d'acquisto del cittadino - ma altresì una divinità che, se fedelmente servita, è dispensatrice di beni, mentre, quando viene tradita, si fa implacabilmente vendicativa"; e più oltre che "i Governatori sono i sacerdoti addetti al suo culto", i quali "se non fossero pienamente indipendenti e soggiacessero a poteri esterni la loro qualità liturgica verrebbe meno"(1). Dunque la dottrina di Montesquieu non è più attuale, perché accanto al potere legislativo, al potere esecutivo ed al potere giudiziario, nei quali fu frantumato il potere assoluto dei sovrani dopo la rivoluzione francese, ce n'è un quarto, quello monetario: ma mentre, a ben guardare all'interno dei principi, il potere esecutivo ed il potere giudiziario sono in una posizione di ineliminabile subordinazione (almeno concettuale) rispetto al potere legislativo, perché entrambi assoggettabili, nella loro concreta manifestazione, alla legge, e quindi a chi ha il potere di emanarla (basti pensare alle limitazioni che può subire il potere giudiziario in conseguenza di nuove leggi processuali o di provvedimenti di clemenza; o il potere esecutivo in conseguenza di leggi diversamente disciplinanti il funzionamento degli organi della pubblica amministrazione), tanto che è giustificato il dubbio che l'uno e l'altro possano considerarsi veri poteri(2); quello monetario, invece, non solo dev'essere autonomo e indipendente, ma addirittura aspira ad occupare e a mantenere un ruolo di tutore dello Stato in materia di politica monetaria, tanto da assumere, assecondando la mistica dell'articolo de La Repubblica, persino la dignità e l'intoccabilità di una religione, con i suoi misteriosi riti ed i suoi onnipotenti sacerdoti. Peraltro tra questi ultimi non può di certo annoverarsi il Governatore, come troppo riduttivamente è scritto in quell'articolo, in quanto il Governatore di questa religione pagana è piuttosto il pontefice massimo, non fosse altro che per la durata della sua carica che non soffre di alcun limite temporale(3). Inoltre può legittimamente dubitarsi che questo quarto potere abbia le carte in regola con la Costituzione della Repubblica Italiana, o almeno con il suo spirito informatore(4): la nostra Costituzione non brilla certo per sinteticità, poiché, anzi, dopo aver trattato dettagliatamente nella prima parte della posizione del cittadino, inteso come individualità e poi anche nei suoi rapporti con la società nelle sue diverse manifestazioni, nella seconda parte si diffonde nel disciplinare la società politica in tutte le sue espressioni (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo e Magistratura), ricalcando proprio la classica tripartizione del Montesquieu, ed omettendo qualsiasi accenno, anche solo indiretto, al problema della moneta ed agli enti che ne dovrebbero regolare la politica nell'ambito del sistema economico dello Stato. Né questa omissione potrebbe in ipotesi trovare una giustificazione nella considerazione che il problema della moneta e del suo governo sia sorto in epoca successiva alla entrata in vigore della Costituzione, perché è vero proprio il contrario, e cioè che tutte le leggi principali e gli statuti sulla materia sono di data precedente al l° gennaio 1948, e che quindi i nostri costituenti avevano davanti il modello della banca d'Italia, quale era stato già delineato da quelle leggi. Quale significato può, pertanto, darsi al silenzio dei costituenti italiani sulla banca centrale, come ente investito di una pubblica funzione così preminente sulle altre qual'è l'emissione della moneta e il governo della politica monetaria, nonché sulla sua posizione di assoluta autonomia e indipendenza da ogni altro potere dello Stato, tanto che non se ne può nemmeno immaginare una nuova e diversa disciplina legislativa?(5) Può di fatto, il nostro Istituto di Emissione riempire questo vuoto costituzionale, pur essendo legittimato da una produzione di leggi soltanto ordinarie, che però non trovano nella Carta Costituzionale alcun titolo che possa giustificare la loro appartenenza all'attuale ordinamento giuridico nazionale, per quanto riguarda sia la posizione di potere assoluto della banca d'Italia, in tema di politica monetaria, svincolato da quel delicato assetto di equilibri e di contrappesi che interessa invece gli altri poteri; sia il contenuto stesso di quel potere, che, come si è visto, stravolge il concetto di proprietà (pur garantita dalla Costituzione) con riferimento alla moneta, consentendo all'ente di emissione di prestare alla comunità nazionale quella moneta che invece le sarebbe dovuta e trasformando tale comunità da creditrice a debitrice? Perché la Carta Costituzionale repubblicana, pur così attenta ai diritti dei cittadini ed al valore fondante del lavoro, ha mantenuto un così colpevole silenzio sulla "grande usura" che si consuma a danno del popolo, e sul suo asservimento alla moneta addebitatagli a titolo di prestito, nonostante che il suo valore le derivi proprio, per un processo di induzione(6), dalla convenzione sociale di accettazione? Non è forse vero, se si vuole considerare il fenomeno nella sua essenza, che la banca d'Italia non crea la moneta, ma fabbrica solo i simboli monetari, ai quali i cittadini conferiscono con la loro accettazione (ed il loro lavoro) quel valore indotto che si traduce, poi, nel potere d'acquisto? A queste domande è certamente difficile rispondere se non ponendo in evidenza il carattere segreto, misterioso, e iniziatico di tutto ciò che circonda il problema della moneta: non c'è alcun dubbio che ogni discorso su tale problema viene avvolto dalla cortina fumogena di un linguaggio oscuro, di difficile comprensione per i profani, che riesce ad occultare il vero significato delle parole: con questo ricorso ad una semantica distorta si riesce a far credere al popolo, in tema di moneta, una situazione completamente opposta a quella reale, come quella di fargli accettare, acriticamente, la posizione di debitore di una moneta che è invece di sua proprietà (Si pensi, tanto per fare un esempio di più immediata comprensione, a come sia fuorviante lo stesso nome di "Banca d'Italia", dato all'Istituto Centrale monopolizzatore dell'emissione della moneta cartacea: nonostante, infatti, che sia - come si è già detto - una banca di natura privata, tuttavia quel nome è tale da indurre la gente a ritenere che si tratti invece di un ente statale o parastatale. Prova ad interpellare gli studentini di diritto bancario, e ti accorgerai che tutti, senza eccezione, dichiareranno che la banca d'Italia è dello Stato, dimostrando quanto sia vasta la disattenzione sul problema, determinata e alimentata da chi ha interesse ad occultare la verità!!!). Tutto ciò è quindi effetto di un vero e proprio disegno, cui presta determinante ausilio, per disonestà o per ignoranza, tutto un mondo di politici, di banchieri, di opinionisti, e di università, che ha l'unico scopo di tenere nascosta la verità. Ciò che ferisce gli occhi capaci di osservare è che oggi non vi è solo concentrazione di ricchezza, ma anche l'accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mani di pochi, che spesso non sono neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in coloro che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni: per cui sono in qualche modo i distributori del sangue stesso di cui vive l'organismo economico, ed hanno in pugno, per così dire, l'anima dell'economia, così che nessuno, contro la loro volontà, può respirare. La moneta è infatti per la comunità nazionale ciò che per l'individuo è il sangue: come questo, anche quella non può essere sottoposta ad arbitrarie restrizioni ed è dovuta "all'uomo perché è uomo", perché, quale componente della comunità, ne è proprietario, e non può, di conseguenza, esserne debitore, tenuto al rimborso con interessi. Il grido d'allarme che emerge da questo sito riguarda in realtà un plurisecolare urlo antischiavista che va dalla fondazione della Banca d'Inghilterra al nostro attuale mondo "malmondato", in cui si vorrebbe pretendere di sostituire l'universalità del pensare umano, dimostrata da Rudolf Steiner nella sua scienza spirituale della libertà, col pensiero unico, col mercato unico, con la moneta unica, in una globalizzazione in cui individui e popoli sono destinati a perdere la loro dignità e a divenire schiavi scientificamente persuasi. Una risposta più concreta, almeno dal punto di vista meramente dottrinario, alle domande sopra elencate, porterebbe ad affermare che il potere della banca centrale, così incoerente con il sistema costituzionale italiano, potrebbe essere annoverato tra i cosiddetti "poteri impliciti", la cui teoria fu per la prima volta sostenuta da Alexander Hamilton(7). Sennonché si tratta di una dottrina evidentemente frutto di "perversione" legislativa e di arroganza politica, che non può davvero trovare ingresso nel nostro ordinamento giuridico democratico, predisposto per ordinare i vari poteri dello Stato in modo equilibrato, cosicché l'uno sia di contrappeso all'altro. E' facile immaginare le conseguenze nefaste cui andrebbe incontro l'ordinamento dello Stato se si accettassero come legittimi quei poteri che non fossero esplicitamente previsti a livello costituzionale, e quale sarebbe il disordine e la confusione per il tessuto strutturale della Nazione. NOTE: (1)
Questo articolo richiama alla memoria quanto ha
scritto il noto politologo Edward N. Luttwak: "Una
nuova religione fanatica - praticata anche in America - ha preso posto
di tutte queste vecchie credenze: il centralbanchismo. Come tutte le
religioni, esso ha un Dio - la moneta forte - e un demonio,
l'inflazione". (Rip.
in Giano Accame, "Il potere del denaro svuota le democrazie",
Ed. Settimo Sigillo, 1977, pag. 41). Sulla stessa lunghezza d'onda
sembra sintonizzato Michel Aglietta nel suo "Il dollaro e
dopo": "E' un fatto
che la moneta, nella nostra epoca, gode di un prestigio un tempo
riservato alla religione: una dimensione misteriosa e tremenda,
accessibile solo agli iniziati".
(Rip. in Massimo Fini, op. cit, pag. 242). Il pensiero non può non
andare al monito del discorso della montagna: "Non potete servire a
Dio e a Mammona" (Luca, 15, 13). Tale "religione"
continua comunque ad essere professata in nome dell'incapacità dei
politici, oggi ridotta al "fantozzismo" di cui parlava
saggiamente Pound con le parole: i politici non sono che i camerieri dei
banchieri. Le seguenti parole sono, per esempio, una trascrizione di una
recente intervista al senatore Natale D'Amico, funzionario di Bankitalia:
"Finalmente le
banche d'Italia non sono più banche pubbliche! […] tutte
le volte che la politica ha messo le mani sulla vigilanza bancaria, ha
fatto danni clamorosi!" (Radio
Radicale del 24/10/2003 h. 14.30 ca).
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