Dunque a quanto pare D’Alema, per salvare
Mastrogiacomo, s’è impegnato con gli americani a far
ammazzare alquanti nostri soldati, gettandoli nella guerra
anglo-americana che si combatte in Afghanistan.
Sarà bene capire quanto sono contenti gli afghani di sei
anni di occupazione occidentale, giustificata col fatto che
dovevamo portare loro la libertà (dal chador), la democrazia
e la ricostruzione economica.
Nella «ricostruzione» sono impegnati 37 Paesi che
pagano ben duemila organizzazioni non governative (ONG),
andate lì a insegnare a vivere agli afghani nella
modernità, a spese di noi contribuenti occidentali.
Per esempio la nostra Cooperazione Italiana, emanazione del
governo, sta insegnando agli afghani qualcosa che noi stessi
non abbiamo ancora imparato: come creare un sistema
giudiziario basato sul diritto, e la formazione di
magistrati onesti.
In generale, le ONG sono emanazioni di governi o peggio, di
servizi segreti o di lobby (come le fondazioni pagate da
George Soros).
Esse amano presentarsi come il meglio dell’Occidente, il
nostro volto altruistico e civilmente superiore.
Come ho potuto constatare di persona a Kabul, il solo
effetto delle ONG e delle sue migliaia di dipendenti
strapagati (12 mila dollari mensili è la norma) hanno avuto
un effetto immediato: il rincaro degli alloggi, in affitto o
in proprietà, a livelli inarrivabili per la popolazione
locale che ha un reddito inferiore a 400 dollari l’anno.
Ciò perché, dopo 25 anni di guerra, gli scarsi alloggi
decenti, o anche solo non bombardati, sono stati
accaparrati e occupati dai ricchi benefattori-insegnanti
della civiltà.
Avevo già notato qualcosa del genere in Nicaragua.
Là, Paese «socialista», erano accorse diverse
migliaia di ONG della sinistra europea per fare assistenza
allo sviluppo.
Ricordo i giovani addetti di una ONG italiana (assistenti
sociali o maestre elementari che guadagnavano punteggi con
la trasferta all’estero): abitavano insieme in una splendida
villa di Managua, con incredibile patio colonnato.
Cosa facevano lì?
«Corsi di auto-stima ai bambini di strada», mi
spiegò una nostra cosiddetta volontaria a 12 mila
dollari-mese.
I «ninos da rua», specialmente le bambine dodicenni
costrette a prostituirsi o soggette a stupri, non hanno
abbastanza «auto-stima».
L’autostima era ciò che loro occorreva di più, non sottrarle
alla prostituzione e alla fame; e questa i nostri italiani
fornivano generosamente.
Il Nicaragua è tuttora il Paese più povero dell’America
Latina.
Mi
sono fatto questa strana idea: che la sua povertà
invincibile sia in rapporto diretto con l’enorme quantità di
ONG che lo «assistono».
L’idea deve essere albeggiata anche nella testa di quell’ex
ministro afghano che, in colloquio con il giornalista Arnaud
De Borchgrave, gli ha detto: «Questi [assistenti
occidentali allo sviluppo] passano più di metà del loro
tempo in riunioni, per coordinarsi tra loro. Noi abbiamo un
detto: gli occidentali ci hanno insegnato il tango. Un passo
avanti e tre indietro». (1)
C’è persino chi rimpiange i sovietici: «Almeno
loro hanno fatto dighe, strade e case popolari»
(verissimo, l’ho visto coi miei occhi).
L’Occidente fa solo riunioni di coordinamento.
L’Afghanistan ha trenta milioni di abitanti.
Di cui il 60 % ha meno di 20 anni e, naturalmente, nemmeno
la più pallida idea di cosa sia la democrazia (ma non pare
che noi ne abbiamo un’idea più chiara: altrimenti non ci
terremmo Emilio Colombo e Mastella).
Il benefici portati dalle ONG non devono parere evidenti
agli abitanti dei sobborghi shiiti di Kabul, dove abitano
gli hazara.
Nel 2001, prima della liberazione dal chador, vi abitavano
400 mila persone.
Oggi sono due milioni, ammassati in casette di fango secco:
e gli americani sospettano (ma guarda…) che quella folla
immensa e senza mezzi, spesso profuga, sia «controllata
da agenti iraniani».
Gli afghani che hanno voglia di parlare con gli esseri
superiori occidentali vi racconteranno che circa 250 mila
ettari di terreni pubblici sono stati accaparrati dai
burocrati del corrotto governicchio Karzai e venduti a
profitto.
Terreni che servivano per alloggiare quei milioni di
profughi.
E’ il mercato, ragazzi.
Non che il concetto di «mercato» sia ignoto in
Asia.
«Se esistesse un premio internazionale per la più
perfetta catena di distribuzione, andrebbe al nostro mercato
dell’oppio», ha detto l’ex ministro.
Venticinque capi-mafia controllano dall’alto in basso questa
sola industria del Paese, che genera i due terzi del PIL
afghano.
«Il ministro dell’Interno è praticamente comprato
dall’industria dell’oppio».
Nella provincia di Helmand, da cui viene il 40 % dell’oppio,
i talebani proteggono i contadini dagli occidentali che
vogliono eradicare il papavero; e ricavano milioni di
dollari dal loro servizio.
Sono gli stessi talebani che eradicarono l’oppio, prima che
gli USA li bollassero come terroristi e rovesciassero il
loro regime a suon di bombardamenti.
Molte ONG dicono di fornire i servizi che il governo,
o gli accordi fra Karzai e i Paesi stranieri, trascurano o
non sono in grado di dare.
Ma siccome il lavoro di «assistenza allo sviluppo»
nelle province è diventato pericoloso, i volontari
occidentali se ne restano nelle principali città, nelle
belle case affittate anche a cento dollari al giorno, e
pagano dipendenti locali per il lavoro sul campo.
Intanto gli anglo-americani e la NATO provvedono alla
pacificazione.
Come?
Tra giugno e novembre 2006 hanno eseguito 2.100
bombardamenti aerei, 18 al giorno, contro Talebani e case e
abitazioni in genere: dopo sei anni d’occupazione, siamo
ancora al bombardamento della popolazione civile (è il
metodo israeliano, ottimamente sperimentato a Gaza, un
modello per gli USA).
Ma gli attacchi aerei non fanno nemmeno più paura, si
dispiace De Borchgrave.
Cosa volete, in sei anni di liberazione, ci si abitua.
O forse ci hanno preso le misure, hanno perfetta conoscenza
del nostro pressapochismo militare e del nostro cretinismo
tattico e strategico.
«Il favore della popolazione constatato nei primi giorni
della liberazione è svanito», nota ancora De Borchgrave.
Chissà perché, con tutto il bene che gli stiamo facendo coi
B-52.
Il Center for Strategic and International Studies,
emanazione CIA che agisce là come ONG umanitaria, ha cercato
di capire il motivo di tanta freddezza.
L’ha fatto scientificamente, da vero avamposto occidentale,
con oltre mille interviste in 34 province, approfonditi
colloqui con 200 esperti, 13 sondaggi e riunioni di «focus
group» e interpellando 182 altre ONG.
Si può immaginare quanto sia costato questo lavoro.
Ma i risultati sono sorprendenti, inimmaginabili.
Eccoli:
1) «Gli afghani perdono fiducia nel loro governo
(sarebbe Karzai l’americano) a causa del crescere della
violenza».
2) «Le attese del pubblico non sono esaudite e nemmeno
gestite».
3) «Le condizioni sono peggiorate in tutte le aree
scelte come modelli per lo sviluppo».
E magari voi, presuntuosi, state pensando che potevate fare
personalmente le stesse scoperte praticamente gratis,
guardando la BBC.
De Borchgrave conclude, lapalissiano: «Oggi, la
situazione complessiva è infinitamente più complicata di
quando l’Afghanistan fu liberato nel 2001. ‘Mantenere la
rotta’ [è la frase di Bush, «stay the corse»]
non ha alcun senso nell’Afghanistan odierno, che
richiederebbe massicce infusioni di aiuti esteri e uno
sforzo di decine di anni, il che richiederebbe più truppe
NATO (oggi sono 20 mila) e miliardi di dollari per
un futuro incalcolabile».
Solo soppiantare l’industria dell’oppio, da cui i
due terzi degli Afghani ricavano il loro solo sostentamento,
costerebbe 8 miliardi di dollari.
Questo è l’Afghanistan in cui D’Alema, per salvare il Mastro
di giornale «amico», ha impegnato i nostri soldati
in combattimenti imminenti.
Edmund Williams, che fu ambasciatore a Kabul sotto il regime
filo-sovietico, ricorda che la vita sotto l’URSS non era,
per gli afghani, in nulla diversa da oggi sotto gli
occidentali liberatori.
Anche allora c’era il coprifuoco notturno.
Anche allora i cieli di Kabul pullulavano di elicotteri e
MIG, perché anche i russi non avevano il controllo del
territorio e delle strade, e combattevano dall’alto.
Anche il presidente comunista di allora, Najibullah, quando
doveva prendere un aereo, ordinava la chiusura del traffico
per ore, come fa oggi Karzai.
Sono esattamente i segni premonitori della sconfitta che
attendeva i sovietici. (2)
E noi italiani non abbiamo nemmeno elicotteri
nostri (dobbiamo pietire passaggi agli americani), né
corazzati, né artiglieria pesante: come portarla lì, in un
Paese senza sbocchi al mare?
Il già citato CSIS, con la sua costosa indagine, ha scoperto
che l’esercito afghano che obbedisce (si fa per dire) a
Karzai «non è un vero esercito nazionale: le diserzioni
aumentano drammaticamente quando i soldati sono mandati a
battersi fuori delle aree dove abitano le loro famiglie»
e i loro gruppi etnici.
Esattamente come il cosiddetto nuovo esercito iracheno, di
cui non ci se ne può fidare per combattere i talebani e gli
altri connazionali, sotto comando del potere d’occupazione
infedele.
Che tremendi selvaggi!
Il CSIS consiglia di togliere al governo i fondi per lo
sviluppo, e di distribuirne almeno la metà direttamente
nelle 34 province, in assistenza diretta, attraverso la rete
Hawala.
Come si sa, l’Hawala è il secolare metodo islamico di
trasferimento di denaro, attraverso accordi verbali tra due
persone che si conoscono personalmente e si fidano l’uno
dell’altro, in una catena di rapporti personali che scavalca
le banche le «istituzioni finanziarie».
A Wall Street, faro della civiltà finanziaria, farà schifo:
ma in Afghanistan funziona e dà qualche garanzia che il
denaro non venga intascato da chi non deve, e venga
impiegato a fare cose che servono.
Il guaio è che l’Hawala la usano anche i Talebani e i
signori della droga.
E da molto più tempo.
In fondo, ciò che il CSIS ammette è che le 2000 ONG
occidentali non hanno nulla da insegnare agli afghani, e
anzi molto da imparare.
Sul tema nasceranno infinite riunioni e focus groups.
La
sensazione che ne salta fuori è quella dell’Occidente
come una immensa potenza sub-normale, un bullo deficiente
planetario che spande distruzione non solo con le bombe da
aviazione da 500 tonnellate, ma anche con gli aiuti allo
sviluppo.
Da vergognarsi di dirsi occidentali.
I militari americani ascoltati da De Borchgrave non sono del
tutto ottimisti.
Dicono che i 20 mila uomini di cui dispongono non bastano a
controllare un territorio lunare, semi-himalayano, abitato
da 30 milioni di ventenni che ne hanno le scatole piene di
essere «liberati» da infedeli che non sono riusciti
nemmeno a migliorare di una briciola le loro condizioni di
vita.
Né bastano i 32 mila a cui Bush vorrebbe elevare il numero
di liberatori-bombardieri.
Aggiungono che sul piano strategico, visto che i talebani
partono dal Pakistan dove hanno i loro santuari, «bisognerebbe
trattare Afghanistan e Pakistan come un unico teatro
operativo».
Ma persino loro si rendono conto che invadere il Pakistan
(150 milioni di abitanti) è un boccone un po’ grosso; e
anche solo ricacciare in Pakistan i talebani avrebbe come
conseguenza di far cadere il debolissimo generale Musharraf,
e di consegnare l’arsenale nucleare pakistano a una giunta
militare sicuramente anti-americana e pro-talebana.
L’Occidente sub-normale si è messo in scacco matto da solo.
La disfatta è inevitabile e solo questione di tempo.
I nostri soldati che moriranno con le solite scarpe di
cartone (in questo caso, mancanza di artiglieria, elicotteri
e cingolati) e senza un motivo sensato, ringrazieranno D’Alema.
Del resto dovevano saperlo, quando hanno giurato per la «Repubblica»,
che intendeva il giornale amico dei DS.
Maurizio Blondet
Note
1) Arnaud De Borchgrave, «Broken afghan
consensus», Washington Times, 17 marzo 2007.
2) Valerio Pellizzari, «Repeating
soviet mistakes», Herald Tribune, 16 marzo 2007.
Pellizzari è un ottimo inviato del Messaggero. Non ha
bisogno, come Mastrogiacomo, di essere salvato a spese
dell’Italia.