Congratulazioni
al nuovo ministro alle Politiche Sociali, a nome Paolo Ferrero.
Mai sentito nominare?
Nemmeno io.
Nella sua autobiografia si qualifica così: «ex operaio e
cassintegrato Fiat».
Una bella carriera.
Anche se il compagno Paolo ha smesso presto di fare il cassintegrato.
Lui, che ha 45 anni, dieci anni fa era già nel consiglio nazionale di
Rifondazione Comunista,e prima era stato consigliere comunale e
segretario provinciale a Torino per Democrazia Proletaria. La sua vera
carriera è insomma, fin dai suoi vent’anni, quella del
nomenklaturista.
Pagato dai contribuenti.
Complimenti anche a Cesare Damiano, nuovo ministro del Lavoro.
Dal 1970, ossia da 36 anni, è sindacalista della FIOM-CGIL.
Tutta una vita nelle «lotte» contrattuali.
Il padronato chic griffato Montezemolo e Della Valle, che ha tanto
voluto la sinistra al potere, sarà contento di trovarsi come
controparte questo sindacalista tutto-Fiat; vedrete come ridurràil
costo del lavoro.
Ma Damiano,
rubando attimi preziosi alla sua missione operaia, ha trovato il
tempo di farsiuna cultura, di scrivere libri.
Fra cui uno dal titolo «Fassinèscion. L’Italia di Piero in 100
vignette», con presentazione dell’inevitabile Gad Lerner, edizioni
L’Unità.
Dichiararsi affascinati da Fassino, renderlo divertente in 100 vignette,
dev’essere stato un duro sforzo intellettuale; ma ha l’adulazione,
si sa, fa avanzare nelle carriere interne della nomenklatura. Eccolo
ministro.
Damiano ha un’idea sola: abolire la legge Biagi, e precisamente con
provvedimenti punitivi, rendendo proibitivo il costo delle assunzioni a
termine.
Il risultato sarà che i giovani non troveranno più nemmeno posti da
precario.
Che le piccole industrie italiane, già devastate dalla concorrenza
cinese, non possano assumere masse a tempo pieno, non importa a Damiano:
lui deve solo applicare la teoria sociale,fare qualcosa di sinistra.
Ma sono tutti così, i nuovi ministri.
Gente che non ha imparato niente, non ha visto il mondo cambiare sotto
la globalizzazione liberista, ma ha un’idea fissa: riportare
indietro l’orologio.
La Turco ha
dichiarato che tornerà alla riforma Bindi per «applicarla
pienamente»: ossia ri-nazionalizzare la Sanità, rifare dei medici
degli statali, applicare il razionamentodi Stato dei farmaci.
Pecoraro Scanio cancellerà il ponte di Messina; potremmo anche essere
d’accordo, ma visto che i contratti d’appalto sono già stati
avviati, il ritorno all’indietro costerà centinaia di miliardi in
penali.
Mica paga lui, er Pecoraro.
Lui applica l’ideologia anti-infrastrutture, noi contribuenti la
paghiamo.
E Mastella?
Ha già assicurato che garantirà alla magistratura gli indebiti
privilegi e i poteri abusivi che si è presa dai tempi di Mani Pulite,
cancellando gli sforzi di Castelli per riportare la casta dei
privilegiati entro i suoi limiti legali.
Sono tutti così, tutti voltati all’indietro, tutti con la fretta di
ridarci il passato da cui cercavamo
di sfuggire.
Il motivo è chiaro: tutti questi sono il ceto che vive non «per» la
politica, ma «della» politica.
Gente per cui la politica è il solo mestiere, e da cui traggono i loro
stipendi.
E stipendi d’oro, quali nel privato non si vedono più.
Questa gente ha
avuto paura che, con Forza Italia e la Lega, la democrazia
abolisse il loro mestiere, facendo avanzare una classe nuova, di gente
venuta dal privato e pronta a tornarvi se non rieletta.
Una paura blu: v’immaginate Mastella costretto sfornare pizze?
D’Alema a chiedere un fido per far andare avanti una sua azienda?
Marini in un cantiere a gestire muratori?
Con tutti i rischi connessi alla vita attiva nella libertà, il
fallimento, la disoccupazione, la necessità di formazione permanente
per tenersi aggiornati, con un occhio alla concorrenza, ai conti, al
mercato azionario?
Troppo duro.
Non sopravviverebbero un giorno.
Ecco perché hanno formato questa enorme coalizione, eterogenea in modo
addirittura ridicolo.
Il solo punto in comune che hanno tutti costoro, dai rifondazionisti a
Mastella, è però preciso ed essenziale: il loro comune interesse a
continuare a farsi pagare dall’erario pubblico.
Di fatto, ha vinto la variegata categoria di tutti coloro che i soldi
dallo Stato «li prendono», coalizzati per strizzare ancora di più
coloro che i soldi allo Stato «li danno», ossia noi, i contribuenti.
La più
elementare delle lotte di classe: garantiti e privilegiati
uniti contro gli altri.
Coloro che campano senza dover rispondere di nulla, contro coloro che
devono rispondere di tutto, esibire risultati, creare profitti,
inventarsi delle idee per stare a galla.
Per questo, mi pare ottimista la tesi di Berlusconi, che questo governo,
con una maggioranza così risicata e una coalizione così sbrindellata,
cadrà presto.
Il solo vero mestiere di lorsignori è: prendere il potere e restarci.
Il solo in cui sono bravissimi.
E anche voi lo sareste, se un vostro stipendio di 22 milioni di lire
mensili, o di 40, dipendesse dal potere pubblico, dalle tasse dei
contribuenti.
La prova è sotto gli occhi di tutti.
Io personalmente portavo i calzoni corti quando entrò in Parlamento per
la prima volta, nel 1954, Giorgio Napolitano.
Ora sono in pensione dopo una vita di alti e bassi, è caduta perfino
l’Unione Sovietica, e Napolitano - dopo 52 anni come senatore più un
decennio da deputato europeo a 44 milioni al mese - è capo dello Stato.
Per lui niente bassi, solo alti.
E Prodi?
Ero un giovane di belle speranze nel ‘74, e lui era già ministro
dell’Industria in non so quale governo DC.
Ed ora, 32 anni dopo, è ancora lì.
Padoa Schipppa?
Stava con Delors a congiurare l’euro un trentennio fa, ed ora è
ministro.
Tutti inamovibili.
Immarcescibili.
E tutti longevi.
Non c’è segno più certo di un potere oligarchico, che la tarda età
dei potenti.
E la cosiddetta sinistra è un ospedale geriatrico.
Franco Marini con i suoi 73 anni, è un giovanotto.
Napolitano ne ha 82; Ciampi lo volevano riconfermare presidente fino a
92; Forza Italia non ha trovato di meglio come candidato alternativo che
Andreotti di 87, e al Senato il governo di Prodi (68) può contare su
una ristretta minoranza dei senatori a vita - ossia che noi non abbiamo
eletto né voluto - che vanno da Emilio Colombo (86 anni, ma si tiene su
con la cocaina) a Rita Levi Montalcini, di anni 97.
Tutta gente che
occupa posti da mezzo secolo.
Che impedisce ogni ricambio generazionale, che lascia invecchiare i
giovani generazione dopo generazione senza offrire loro una sola
opportunità di farsi le ossa, di provarsi nella vita pubblica.
Del resto, anche voi fareste così: chi rinuncerebbe ad emolumenti da 12
o 27 o 40 milioni il mese, senza obbligo di mandato né di fornire «risultati»?
Questi li avremo sul gobbo per vent’anni.
Maurizio Blondet