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Perchè Hamas non riconosce Israele?

Maurizio Blondet
16/12/2006
Olmert con Romano Prodi in visita a Roma

Ciò che vediamo in Palestina è quasi certamente la fine delle speranze di un popolo; i primi spari della «guerra civile» lungamente perseguita dal persecutore; si uccideranno l’un l’altro, tutti contro tutti.

E il mondo dirà, come si vuole: «Quelli sono belve. Come si può trattare con loro?». Prodi ha fatto il primo passo. Sotto dettatura di Olmert  ha riconosciuto che Israele è uno Stato esclusivamente ebraico, ed ha escluso il diritto al ritorno dei palestinesi.

Del resto, sono belve, che diritti hanno? Hamas «non riconosce Israele». Se solo riconoscesse il «diritto all’esistenza di Israele», ha detto Olmert, Giuda «è pronta a parlare di pace». Finirebbe il blocco economico (di cui tutti siamo complici, noi europei) che mette alla fame la gente di Gaza e impedisce al governo palestinese di pagare gli stipendi ai suoi dipendenti. Sarebbero restituiti  (forse) i milioni di dollari di dazi, che Israele si tiene illegalmente da un anno, e che aggravano la crisi umanitaria.

Finirebbe l’assedio che impedisce il palestinesi di esportare le loro povere derrate, e guadagnare qualcosa. Perché dunque Hamas non riconosce Israele? E’ pura follia suicida? Il perché lo ha spiegato Jonathan Cook (1), giornalista che ha scelto di abitare fra i perseguitati a Nazareth, e grida inascoltato nel deserto (il deserto dei nostri cuori spietati).

Dice Cook: Israele, mentre pretende di essere «riconosciuto», si rifiuta da sempre di definire quali sono i suoi confini. Nel 1971, Golda Meir dichiarò: «I confini sono dove degli ebrei vivono, non una linea su una mappa». Di tornare entro i confini anteriori al 1967, nessun leader giudeo ha mai nemmeno fatto finta di pensare.

Regolarmente, tutti in Israele parlano dei Banchi Orientali, dove i palestinesi sperano di istituire il loro piccolo Stato, come «Giudea e Samaria»: nomi biblici che equivalgono ad una pretesa. Quella è terra loro. Dunque, se Hamas riconosce Israele, non sa cosa deve riconoscere.

Se lo fa, gli israeliani rivendicheranno il «diritto» sulle terre in cui abitano i palestinesi: via di qui, questa è terra d’Israele.
Israele non è una linea su una mappa, ma dove vivono ebrei.
E come ha detto Prodi (sotto dettatura), Israele è lo Stato esclusivamente ebraico: dunque può espellere la gente di altra razza, dal suo territorio senza confini.

Israele non pretende dai palestinesi il riconoscimento; pretende il «diritto di Israele ad esistere», al di fuori di ogni limite.
Firmare il «diritto all’esistenza di Israele», per Hamas, significa fissare in un trattato internazionale la mancanza di ogni proprio diritto, anche come minoranza nel Paese. Dovrebbe fidarsi Hamas?
Fidare nella buona fede dei giudei, mettersi nelle loro mani? Mai ha visto Israele agire senza doppiezza.

I problemi dei palestinesi, dopotutto, non nascono da quando hanno votato Hamas. Da quarant’anni, chiunque abbiano scelto come loro capo, qualunque concessione e compromesso abbiano accettato, hanno visto Israele impiantare coloni sulle terre palestinesi; e mai tante colonie sono state impiantate, come durante il «processo di pace» di Oslo. Conoscono la doppiezza di Israele.

L’hanno provata sulle loro schiene. Sanno che Israele non ha mai riconosciuto ai palestinesi il diritto di esistere, che pretende da loro. Golda Meir proclamo: non esistono i palestinesi. Ogni politico o ambasciatore sionista lo ripete senza vergogna, pubblicamente: la Palestina non esiste, né come Stato, né come nazione.
La Giordania è la Palestina.

Ecco cosa ha accettato Prodi, a rovina dei palestinesi, e per la nostra rovina. Perché attenzione, «Israele è là dove vivono ebrei»: dunque anche a Roma, anche a Parigi. Non c’è più terra che appartenga ai goym.

E’ solo questione di tempo, e reclameranno la nostra casa: sloggiate, è roba nostra. La giustizia talmudica, non dubitate, sarà imposta al mondo. Ha già cominciato ad esserlo. Non c’è difesa contro la perfezione della menzogna. Essa riesce a dipingerci davanti agli occhi il sacrificato come un lupo, e il persecutore come l’agnello.

Ciò non è strano in fondo, sapendo chi è il padre della menzogna, l’omicida fin dall’inizio. Lo disse Gesù ai Farisei: «Vostro padre è il diavolo».Ma tutto questo ormai non importa più; il tempo corre verso il suo esito.

Si sappia solo che è stato previsto. Esistono «detti memorabili» attribuiti a Maometto, che descrivono i nostri tempi. Esito a trascriverli, certo qualche «buon cristiano» mi accuserà di pubblicare false profezie. A costoro, rispondo con Agostino, «habent suos gentes prophetas».

Altri mi accuseranno di spaventare, di non lasciar adito alla speranza: troppi buoni cristiani hanno dimenticato che la speranza cui confidiamo è teologale, non storica. Non è nell’aliquà che sarà esaudita. «Abu Nadr raccontò. Eravamo accanto a Jabir e lui disse: ‘Sta arrivando il tempo in cui né uno staio di grano né un denaro verrà portato al popolo dell’Iraq. Noi dicemmo: ‘Chi farà questo?’ Egli rispose: ‘Gli Ajams (non-arabi) lo proibiranno. Più tardi egli disse: ‘Non un solo denaro, non uno staio verrà portato al popolo di Sham’. ‘E chi farà questo?’, chiedemmo. ‘Sarà colpa dei romani’, rispose egli». (Al-Taj, Ali Nasi al-Hussein).

La terra di Sham è un vago territorio che comprende Siria, Libano e Palestina. «Il Giorno del Giudizio non verrà finchè l’Iraq non sarà attaccato. E la gente innocente in Iraq andrà a cercare asilo a Sham. Sham sarà ricostruito, l’Iraq sarà ricostruito» (Muntakhab Kansul Ummal, volume 5, pagina 254).

Nel silenzio del mondo civile, oltre un milione e mezzo di iracheni sono fuggiti dal loro Paese; il numero dei profughi aumenta al ritmo di centomila al mese; la Siria ne ha accolto 800 mila, la Giordania 700 mila, altri sparsi negli altri Paesi arabi.

Si uniscono a milioni di palestinesi espulsi o profughi, che vivono da decenni in campi che dovevano essere provvisori. Human Right Watch  ha denunciato che la Giordania, ora, non rinnova i visti ai profughi; gli iracheni sono costretti a vivere «nel timore, esposti alla sfruttamento», come clandestini. La Giordania non richiede per questi disgraziati alcun aiuto internazionale, li ignora. (2)

Anche questo fu predetto.

«Il nostro profeta disse: ‘Ci saranno difficoltà e calamità tali che nessuno riuscirà a trovare un luogo in cui rifugiarsi. Queste sventure si muoveranno attorno a Sham, cadranno sull’Iraq e legheranno mani e piedi alla penisola arabica. La comunità dell’Islam combatterà contro le sciagure nelle steppe. Per loro nessuno proverà simpatia né dirà Ahimè. Essi proveranno a cercare rimedio alle loro sventure da una parte, ma esse ricompariranno dall’altra» (Muntakhab Kanzul Ummal, volume 5, pagine 38-39).

Ed infine: «Secondo il nostro profeta, il popolo dell’Iraq sarà diviso in tre gruppi, una parte si unirà ai saccheggiatori. Un gruppo fuggirà, lasciando dietro di sé le famiglie. E un gruppo combatterà ed ucciderà. Preparatevi al giorno del giudizio quando vedrete questo» (Fera Idu Fevaidiìl Fiqr Imam al-Mahdi al-Muntadhar). (3)
Queste parole vi inducono al pessimismo, vi paiono di mal augurio?
Non così intese Gesù.

Anch’egli predisse giorni terribili, l’abominio della desolazione, i falsi messia, una «tribolazione grande quale mai non c’è stata dal’origine del mondo», «il dilagare dell’iniquità» che «raffredderà la carità».

Ma disse poi: «Dal fico comprendete la parabola: quando il suo ramo diventa tenero e produce foglie, sapete che l’estate è prossima. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte».

Per Gesù, i segni della fine sono l’annuncio della mistica primavera, della nostra liberazione.

Chi è puro nel cuore, non ha motivo di temere.

Ma lo siete? Lo sono io?

La nostra paura non viene dal dubbio sul nostro cuore?

 

Maurizio Blondet


Note
1)
Jonathan Cook, «The trap of recognising Israel», Antiwar.com, 16 dicembre 2006.
2) Jeffrey Fleischman, Qaisar Ahmed, «Iraqis flee war. Run into hostility», Los Angeles Times, 14 dicembre 2006.
3) Alcuni lettori mi chiedono un commento sulle dichiarazioni di monsignor Carlo Caffarra rilasciate al Corriere: «Un punto fondamentale, oltre che una mia personale passione, è l’incontro con Israele, il dialogo con Israele. Vedo sempre più chiaramente che non si può essere cristiani se non si è ebrei. Personalmente, il dialogo interreligioso vero e proprio lo vedo praticabile solo con l’ebraismo. Perché c’è discendenza spirituale di me cristiano da Israele. San Paolo dice di noi, che ebrei non siamo, che siamo diventati figli di Abramo. Gli incontri con l’induista, il buddista, l’islamico potrebbero ingenerare confusione nei fedeli».  Che commento volete, solo infinita tristezza. San Paolo disse : «Non c'è più né giudeo, né greco». Si potrebbe anche dire: le stesse parole del cardinale (che ha scelto per dirle questo momento storico, dove il lupo si maschera da agnello e circonda le sue stragi di una menzogna totale, perfettamente chiusa), lo giudicano. Come sancì Isia: «Guai a coloro che chiamano il male bene e bene il male, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre». Ma nel tempo della fine, meglio sospirare: non sanno quello che fanno. Restiamo puri nel cuore.

 

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