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  Elementi di Psicologia spirituale

 

29/04/2004

Introduzione

Per completare il quadro conoscitivo, è opportuno accennare anche alla Psicologia spirituale, la quale gioca un ruolo sempre più importante, soprattutto nel processo di riconoscimento di se stessi.

La psicologia spirituale è un percorso intuitivo che, mettendo a disposizione alcuni dei suoi possibili strumenti, ci permette di comprendere come e perché usarli. Come tutti i normali strumenti, essi sono a nostra disposizione e spetta a noi di compiere la scelta se usarli o meno.

            Contrariamente alla psicologia tradizionale che si focalizza sui problemi della personalità egoica, la psicologia spirituale è olistica, concentrata sull’anima, sulla mente e sul corpo. La psicologia tradizionale si sforza di aiutare la persona a rinforzare la personalità egoica e l’amore verso l’ego: grazie alla penetrazione intuitiva nei problemi consci e inconsci della vita attuale, l’individuo viene aiutato a superare tali problemi e a vivere una vita più completa, lasciando più o meno intatto l’ego.

            La psicologia spirituale amplia la prospettiva estendendola allo Spirito. Essa guarda ai molti aspetti dell’entità spirituale esistente sui vari piani dell’essere. La psicologia spirituale è interessata allo scopo dell’esistenza umana su questo pianeta e tiene conto degli eventi codificati nella memoria storica animica di ciascun individuo, cioè della Legge del Karma.

            L’anima, simile a un lume di candela posto al centro di una sala degli specchi, si riflette in ogni sua parte moltiplicandosi all’infinito. E’ difficile distinguere le immagini dalla realtà e ogni immagine ha ciascuna parte del reale in sé.

            Così è per la memoria della nostra anima. Se siamo capaci di cercarla, abbiamo la capacità di accedere a ogni parte della nostra totalità. Tale memoria è depositata nel piano astrale. Le registrazioni associate a sentimenti o le registrazioni akashiche buddiche sono semplici fatti contenuti in forme-pensiero, ed è la memoria astrale che influenza l’intera vita di ogni individuo presente in questo momento sulla terra.

            La memoria astrale è distribuita in svariati corpi di luce, che costituiscono la nostra aura.

            Per esempio i sentimenti-pensieri che riflettono le esperienze provenienti da altre vite sono contenuti nel corpo astrale; le sensazioni raccolte durante le esperienze del concepimento, nella vita intrauterina, alla nascita o nella vita attuale sono contenute nel corpo dei sentimenti; I modelli dei sentimenti del codice genetico familiare, noti come karma della famiglia, sono vibrazioni del corpo astrale che si trovano nel corpo fisico, nel DNA di ogni cellula.

            La psicologia spirituale tiene conto della posizione dell’ego nel tempo/spazio e dei legami individuali con il proprio processo spirituale. L’attenzione della psicologia spirituale è rivolta all’essere complessivo, rendendo la persona consapevole e risolvendo tutti gli altri aspetti dell’Essere, considerando questa vita e tutte le altre esistenze che abbiano avuto una rilevanza. Sono i temi che causano conflitto, dolore e distorsioni nella vita in questo tempo/spazio.  L’obiettivo è quello di vedere i modelli di comportamento e capire come incidono nell’attuale esperienza di vita. La comprensione profonda consente nuove prospettive e una nuova qualità nell’interazione umana, creando lo spazio per connettersi con l’aspetto divino presente in ciascuno, il Sé superiore.

            La connessione con l’essenza divina consente all’individuo di usare la fonte che trova in sé stesso come forza di guida nella vita al posto della personalità egoica. (A tale scopo gli esercizi mentali riportati nel capitolo n° 8 ci aiutano molto a stabilire tale connessione).

            Gran parte degli attuali modelli di psicologia si sono focalizzati sui traumi dell’ego dell’individuo e sulla sua palese vittimizzazione nel tempo/spazio. La psicologia spirituale vede la vita non come un melodramma, piuttosto come una serie di eventi (opportunità) che porta alla crescita.

            Dal punto di vista della psicologia spirituale non ci sono vittime né persecutori, esistono soltanto studenti e maestri. Ciascun individuo è studente e al tempo stesso maestro di vita.

            Nel maestro non ci sono sentimenti o atteggiamenti da risolvere, non c’è nessuna risonanza. Qualsiasi atteggiamento, giudizio o sentimento, per quanto piccolo, è in realtà la risonanza dei nostri problemi irrisolti. Come l’eco in una caverna o un’immagine allo specchio, tutto ciò che ascoltiamo o vediamo è il nostro sentire bloccato e trascurato.

            La psicologia spirituale indica che lo scopo principale dell’incarnazione umana in questo momento nel tempo/spazio è lo sviluppo di sufficiente chiarezza per potersi connettere con il Sé superiore, che è esperienza d’amore incondizionato.

            Nella conoscenza dell’evoluzione della coscienza sulla terra ve ne sono pochi esempi: i santi, uomini o donne, vissuti nel corso dei secoli. Tutte le capacità paranormali dei santi sono state definite miracoli, anche se sono soltanto espressioni dei poteri creativi che appartengono al nostro potenziale in quanto essere umani.

            E’ solo con l’evoluzione della coscienza che tale connessione è diventata accessibile a molti. Uno dei passi fondamentali che contribuisce a raggiungere in modo innocuo simili stati di potere interiore è la comprensione della motivazione del comportamento della personalità. Per raggiungere tale obiettivo sono disponibili molti tipi di terapia, che da soli non sono però sufficienti.

            Per ottenere una connessione con il Sé superiore e il potere interiore che tale connessione rende possibile, è essenziale avere il controllo del corpo dei sentimenti e del corpo astrale.

            Il corpo dei sentimenti domina la personalità egoica, il corpo astrale le memorie di altre vite, insieme sono il fattore emotivo dominante nel comportamento umano.

            Che questi sentimenti vengano individuati oppure no, sono la forza principale che influisce sul nostro comportamento. Le distorsioni causate da sentimenti irrisolti bloccano la capacità di visione e di comprensione chiara, dando origine a guerre e a sofferenze di ogni tipo.

            Grazie al legame con il Sé superiore, l’essere umano è in grado di lasciare da parte gli interessi centrati sull’ego e diventare così il servitore della coscienza superiore espressa come Amore incondizionato non giudicante. Con la chiarezza di pensiero, ogni individuo può sviluppare la propria capacità di comprensione profonda. Con la comprensione si sviluppa un amorevole distacco nei confronti dell’evento che chiamiamo vita. Il distacco amorevole sostituisce i bisogni comportamentali della personalità egoica, motivati da sentimenti irrisolti.  I poteri creativi in ciascuno di noi si possono utilizzare partendo da una condizione di innocenza e di saggezza.

            Quando la personalità egoica è pulita, acquisisce capacità intuitiva e comprensione ed è in grado di amare incondizionatamente.  Il corpo dei sentimenti e il corpo astrale diventano traslucidi e irradiano luce.

            Per la psicologia spirituale la vita è un processo dell’Essere che è in realtà Dio in divenire.  Dio, o Coscienza Universale, in una delle sue molte sfaccettature espressive è luce che trasforma e cerca la sua strada verso casa nelle frequenze più elevate di chiarezza e radiosità.

            L’esistenza nel tempo/spazio è un servizio che contribuisce alla trasformazione del cosmo stesso. Grazie al nostro legame cosmico, noi siamo tutt’uno con l’universo. Ciascun individuo che si trasforma in una frequenza più elevata di luce aggiunge qualcosa alla trasformazione del gruppo. Il servizio consiste anche nell’aiutare la trasformazione dell’anima del gruppo che chiamiamo umanità: serviamo il tutto dando compiutezza evolutiva alla nostra anima individuale.  Venire nel tempo/spazio su questo pianeta ha come scopo di trasformare la coscienza, illuminando se stessi e aiutando la trasformazione del gruppo, irradiando luce che si aggiunge alla risonanza di luce del gruppo, del pianeta, e così via : servire l’anima individuale dell’essere umano e così facendo servire il processo evolutivo di tutto il genere umano.

            Il servizio è il tema fondamentale per cui scegliamo di prendere forma nel tempo/spazio. Vivere è servire l’Essere spirituale, l’umanità, l’universo e ciò che è la fonte di tutto ciò che esiste: serviamo con intento, al massimo del nostro potenziale, ricollegandoci alla nostra fonte, integrandola, vivendola e diventando uno con noi stessi.

La Fonte è Essenza divina, amore totale, beatitudine, pace, gioia, redenzione. La separazione dalla fonte è la parte dell’amore/volontà divina che sceglie di esprimersi come individualità. La Fonte è il Dio che vive in ciascuno di noi, il nostro Sé superiore. E’ l’aspetto di noi che ha la volontà di incarnarsi nella forma umana.

Separazione - Involuzione

            Per gran parte degli esseri umani la nascita nel tempo/spazio ha creato un sentimento di separazione dalla fonte, dall’amore divino e dalla libertà della volontà creativa. La separazione dalla fonte d’amore e dal senso di unità che essa emanava è l’essere separati dalla consapevolezza che siamo noi a creare tutto ciò che riguarda la nostra evoluzione, seguendo uno scopo ben preciso: la separazione dallo stato di coscienza totale dell’influenza che abbiamo su tutto ciò che si crea nel tempo/spazio e che il “Sé” sperimenta.

            La separazione è intesa come la temporanea mancanza di comprendere che la materia è un’illusione e che può essere elaborata come dolore o sofferenza, o trascesa grazie all’amore, alla comprensione e all’uso creativo della volontà.

Ricollegarsi - Evoluzione

            La spiritualità è il profondo desiderio di riconnettersi con la fonte, con un senso d’amore, di pace e di unità.  Tutte le religioni hanno tentato di facilitare tale connessione, così come i riti e la magia. Grazie alla sua comprensione intuitiva e ai suoi strumenti pratici, la psicologia spirituale è un altro mezzo per contribuire a tale processo di riconnessione.

            Il senso di separazione dal tutto e di isolamento crea nell’essere umano un sentimento di perdita, la sensazione di non essere amati e di non avere il potere di modificare la situazione. Anche se i genitori umani ci amano al livello più profondo del loro essere, il desiderio di riconnettersi con la fonte divina è sempre presente in noi tutti, e ognuno cerca a suo modo di tornare a casa. Essere amati dai genitori umani aiuta a vivere questa temporanea separazione con armonia e fiducia.

            Se l’essere umano non si è sentito amato dai genitori umani, fatto che sinora sembra essere la norma, ha provato un profondo senso di tristezza per questa apparente separazione, che a sua volta ha creato un ulteriore sentimento di deprivazione di potere. 

            Questi due sentimenti, quello di non essere amato e quello di non aver potere, creano a loro volta un enorme e diversificato numero di distorsioni e di proiezioni legate insieme in emozioni-sentimenti e credenze che originano poi i nostri atteggiamenti.

            I sentimenti e le credenze sono influenzati dalla società e dagli eventi di cui facciamo esperienza. I nostri sentimenti personali profondi a proposito di noi stessi in rapporto con il mondo sono basati sulle informazioni codificate in noi prima della nascita e nelle esperienze di altre vite. La sfida consiste nel risolvere tutto quanto nell’esperienza attuale.

            Acquisendo nuova forma, questi sentimenti eterni e irrisolti di disperazione, dolore, paura, colpa, dipendenza, rabbia od orgoglio si rafforzano e sono sperimentati in un’altra versione grazie alla nuova sceneggiatura della nostra vita. Si presentano rivestiti a nuovo dall’esperienza di vita attuale attraverso il nostro corpo, i nostri genitori e gli eventi di cui scegliamo di fare esperienza.

            Oltre alla codificazione genetica che i nostri corpi ricevono dai genitori, riceviamo da loro anche i sentimenti che hanno colorato la loro vita, gli atteggiamenti e i comportamenti emotivi che hanno imparato dai loro genitori nella catena infinita della famiglia che si estende da una generazione all’altra. Tutto ciò è codificato in noi. Anche i sentimenti sperimentati dalla sostanza, dal momento del big bang in poi, sono codificati dentro di noi. In questo modo siamo direttamente collegati al cosmo e alla stessa esperienza.

            Mentre siamo nell’utero, veniamo codificati dagli eventi e dai sentimenti a essi associati dai nostri genitori. Le regole e le norme della particolare cultura da cui i nostri genitori provengono, i loro sentimenti religiosi e gli atteggiamenti personali connessi sono codificati in noi come colorate forme-pensiero dei sentimenti.  Naturalmente siamo codificati anche da sentimenti di coraggio, umiltà, armoniosità e amorevolezza, provenienti da altre parti della nostra anima, da altre vite, dai nostri genitori e dalle generazioni che ci hanno preceduto. Questi sentimenti sono il nostro sostegno nella vita, sono i sentimenti che ci sorreggono e ci aiutano nelle difficoltà. I nostri sentimenti possono essere un punto di forza o di debolezza a seconda del modo in cui la nostra personalità egoica li interpreta.

La personalità egoica - L’interprete

            L’ego è coscienza, è entità spirituale che acquista identità quando si sposta in una frequenza inferiore a quella del Tutto divino. Scende in vibrazione raccogliendo a ciascun livello un veicolo, sino a che non diventa forma fisica. L’entità spirituale cosciente come totalità si chiama ego. In quanto esseri divini abbiamo accesso a una conoscenza che possiamo usare oppure no nel tempo/spazio.

            La personalità egoica è l’interprete che ci aiuta a identificarci con il tempo/spazio. Usiamo la sua consapevolezza come intermediario fra il mondo fisico e gli esseri spirituali che noi siamo. La personalità egoica è un aspetto temporaneo, selettivo e separato di quell’entità spirituale; è la parte della coscienza divina, del Tutto o di Dio, che è discesa e che si esprime selettivamente per un momento nel tempo/spazio, separata da se stessa a causa della densità delle frequenze.

            La personalità egoica usa i sensi del corpo per fare esperienza e il cervello e il corpo per elaborare e accumulare informazioni; assimila gli eventi che creano il carattere della personalità; raccoglie e sceglie esperienze, immagazzinandole in ciò che la psicologia denomina subconscio (coscienza in stato evolutivo inferiore, costituita dai corpi dei sentimenti, mentale e astrale, filtrati per farci agire nella vita quotidiana). Questo “io” o personalità egoica è la “consapevolezza” che si esprime nel mondo.

            La personalità egoica può essere aggirata per consentire l’accesso alle informazioni depositate nel subconscio relative al momento attuale nel tempo/spazio, ad altre vite: si può fare esperienza di altri livelli di consapevolezza. Ripulendo i vecchi sentimenti depositati, fatti di sostanza a frequenza densa, dissolvendoli, si crea spazio per il collegamento. Collegando il subconscio alla consapevolezza, la personalità egoica può creare un accesso all’ego superconscio, detto anche Sé superiore.

            La personalità egoica arriva a essere consapevole di essere cosciente. L’individuo cosciente è in grado di servire il Sé superiore.

            Nel momento in cui le nubi dei sentimenti che separavano l’individuo consapevole dalle frequenze di luce più elevate vengono dissolte, l’individuo cosciente può diventare immensamente creativo. Fino a quando la personalità egoica continua a provare isolamento e separazione, continua a provocare agitazione nei sentimenti codificati nel corpo dei sentimenti.

            Qualsiasi giudizio è costituito da sentimenti tuttora disconnessi (la nostra personalità egoica) che ci fanno sapere di non credere nella propria amabilità, nel proprio potere e nella propria perfezione interiore, e di conseguenza di non credere neanche in quella degli altri. Trovare sbagli negli altri è proiettare su di loro il nostro senso di indegnità e imperfezione. Ciò che avviene in realtà nel corpo dei sentimenti è che sentimenti depositati reagiscono a certe sollecitazioni: i sentimenti più densi interferiscono con la capacità di pensare chiaramente a una situazione, cioè esprimono giudizi.

            La personalità egoica è incapace di discriminare con chiarezza perché i sentimenti distorcono la visuale, colorando di sé l’informazione. Se noi indossassimo occhiali colorati e non potessimo vedere il colore autentico di un’immagine, il nostro giudizio, fondato su ciò che vediamo, non rispecchierebbe la realtà. Vediamo ciò che crediamo invece di credere in ciò che vediamo. Ciò che non vediamo chiaramente è ciò che stiamo giudicando perché i sentimenti associati a quel giudizio alterano la nostra visione.

L’effetto Specchio

            Ciò che accade dal punto di vista spirituale o dell’anima viene definito “effetto specchio”. La dinamica di tale interazione ci aiuta a comprendere che ogni cosa ha una propria ragion d’essere ed è come dovrebbe essere.  L’individuo o la situazione ci rispecchia, ci rende consapevoli che in noi esiste una memoria dei sentimenti depositata che può essere risvegliata da un evento o da un comportamento. In proposito è utile fare un esempio che riguarda l’avarizia. Se ci disturba il fatto che qualcuno sia avaro, l’effetto-specchio ci sta dicendo: anche tu sei avaro. Forse succede che in questo momento del tempo/spazio noi siamo estremamente generosi e l’avarizia ci irrita. Lo specchio ci sta mostrando come, fino a che i nostri sentimenti sono colpiti dall’avarizia, abbiamo paura di ammettere che nel nostro intimo possa trovarsi un avaro.  Qualcun altro potrebbe avere paura di non possedere abbastanza. Poiché abbiamo molti tipi di comportamento depositati nella nostra anima, possiamo solo dire: “ E anche quello sono io”. Dal punto di vista dell’anima, l’altro è perfetto in qualsiasi cosa egli/ella faccia, perché sta solo facendo ciò di cui noi abbiamo bisogno. In pratica noi vogliamo che essi ci ricordino i nostri problemi non riconosciuti.

            Dal punto di vista della nostra anima e di quella degli altri comprendiamo che ogni cosa è come deve essere e che noi stessi partecipiamo a crearla per poter imparare.  La premessa è che non esistono vittime e persecutori a livello spirituale. Basandoci su tale riconoscimento, è possibile accorgerci che non esistono nemmeno i peccati: esistono soltanto lezioni, occasioni di crescita e di trasformazione. Ognuno fa del suo meglio con quanto dispone nella propria coscienza in quel momento tempo/spazio. Semmai l’errore che noi commettiamo è quello di mancare l’obiettivo, cioè di comprendere l’esperienza che stiamo vivendo per estrarne l’essenza, la saggezza. Questo errore si può  sempre correggere. Il problema nasce quando ripetiamo sempre la stessa esperienza senza rendercene conto.

            Non possiamo quindi tornare indietro, ma solo andare avanti e imparare dall’esperienza. Così è dal punto di vista spirituale: l’anima che ci sta offrendo un’opportunità di crescita è là per specchiarci.

Trasformare sentimenti e pensieri

            Abbiamo la capacità di trasformare i sentimenti provati e i pensieri a essi associati attivati da queste lezioni. Per mezzo degli strumenti che facilitano la trasformazione, acquisiamo comprensione e visione che ci aiutano a raggiungere una posizione di potere interiore e di pace. Diventiamo coscienti.

            Dallo stato cosciente di pace interiore deriva la capacità di praticare l’amore incondizionato. Impariamo ad essere di proposito canali d’amore e/o a essere amore assistendo gli altri perché aiutino se stessi a cogliere la qualità dell’amore incondizionato nella misura di cui possono usufruire. Siamo capaci di darci amore a partire dalla nostra fonte interiore e accettare l’amore che gli altri ci riflettono a conferma del fatto che siamo esseri amorevoli, parte del divino, “Dio in divenire”, meritevoli, in tutta umiltà.

            Grazie all’amore per sé e alla pace interiore acquisiamo il coraggio e il potere per superare le limitazioni del nostro potenziale umano. Vediamo la nostra partecipazione nel processo creativo che chiamiamo vita, l’unione totale di tutto ciò che esiste e l’interdipendenza di tutti gli aspetti della natura e dell’umanità, oltre alla partecipazione creativa di tutto ciò che è a tutti i livelli dell’essere.

            Camminando sull’acqua, Cristo ci ha fatto sapere simbolicamente che se padroneggiamo i nostri sentimenti, simboleggiati dall’acqua, possiamo liberarci dalla paura, superare il senso di impotenza e camminare sull’acqua.

La dinamica dell’evoluzione

Le esigenze primarie di ciascun individuo sono: sopravvivere, svilupparsi, "riconoscere" ed "essere riconosciuto" dagli altri poiché l'individuo è per definizione un individuo di un contesto, ed è dunque necessitato ad amarlo e sentirsene riamato.

Ogni entità (individuo) dispone di una generica "sensibilità" che è il portato del suo esistere e che coincide con la coscienza di sé.

Ogni entità, attraverso la sensibilità e l'esperienza, “misura” le altre entità di cui è fatta la realtà e perviene ad un suo modo di "vederle".

Quindi, attraverso la verifica del benessere o del malessere che ogni diverso modo di vivere l'esperienza comporta, identifica un modo ottimale di muoversi.

L’energia che ogni individuo impegna per sopravvivere, svilupparsi, riconoscere ed essere riconosciuto con il minimo impegno è ciò che altrimenti viene definito: pensiero, intelligenza, volontà, coscienza di sé, spirito, anima, vita, eccetera.

Il modo ottimale di muoversi è il perseguire la volontà di sopravvivere, svilupparsi, riconoscere, essere riconosciuta e raggiungere il massimo del risultato con il minimo dello sforzo.

Per questo motivo le pulsioni originarie costituiscono il sapere originario di ogni individuo.

Questo sapere, in quanto sapere comune e comune modo di vedere la realtà, è la cultura originaria del contesto delle entità individuali.

Si definisce infatti cultura un modo comune di vedere la realtà attraverso il quale le entità di un contesto possano organizzare il loro movimento in una maniera il più possibile armoniosa.

L'individuo vive e vivendo si trasforma continuamente in virtù della legge della causalità necessaria per la quale ogni cosa è l'unico effetto possibile di un numero imponderabile di cause interrelate. In altre parole, ogni individuo crea la propria realtà che è l’effetto dei suoi pensieri e del suo sentire, interrelati con i pensieri e il sentire di tutti gli altri individui. Per vivere egli utilizza la volontà che attiva l’energia che crea la realtà, cioè la sua vita.

Egli custodisce il suo sapere nella mente.

Tale sapere sarà tanto più grande quanto più è grande il numero delle esperienze fatte ed ereditate e quanto più è stata intensa e corretta la partecipazione alle esperienze sua e di coloro di cui ha ereditato il sapere.

L'individuo è padrone del sapere custodito nella sua mente. Non esiste dunque alcun inconscio o per lo meno non esiste un "inconscio" del tipo di quello fin qui descritto dalla scienza che studia il pensiero.

Anche la mente obbedisce alla causalità necessaria.

            L'individuo infatti, non potendo avere sempre “presente a sé" tutto il suo sapere, ha invece “presente a sé", ovvero ricorda, in ogni singolo momento, solo quanto, in quel momento, gli è necessario.

Dunque, la sua volontà o un altra causa non volontaria producono la necessità che in quel momento ricordi una o più parti del suo sapere fuse fra loro ed egli, semplicemente, le preleverà dalla mente e le renderà presenti a sé (le ricorderà).

Tale operazione incontra tre diversi limiti.

Il primo è che il "territorio" della mente è immenso sicché gli è praticamente impossibile percorrerlo tutto e "vedere" che cosa in esso è custodito, tanto più che molte parti del sapere, quando siano di uso non frequente, giacciono in posizioni di non evidenza talora estremamente remote.

Il secondo è che le varie, molteplici anzi infinite parti del suo sapere non sono affatto lineari ma anzi sempre complesse, multiformi e sovente contraddittorie e dunque non facili da decifrare.

Il terzo è che l'individuo ha una concezione puramente strumentale del suo sapere sicché rifiuta di “vedere” tutto ciò che è di ostacolo all'attuazione dei suoi desideri.

Nel momento in cui sollecitato da una causa deve “ricordare" qualcosa quindi, innanzitutto, ha difficoltà ad individuare i punti della mente in cui sono poste le parti del sapere che gli occorrono.

Poi ha la difficoltà di "leggerle", decodificarle e ridurle a qualcosa che possa essere utilizzato con facilità.

Infine deve valutare se esse siano adatte a fargli conseguire i risultati che desidera e cioè decidere se vuole o no “vederle”.

Per poter fare tutto ciò, per di più in tempi brevissimi, ha bisogno di organizzare un "modo" di percorrere la mente e di prelevarne e lavorarne in maniera ottimale il contenuto.

Tale modo è rappresentato dal precostituirsi degli aggregati di idee, veri veicoli specializzati, con i quali poter percorrere velocemente la mente prelevandone ed elaborandone solo quelle parti che più gli convengono.

Per fare un esempio molto elementare, pensiamo ad un individuo che per ricordare il numero 1.000 lo colleghi all'idea di una banconota da 1.000.

Ebbene l'aver associato il numero da ricordare alla banconota è appunto uno dei "modi di ricordare" “aggregati di idee" su accennate.

Alla stessa maniera, un individuo che debba afferrare un oggetto rovente. sotto lo stimolo di questa causa, preleverà dalla zona della mente dove sono “ormeggiati” gli aggregati di idee che si è precostituiti e che siano più adatti alla bisogna e con essi si calerà nella mente dove, fra la moltitudine delle sue esperienze/conoscenze dirette ed ereditate del calore, preleverà e sintetizzerà quelle che gli occorrono.

Cosi pure, se i ricordi da tirare fuori dalla mente ed i pensieri da formulare sono quelli necessari ad apparire disinvolto in una certa situazione, egli avrà, già confezionato dentro di se. un atteggiamento mentale, che si chiama disinvoltura e che è il risultato, in continua modificazione, di una serie di operazioni di prelievo e lavorazione del sapere, che, da un certo punto in poi, salvo necessità di aggiustamenti, non ripeterà più.

            Sarà dunque attraverso questo atteggiamento mentale, già pronto, che preleverà ed elaborerà il suo sapere in funzione della situazione che si trova a vivere.

Questi suoi preconfezionati modi del conoscere quando, per la molteplicità di implicazioni che recano e di situazioni in cui vengono utilizzati, aumentano di complessità e si riempiono di contenuti, diventano delle vere e proprie "forme" che danno al suo sapere e che continua poi ad utilizzare in una maniera che, per il momento, continueremo a definire inconscia, riservandoci di spiegare meglio di seguito, "inconscia".

Ne deriva che gli "aggregati di idee", oltre ad essere “strumenti conoscitivi”, sono anche filtri attraversi i quali "vede" in maniera "obbligata" il suo sapere (preconcetti).

Quando l'uso di certe forme del conoscere si generalizza fra tutti gli individui di un contesto esse diventano “culture” che troveranno già approntate e che quindi si limiteranno semplicemente a recepire.

Le culture, poi, attraverso il reiterarsi delle esperienze alle quali sono collegate, trovano spesso una simbolizzazione in qualcosa.

Ovvia, per la sua forma e quindi per le evocazioni alle quali ha potuto dar luogo, è l'elezione del serpente a simbolo del peccato e della fertilità e più ancora a "simbolo fallico” posto a difesa dei valori del nostro mondo.

Il simbolo, nato che è, diventa a sé stante rispetto al processo attraverso il quale si è formato, sicché l'individuo lo subisce ancor più "inconsciamente" (emozionalmente), come una schermatura fissa, estremamente composita attraverso la quale vede il suo sapere.

            Quale sia la forza del simbolo è facile capirlo se solo si prova ad immaginare di avere nel proprio letto una serpe per quanto innocua essa possa essere.

Ebbene il terrore che una tale idea genera è appunto legato a tutto quello che la serpe, attraverso i racconti veri o immaginari di generazioni di uomini, simbolizza.

Conscio e inconscio

L'individuo è "conscio" di tutto il suo patrimonio conoscitivo ed è dunque padrone della sua mente e del sapere ivi riposto. Non esiste dunque alcun inconscio del tipo di quello che descrive la scienza che studia il pensiero. L'individuo piuttosto esprime il suo sapere su due diversi piani: il piano della conoscenza esistenziale ed il piano della conoscenza concettuale.

Il sapere esistenziale è quello che si definisce impropriamente inconscio ed il sapere concettuale quello che si definisce impropriamente conscio.

            Attraverso il sapere esistenziale (inconscio) l'individuo si muove sul mero piano della realizzazione dei suoi desideri che cerca di attuare mediante un utilizzo più fortemente strumentale delle sue conoscenze.

Egli cioè sul piano della conoscenza esistenziale ed attraverso le forme del conoscere. adatta continuamente il suo sapere alle varie situazioni in una maniera che gli consenta di salvaguardarsi e privilegiarsi.

La conoscenza esistenziale è sempre molto evoluta.

Essa, si sostanzia in un numero elevatissimo di tecniche e di strategie comportamentali sviluppatesi nel corso dei millenni e ciascun individuo, per quanto incapace di formulare concetti svolti ne è padronissimo ed è abilissimo nel porle in essere. Questo per il semplice motivo di avere rispetto ad esse un filo conduttore certo rappresentato dalle sue proprie esigenze che ovviamente conosce bene e rispetto alle quali, di solito, non ha dubbi.

A causare la grande evoluzione del sistema intellettuale esistenziale è proprio la forte determinazione con cui ogni individuo persegue i suoi fini.

E' questa determinazione che, nell'incontro/scontro degli individui, produce la necessità di strategie comportamentali, prima individuali e poi sociali, sempre più raffinate e complesse.

Il comportamento quindi, in quanto diretta espressione della conoscenza esistenziale (inconscio), è portatore nell'individuo di "consapevolezze" che, sul piano concettuale, molte volte, non è minimamente in grado di decodificare.

Fino al punto che, pur essendo vittima "ignara" delle culture, arriva ad adoperarle come finzioni.

Sovente si parla infatti di codice comportamentale o di linguaggio in codice e cioè di un qualcosa che, decodificato, dà luogo alla spiegazione ed alla verifica di strategie estremamente complesse anche in individui semplici.

La possibilità di “muoversi” sul piano della mera conoscenza esistenziale è però ora in crisi a causa dell'attuale, più evoluto, livello di democrazia.

Le culture precedenti infatti, essendo caratterizzate da un livello di mediazione stabilizzato nei secoli, si svolgevano sul piano del sapere esistenziale (“inconscio") in una misura di gran lunga maggiore di quella oggi possibile.

In esse, affermatisi i vari rapporti di forza e stabilitisi dunque i vari "ruoli” scattava la celebrazione "inconscia" delle "finzioni dell'altruismo", culture attraverso le quali ciascuno cercava di sopravvivere o di vivere il più possibile in un ambito di equilibri prevaricatori all’infinito che, in quanto secolari, nessuno pensava di poter mettere in discussione.

L'individuo moderno viceversa, a causa dell'insorgere di ciascuno rispetto ai "ruoli” e della complessità della vita sociale, sempre più è costretto alla decodifica (presa di coscienza) del suo comportamento e dunque alla decodifica della conoscenza esistenziale (inconscia) che diviene, a quel punto, conoscenza concettuale (conscia).

Diviene cioè sempre più arduo adattare le vecchie "forme del conoscere" alla molteplicità contraddittoria delle situazioni.

Ne deriva che gli individui, movendosi "inconsciamente" e dunque tendendo indiscriminatamente a privilegiare sé stessi, vanno facilmente in crisi per l'insorgere degli altri e sono costretti a decifrare le loro forme del conoscere.

In questa maniera, estendendo sempre più il piano della conoscenza concettuale a scapito di quella esistenziale, finiscono per rendere "conscia" una parte sempre più vasta del loro inconscio.

Il che equivale ad acquisire un metodo di indagine conoscitiva libero dagli errori che i pregiudizi e la tendenziosità fatalmente generano e quindi la possibilità di "riorganizzare" il proprio sapere "inconscio" che, a quel punto, nel momento in cui viene accettato, diviene conscio.

Se ne deduce che una delle cause del relegare nell'<inconscio> il sapere altrimenti conscio è la tendenziosità.

Per cui si potrebbe anche dire che una parte dell'inconscio coincide con ciò che l'individuo “rifiuta" mentre viceversa il conscio con ciò che egli "accetta". E’ un po’ la nostra cantina dove immagazziniamo tutto quello che non ci serve al momento o che non vogliamo vedere. Tuttavia gli eventi del passato irrisolti ci condizionano continuamente, anche se noi non ne siamo consapevoli, e determinano i nostri atteggiamenti irrazionali. Attraverso l’anima i sentimenti legati a eventi irrisolti (il karma) riaffiorano in noi a livello conscio e condizionano la nostra vita.

In proposito, se non usiamo la parola "rimozione” è perché essa, proprio per il suo valore terminologico, fa pensare a qualcosa che sparisce dalla mente.

L'individuo invece non rimuove quello che non gli conviene, e né del resto si può pensare che una qualsiasi consapevolezza possa sparire dalla sua mente, ma è solo molto strategico nell'usarlo.

Egli cioè si organizza a guardarlo da punti di vista diversi o ad utilizzarlo in maniera parziale, stravolgendone così il senso come più gli piace.

Naturalmente capita in continuazione che abbia convenienza a "dimenticare" del tutto qualcosa ma anche in questo caso egli non la "rimuove" ma piuttosto la "ricopre" di una sorta di telo più o meno trasparente che continua a far parte del paesaggio dei suoi ricordi e dietro il quale egli sa bene cosa si nasconda dal momento che lui stesso lo ha steso.

Con la conseguenza che la cosa, non rimossa, ma solo “nascosta", continua cosi a condizionare il suo comportamento ed anzi finisce di solito per condizionarlo ancora più fortemente poiché l'individuo, "per non vedere il telo" e magari nel timore che il “vento" possa portarlo via da un momento all’altro, finisce per non “circolare” più in vaste aree della sua mente dove è custodito un sapere che invece gli occorrerebbe per vivere o per accedervi con gli “occhi bendati" oppure ancora attraverso una serie di "circoli viziosi" che gli stravolgeranno l'immagine complessiva del "territorio”.

            Vi è poi un'altra grossa parte dell'inconscio che è tale non perché l'individuo la rifugge ma perché, a causa della sua complessità o degli errori commessi, non riesce a decodificarla ed un'altra ancora, che è certo la principale, che non riesce più a "ripescare" tant'è remota. Come ad esempio i processi conoscitivi che reggono le funzioni organiche i quali fanno parte di una sorta di "intelligenza interna" difficilissima da decifrare da un punto di vista concettuale.

In ogni caso, rendere conscia una parte dell’<inconscio>, consente una grande estensione del proprio sapere e della propria capacità di vivere.

L'appropriarsi di una parte dell'inconscio può avvenire in due diversi modi legati alle tre diverse categorie di inconscio rappresentate dal sapere rifiutato, dal sapere complesso e dal sapere remoto. Fermo restando che comunque ognuna è partecipe della natura delle altre due.

Il primo modo, che è primo anche in ordine di successione, richiede più coraggio che capacità di capire e consiste nell'accettare il sapere rifiutato. Operazione che comunque è difficile che qualcuno compia se non vi e costretto o se non vi ha convenienza.

Il secondo, che richiede più capacità di capire e di impegno che non coraggio, è quello di svolgere un duro lavoro di ricerca e di decodifica rispetto all'inconscio complesso e remoto.

L'individuo tuttavia è "inconscio" solo nel senso che ignora il processo di formazione del suo "modo di conoscere" = "forme del conoscere” = culture.

Per altri versi invece utilizza le "forme del conoscere” sempre nella direzione in cui più gli conviene. Fino al punto di applicarle a sé stesso ed agli altri in maniere diametralmente opposte (predicar bene, razzolar male) mostrando cosi di essere tutto sommato estremamente critico e dunque consapevole.

Egli in effetti, sotto la spinta delle pulsioni originarie. tende a "forzare" le forme del conoscere/filtro che ha dentro di sé per poter così raggiungere i suoi obiettivi (tendenziosità).

L’impegno

Ciò premesso, rivediamo ora quello che all'individuo occorre.

Abbiamo detto che le sue esigenze primarie sono: sopravvivere, svilupparsi, "riconoscere" ed "essere riconosciuto" dagli altri individui del contesto poiché egli è, per definizione, individuo di un contesto senza del quale dunque non esisterebbe.

Abbiamo anche detto che quando ritiene che una certa parte del sapere è contraria alle sue esigenze primarie adotta "forme del conoscere" che gli consentano di non prelevarla dalla mente.

Ora, il "contesto degli individui” ha anch'esso l'esigenza di sopravvivere e svilupparsi.

Perché ciò possa avvenire è necessario che gli individui del contesto si "riconoscano" (si amino) concorrendo così fra loro al suo sviluppo.

Ogni individuo, dunque, tende, da un lato, a sopravvivere e svilupparsi e, dall'altro, ad essere concomitante allo sviluppo del contesto (amarlo per esserne amato).

L'individuo comunque privilegia la sua sopravvivenza ed il suo sviluppo alla sopravvivenza ed allo sviluppo del contesto al quale, in definitiva, si interessa soprattutto per quel che riguarda il suo esserci ed essere riconosciuto e cioè in funzione prevalentemente di quello che a lui occorre. Anche perché. proprio privilegiando il suo sviluppo, concorre di più e meglio allo sviluppo del contesto (amore per se stesso).

Il voler privilegiare sé di ogni individuo genera, fra loro, un conflitto permanente.

L'oggetto specifico del conflitto è "il servizio”. Ogni Individuo cioè chiede agli altri di impegnarsi nel suoi confronti e fare quello che a lui serve e, solo a corrispettivo di questo "impegno", è disponibile a dare il suo riconoscimento.

Ogni individuo, per converso, rifiuta l'impegno nei confronti degli altri, poiché l'impegno è sofferenza ed egli preferisce il disimpegno (non sofferenza) e l'oblio, ed è disposto ad impegnarsi, nel limiti dell'indispensabile, solo per quanto riguarda le sue esigenze strettamente individuali quale l'essere riconosciuto e quindi riconoscere gli altri (forza attrattiva fra gli individui del contesto = amore).

D'altra parte, poiché attraverso l'impegno ritrova l'armonia con il contesto laddove l'oblio gli causa sovente una grave sofferenza per il rifiuto degli altri, cerca all'infinito, da un lato, di non far apparire il suo disimpegno e, dall'altro, di trovare un buon livello di mediazione fra l'impegno necessario all'armonia e il disimpegno necessario al benessere.

Il suo desiderio irrealizzabile sarebbe in sintesi quello di essere "amato" dagli altri e nel contempo non doversi impegnare nei loro confronti.

Allo scopo di mediare fra loro in questo scontro di opposte volontà di disimpegno reciproco gli individui utilizzano le già descritte forme del conoscere = culture.

Gli individui, cioè escogitano "forme del conoscere” = “culture" che consentano loro di non prelevare dalla mente la consapevolezza dell'egoismo e di poter vivere la loro esperienza di relazione simulando l'altruismo.

Poi, nel momento.in cui, attraverso le varie forme del conoscere = culture (culture dell'amore, onestà, onore, ecc.), celebrano la finzione dell’impegno, hanno la necessità di autoconvincersi che il loro impegno sia invece autentico e ciò per due diversi ordini di motivi:

  1. il primo è che, in quanto parti integranti del contesto, sono necessitati ad amarlo, ed infatti lo amano, sicché non possono dirsi di essere contro di esso;
  2. il secondo è che autoconvincersi della bontà delle proprie intenzioni, e quindi solo dopo celebrare la finzione dell’impegno, è un modo ottimale di ingannare gli altri.

Tutto ciò fermo restando che l’individuo cerca solo e sempre di provare il benessere o di sfuggire al malessere.

            Egli cioè non cercherà mai il malessere gratuito degli altri per il semplice fatto di essere sprovvisto di una pulsione in tal senso.

Per cui se il provare il benessere, o lo sfuggire al malessere, comporta il malessere di altri individui egli magari non esisterà a provocarlo, ma giammai cercherà il malessere gratuito degli altri.

            Il che significa che nessuna forma di crudeltà è mai gratuita, ma che, sempre, chi causa il malessere degli altri è spinto dalla “necessità” di provare il benessere o di salvarsi dal malessere.

Pensieri, desideri, sentimenti ed emozioni

Il sentire (intuire) è il linguaggio dell’anima. Perciò dovremmo sempre seguire i nostri sentimenti, senza giudicarli. Finché seguiamo i nostri sentimenti faremo sempre la cosa giusta per noi, poiché l’anima, tramite essi, ci stimola a vivere l’esperienza che in quel momento serve alla nostra evoluzione. Il problema per noi nasce quando blocchiamo i nostri sentimenti. Allora blocchiamo anche l’energia della vita che vuole fluire incessantemente e da questo blocco nasce la tensione e la malattia.

Da dove nasce il pensiero? Ogni essere umano è un canale che riceve nella sua mente pensieri provenienti da varie origini. Finché egli vive nel passato o nel futuro, perdendo il qui ed ora, generalmente riceve pensieri da entità che risiedono nel proprio campo e che lo controllano per succhiarne l'energia. Generalmente i pensieri ispirati da queste entità sono attirati da forme-pensiero simili dei nostri antenati che ci sono stati trasmessi per via genetica e giacciono nel nostro DNA. E' quello che noi conosciamo come karma.  Chi vive nel vecchio consenso e non ha scelto di ascendere non possiede un'anima completa ma solo frammenti di anima, ed è in balia di varie entità.

Quando l'essere umano si risveglia e decide di ascendere, allora pian piano eleva la propria vibrazione e recupera i frammenti d'anima fino a ricostituire un'anima completa che è la condizione necessaria per ascendere. A livello 3000 si può dire che uno ha incorporato un'anima completa.

Con un'anima completa incorporata, colui che ascende decide intenzionalmente di ancorare la propria forma alla Terra e di collegarsi alla propria Sorgente. La Terra e la Sorgente allora lo guidano nel processo di ascensione ispirando nella sua mente solo pensieri puri, cioè provenienti solo dalla propria anima che desidera, tramite la forma, vivere determinate esperienze. In questo caso è Dio che opera in noi.

In ogni caso quando accogliamo un pensiero e lo contempliamo, cioè concentriamo tutta la nostra attenzione su di esso, allora la nostra mente viene illuminata ed il pensiero viene sentito da tutte le nostre cellule che si nutrono di esso. Il sentimento generato in noi dal pensiero genera il desiderio di portare a manifestazione esterna tutte le possibilità dell’idea stessa. Il desiderio a sua volta richiama la volontà che genera un’emozione la quale attiva l’energia che mette in moto il processo di manifestazione che crea la realtà di cui dobbiamo fare esperienza. Dall’esperienza ricaviamo un insegnamento che, se compreso,  la nostra anima registra come saggezza.  Questo è il normale processo evolutivo che l’uomo dovrebbe seguire. Il nostro Essere spirituale (corpo di luce o anima) è qui per acquisire saggezza. Il desiderio è l’agente terreno della Volontà di Dio e fornisce la forza motrice.

L’uomo che non si è ancora risvegliato nello Spirito crede di pensare, ma egli non fa che accogliere i pensieri che il proprio Dio, o altre entità che hanno invaso il nostro campo aurico,  ispirano alla nostra mente. Ingannandosi intorno al loro reale significato ed al loro scopo, egli costruisce su di essi un edificio personale, e, con i desideri egoistici così suscitati, crea da se stesso tutti i suoi affanni, tutti i suoi guai.

Per fare la volontà di Dio è assolutamente necessario che prima impariamo a pensare, a distinguere i nostri pensieri, quelli ispirati da Dio che è in noi, dai pensieri degli altri, nonché a bandire dalla nostra coscienza quelli che non sono desiderabili, e finalmente a dominare ed utilizzare i nostri desideri in modo che servano sempre noi, invece di renderci loro schiavi.

    E' giusto usare il nostro cervello per stabilire se quello che stiamo pensando o facendo sia giusto o sbagliato. Ma poiché non abbiamo tutte le informazioni necessarie a valutare adeguatamente come stanno le cose, difficilmente riusciamo a stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perciò l'unico atteggiamento giusto è quello di seguire il nostro sentire.

Generalmente, noi non seguiamo il nostro sentire, ma  giudichiamo i nostri pensieri con la mente classificandoli come giusti o sbagliati, bene o male, buoni o cattivi, e li inquiniamo con altri pensieri che non sono nostri. Di conseguenza blocchiamo l’energia che dovrebbe creare la realtà che noi dovremmo vivere per farne esperienza e ricavarne saggezza.

Quando noi giudichiamo e blocchiamo i nostri sentimenti mettiamo in atto una re-azione che si basa su nostri atteggiamenti avuti in passato in occasione di analoghi eventi e finiamo così con il ripetere (re-agire) gli stessi comportamenti del passato.

Pertanto l’azione creativa che il pensiero voleva attivare ha provocato invece una re-azione che ha bloccato l’azione e quindi l’energia. Nel tempo si crea una catena di azioni e re-azioni  dovuta al susseguirsi incessante dei nostri pensieri, e che costituisce il cosiddetto karma. Tutti i sentimenti e le emozioni che abbiamo represso si accumulano nel corpo sottile emozionale e cambiano il nostro DNA, oltre a condizionare pesantemente la nostra vita, bloccano l’energia vitale nel nostro corpo fisico.

Tuttavia questi errori apparenti, questi concetti falsi, questi intralci sono in realtà soltanto ostacoli che lo Spirito mette sulla nostra strada affinché li superiamo e perché, nello sforzo per superarli, noi sviluppiamo alfine un corpo ed una mente forti e capaci di esprimere l’idea di Dio che agisce eternamente nella nostra anima.

L’Essere è espressione. Non si può immaginare esistenza senza espressione. Quindi, Dio, l’Essere, si esprime continuamente. E poiché Dio è TuttoCiòCheE’, Egli esprime sempre se stesso.

Tutti i sentimenti e le emozioni repressi premono continuamente per essere vissuti. Noi li sentiamo infatti come pressioni dentro di noi. Sentiamo di avere l’energia bloccata, ci sentiamo irrequieti, impazienti e frustrati. Vorremmo fare qualcosa ma non ci riusciamo; è come se fossimo incatenati.  Per reprimere i nostri sentimenti/emozioni sprechiamo molta energia e così ci sentiamo scarichi, vuoti e depressi. Inoltre le nostre difese immunitarie si indeboliscono ed i batteri e virus hanno il sopravvento.

Se facessimo sempre quello che sentiamo dentro di noi, senza giudicarci richiamando alla mente il nostro passato, saremmo pieni di energia ed in salute, soprattutto quando quello che facciamo ci reca gioia. Questo dovrebbe essere sempre il metro di misura del nostro vivere.

Vivere l’attimo, il qui ed ora, significa in fondo fare sempre e solo ciò che sentiamo in quel momento. In questo caso non avremmo mai problemi di nessun tipo, poiché faremmo sempre la volontà dello Spirito in noi, e la nostra crescita spirituale sarebbe continua.

Durante i molti millenni della nostra evoluzione, abbiamo represso tanti sentimenti/emozioni che si sono accumulati nei nostri corpi sottili e nel nostro patrimonio genetico (DNA), e che ci portiamo appresso ad ogni incarnazione. Finché non li dissolveremo ci condizioneranno pesantemente e ci faranno soffrire. Inoltre li trasmetteremo geneticamente ai nostri figli, i quali se non li dissolveranno li trasmetteranno a loro volta ai propri figli in una lunga catena di azioni e re-azioni: il cosiddetto karma.

    Nella figura seguente è riportato in forma schematica il processo di creazione o di re-azione che segue l’uomo di fronte agli eventi della vita, siano essi pensieri, sentimenti o emozioni.

    L’uomo consapevole è in grado di comprendere la lezione da ogni esperienza di vita e di estrarre da essa saggezza per crescere, mentre l’uomo che non si è ancora risvegliato è in balia degli eventi e, non sapendo padroneggiarli, ne diventa vittima.

Processo di Azione - Reazione

Dissolvere i sentimenti significa prenderne coscienza, accettarli e poi lasciarli andare, attraverso il perdono, perché non ci servono più.

Dal punto di vista didattico, i sentimenti/emozioni che bloccano l’energia sono detti negativi. Essi sono:

1. Disperazione

2. Dolore

3. Paura

4. Colpa

5. Dipendenza

6. Rabbia

7 Arroganza

La moderna psicologia ci insegna che i sentimenti sono in genere indicati nei modi seguenti:

1. Espressi (sinora lo stato ottimale); osservati, riconosciuti e sperimentati.

2. Repressi, fingendo che non esistano; chiudendo le sensazioni corporee all’altezza del collo, in modo da non sentirle e non sperimentarle; diventando una persona di testa, che razionalizza e intellettualizza.

3. Rimossi (coperti), per esempio tenendosi occupati dalla mattina alla sera con la dipendenza dal lavoro, dall’alcool e altre dipendenze di ogni genere.

I sentimenti negativi sono anch’essi funzionali alla nostra evoluzione. Essi sono molto potenti e ci spingono a sperimentare il polo opposto (Ciò che noi non siamo, cioè le illusioni) per meglio capire Chi e Cosa siamo veramente.

Spesso dobbiamo ad essi la nostra sopravvivenza.

Per esempio, in caso di grave pericolo per la nostra vita, la paura ci spinge immediatamente verso la fuga o la difesa prima che noi ce ne rendiamo conto. E’ l’istinto di conservazione che tramite la paura ci spinge a fuggire o a difenderci.

Dovremmo sempre seguire i nostri sentimenti, particolarmente quelli che ci recano gioia. Mai reprimerli poiché la repressione è la causa principale dello stress e quindi della malattia.

Se per esempio sentiamo rabbia verso qualcuno o qualcosa, dobbiamo esprimerla e non reprimerla. Dopo che ci saremo sfogati, magari prendendo a pugni un cuscino o gridando, allora potremo ragionare per capire cosa ci è capitato e perché ci siamo arrabbiati, applicando seriamente la legge dello specchio. Così potremo riconoscere chi siamo, accettarci e decidere chi e cosa vogliamo diventare, cambiando il nostro atteggiamento mentale.

Se, al limite, la rabbia ci monta dentro verso qualcuno che sta di fronte a noi e che ci ha offeso, e sentiamo forte l’impulso di scaricarla su di lui, facciamolo, sapendo tuttavia che in questo caso possiamo mettere in moto un meccanismo perverso di azione-reazione, di cui dobbiamo assumercene la responsabilità. L’altro potrebbe reagire male e complicare la situazione. Tuttavia il nostro gesto di ribellione, anche se violento, servirà a scuoterci, a rompere un blocco emotivo che si era creato in noi e a rimettere in movimento l’energia.

Dopo aver espresso i nostri sentimenti ed aver raggiunto una ragionevole calma, dovremmo sempre ragionare con obiettività (la ragione ci serve proprio per questo: analizzare i fatti per come sono, con obiettività) su ciò che essi hanno prodotto per cogliere l’insegnamento dell’esperienza vissuta. Anche in questo caso ci può essere di notevole aiuto la legge dello specchio o la formula della compassione.

I sentimenti negativi inespressi, e quindi repressi, sono energie distruttive che covano nel nostro inconscio e quanto più noi li reprimiamo tanto più li rafforziamo, fino a quando la nostra mente non decide di liberarsene scaricando tali energie negative sul nostro corpo, sotto forma di malattia.

Perciò i sentimenti negativi vanno vissuti consapevolmente per essere compresi e superati. Una volta osservati consapevolmente, essi ci abbandonano, se questa è la nostra volontà, e liberano uno spazio vuoto nella nostra coscienza che verrà riempito dalla luce e dalla gioia. Ci sentiremo più liberi e più leggeri, come se ci fossimo tolti un gran peso.

     Un altro esempio di repressione di sentimento/emozione è quello che riguarda la sessualità che nella nostra società provoca tanti guai. Il desiderio sessuale è il più naturale e potente che esista; eppure noi, a causa di una cultura repressiva ed ipocrita, molto spesso lo reprimiamo generando sensi di colpa, di vergogna, ecc. Questi sentimenti negativi condizionano incredibilmente la nostra vita e sono la causa principale di molte malattie.

I sentimenti che causano il pensiero oggettivo (impersonale) sono tre, producono energia e intuito, e sono categorie che descrivono stati uguali o simili utilizzando termini diversi.

8. Valore

9. Accettazione

10. Armonia

Una volta che ci siamo riconosciuti nell’esperienza dovremmo anzitutto accettarci come siamo, altrimenti combatteremo sempre i sentimenti/emozioni negativi e li rafforzeremo.

L’amore incondizionato/impersonale rappresenta lo stato di coscienza più elevato in assoluto e produce la massima energia positiva. Esso in fondo è un non-sentimento.

Da ciò si deduce che l’amore incondizionato lo potremo raggiungere solo quando avremo dissolto ampiamente i nostri sentimenti ed emozioni.

Tutti i sentimenti negativi si possono raggruppare in due categorie che esprimono delle mancanze:

  1. mancanza d’amore;
  2. mancanza d’influenza o di potere.

mancanza d’amore.

Il desiderio primario di ogni individuo è accedere alla qualità “amore”: se non si fa esperienza dell’amore si ha la sensazione di non essere amati. Nella personalità umana l’amore viene sperimentato come sentimento, emozione, sensazione.

     Sentirsi amati da qualcuno genera un sentimento/emozione di calore nell’area del chakra del cuore, nel centro del petto. A titolo d’esempio, citiamo altri sentimenti rivelatori d’amore:

  1. un buon sentimento verso il proprio corpo, un sentirsi pieni;

  2. un sentimento di non essere soli;

  3. un sentimento di essere meritevoli;

  4.  un sentimento di essere onorati per chi e quel che siamo;

  5. un sentimento di appartenenza;

  6. un sentimento di essere necessari;

  7.  un sentimento di essere importanti;

  8.  un sentimento di essere influenti;

  9.  un sentimento di euforia;

  10. un sentimento di assenza di paura, di coraggio;

  11. un sentimento di poter conquistare il mondo;

  12. un sentimento di pace, di sicurezza;

  13. un sentimento di approvazione;

  14. un sentimento di essere accettati;

  15. un sentimento di essere riconosciuti;

  16. un sentimento di essere compresi;

  17. un sentimento di essere apprezzati;

  18. un sentimento di essere forti, “potenti”.

     Sono tutti sentimenti che stimolano le qualità già codificate nel nostro corpo sottile emozionale, che trovano risonanza a un grado di maggiore o minore intensità e durata in funzione della qualità d’amore che già conteniamo in noi stessi. La qualità contenuta è stimolata e rafforzata in armonia con la qualità del sentimento d’amore che ci viene trasmesso.

Come inchiostro rosa versato in una brocca d’acqua, più spesso ci confrontiamo con quella risonanza, maggiore è la densità che acquista, più intensa è l’esperienza che diventa anche sempre più familiare. Più integriamo la vibrazione d’amore, più ci sentiamo in pace, protetti e amati.

La frequenza vibratoria di amore più alta, sottile e intensa contenuta nei corpi dei sentimenti e astrale si esprime come stato d’amore per il nostro Sé.

Siamo così in grado di risuonare verso l’altro nelle ottave più alte dei corpi sottili, e sperimentare una connessione ancora più ravvicinata con il divino. Più permeabili diventiamo, più la qualità si espande dentro di noi. Non abbiamo bisogno degli altri per accrescere o stimolare la nostra fonte d’amore, siamo in grado di accedervi noi stessi, sperimentando volontariamente o spontaneamente la vibrazione d’amore.

      Perché ciò sia possibile occorre svuotare i corpi emozionale e astrale dell’accumulo appiccicoso costituito da sentimenti di mancanza di valore in grado di separare.

      Se la qualità e la quantità d’amore nel corpo emozionale sono minime o i sentimenti associati alla mancanza di valore sono prevalenti, permeando i corpi dei sentimenti/emozioni e astrale con dense vibrazioni separatorie, la capacità di accedere alla qualità dell’amore, che si esprime come amore per il Sé, si blocca. Il risultato è che il bisogno di essere amati diventa esagerato. Se i corpi dei emozionale e astrale sono pieni di sentimenti densi, non c’è posto e nemmeno la possibilità di stimolare la frequenza dell’amore: come se molti inchiostri di diversi colori venissero aggiunti all’acqua, più l’acqua diventerebbe densa, fangosa e scura. Questa densità si esprime nell’incredulità dell’individuo di essere amato e nel suo non essere in grado di accettare amore.

L’individuo in questo caso diventa come un pozzo senza fondo o un secchio bucato che non può mai essere riempito. Se per una ragione o per l’altra l’amore viene ritirato, perché l’essere amato muore o per una separazione, ne conseguono normalmente sentimenti di abbandono, di disperazione, di non essere in grado di andare avanti senza l’amato e un senso di inutilità derivante dall’assenza di quella persona nella propria vita. Tali sentimenti sono vibrazioni espresse come sentimenti/emozioni, un’autoillusione di separatezza sperimentata dalla personalità egoica.

Il dolore che proviamo quando non ci sentiamo amati è il dolore per la separazione da noi stessi, soltanto da noi stessi, e dall’aspetto divino del nostro essere, dal nostro amore divino che riempie i nostri cuori.

            Sentirsi non amati crea i seguenti sentimenti: 

  1. un sentimento di intontimento;

  2. un sentimento di separazione;

  3. un sentimento di freddo al cuore;

  4. un sentimento di dolore nel cuore;

  5. un sentimento di essere abbandonati,

  6. un sentimento di bisogno d’essere amati;

  7. un sentimento di non essere importanti ma inutili;

  8. un sentimento di essere impotenti;

  9. un sentimento di non essere riconosciuti;

  10. un sentimento di non essere approvati;

  11. un sentimento di essere una vittima;

  12. un sentimento di non essere accettati;

  13. un sentimento di non essere compresi;

  14. un sentimento di essere colpevoli;