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UNIVERSITA'
DEGLI STUDI "G. D'ANNUNZIO"
FACOLTA' DI GIURISPRUDENZA - TERAMO CATTEDRA DI TEORIA GENERALE DEL DIRITTO di Giacinto AURITI 18/4/2005 L'ORDINAMENTO INTERNAZIONALE DEL SISTEMA MONETARIO Edigrafital, Teramo 1996 "Dire che uno Stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri". ______________________________________________ PREMESSA L'indagine
che ci siamo proposti, oltre a colmare una lacuna della dottrina di
diritto internazionale, presenta la novità di una ricerca di scienza
monetaria svolta da un giurista anziché da un economista. Al fine di
prevenire l'accusa di superficialità o di invasione di un campo
d'indagine di altra disciplina, teniamo a precisare che non è possibile
spiegarsi la struttura, la funzione e l'essenza stessa quindi dello
strumento monetario, senza muovere da considerazioni strettamente
giuridiche. Come è
noto, le definizioni finora proposte della moneta sono riconducibili
tutte alle due ipotesi di "valore creditizio" e "valore
convenzionale". Poiché, sia il credito che la convenzione sono
delle fattispecie giuridiche, è ovvio che sfugge al controllo
scientifico dell'economista ogni possibilità di una analisi
approfondita della fattispecie. Se a ciò si aggiunge che la moneta si
manifesta in quella forma particolare per cui il simbolo viene
considerato di "corso legale", ci si accorge che l'istituzione
e la rilevanza giuridica che il simbolo monetario assume nei confronti
della coscienza sociale fanno sì che il valore monetario si
oggettivizzi come bene in virtù di un procedimento creativo che è
esclusivamente giuridico. E' solo in un secondo tempo che l'economista
può prendere in considerazione questo bene e valutarlo come
protagonista di grande rilievo nelle vicende economiche. Ovemai non
accettasse come punto di partenza dell'indagine monetaria la fenomenica
giuridica da cui la moneta trae origine, la sua indagine si
manifesterebbe come puro fatto empirico perché, mancando in lui la
consapevolezza dei principi, verrebbe meno la possibilità di elaborare
procedimenti conoscitivi di dignità scientifica.
Il grande
rilievo che assume la precisazione delle premesse giuridiche, l'analisi
dei procedimenti e delle strutture che al momento creativo della moneta
si accompagnano, saranno dimostrati da questa indagine. Non si meravigli
il lettore delle novità "scandalose" che dovessero emergere
da questa ricerca, perché, una volta evidenziata la dimostrazione
dell'assunto si realizza, vichianamente convinti del principio del verum
et bonum convertuntur, soggiungiamo anche oportet ut scandala eveniant.
G. A.
INDICE
Capitolo I
- ANALISI DELLE STRUTTURE MONETARIE INTERNAZIONALI
1.
Evoluzione del sistema monetario internazionale
2.
Gli accordi di Bretton Woods Capitolo
II - Valore e struttura della moneta
11.
Precisazioni introduttive sul concetto di valore Capitolo
III - Principi ed orientamento per una riforma del sistema monetario
19.
L'inutilità della riserva monetaria Capitolo
I - ANALISI DELLE STRUTTURE MONETARIE INTERNAZIONALI
1.
Evoluzione del sistema monetario internazionale.
L'ordinamento
internazionale del sistema monetario è certamente la parte più
importante del diritto internazionale, perché tocca non solamente
aspetti economici giuridicamente rilevanti per il diritto
internazionale, ma considera anche categorie di interessi di tale
rilievo, da non poter essere ignorati nella interpretazione delle stesse
vicende storiche di ogni tempo. L'indagine che ci siamo proposti - sia
pure a livello istituzionale - colma una lacuna del tradizionale
insegnamento del diritto internazionale. Merita infatti di essere posto
nel giusto rilievo il fatto che nel sistema monetario si è andata
realizzando una nuova forma di sovranità monetaria che non è solamente
internazionale, ma anche - per molti aspetti - sovranazionale.
Il regime
monetario, che tradizionalmente si era retto sul rigido principio delle
sovranità nazionali in una visione sostanzialmente isolazionistica,
veniva infatti a modificarsi integralmente nel periodo successivo
all'ultimo conflitto mondiale. La
modifica delle strutture economiche che, con le più avanzate
tecnologie, venivano ad accelerare enormemente i procedimenti di
produzione delle ricchezze, e l'imponente sviluppo dei traffici, che
mettevano in contatto mondi diversi, mercati e contraenti di diverse
nazionalità ed operanti in differenti aree monetarie, facevano
avvertire l'esigenza di collegare in un unico sistema i flussi monetari
che a questi fenomeni si accompagnavano.
Ciò
significa soddisfare l'esigenza di stabilire parametri certi per la
determinazione dei valori monetari, pur se espressi in differenti
divise, e cioè stabilire un comune denominatore delle varie monete.
L'oro, che aveva tradizionalmente svolto questa funzione, non era più
sufficiente a soddisfare la sempre crescente necessità di liquidità
monetaria. Si imponeva, quindi, la necessità di creare un nuovo
strumento capace di assolvere alla funzione di moneta internazionale. Il
conseguimento di questa finalità caratterizzava l'evoluzione del nuovo
sistema internazionale. 2. Gli
accordi di Bretton Woods A partire
dal periodo immediatamente successivo all'ultimo conflitto mondiale, si
è verificato un sostanziale mutamento dei sistemi monetari
tradizionali, in modo tale da renderli particolarmente rilevanti per il
diritto internazionale, e tali da modificare gli equilibri politici ed
economici dei mercati. Questo
nuovo sistema ha la sua origine negli accordi di Bretton Woods del 22
luglio 1944. I lavori di questa conferenza si basarono sui due progetti
presentati rispettivamente da Harry WHITE, delegato degli USA, e da John
Maynard KEYNES, delegato inglese, pubblicati contemporaneamente il 6
aprile 1943. Poiché attorno a questi due progetti si mossero i lavori
della conferenza e, come vedremo, gli argomenti e le intuizioni in essi
contenuti trovarono ampia valorizzazione nei successivi sviluppi
dell'ordinamento internazionale del sistema monetario, merita farne qui
un rapido cenno [1].
Il
progetto WHITE - sul quale fu basata la realizzazione del Fondo
Monetario Internazionale - prevedeva un cosiddetto fondo di
stabilizzazione internazionale dell'entità non inferiore a 5 miliardi
di dollari, costituito dai conferimenti in oro e divise dei Paesi
partecipanti. A questo
fondo avrebbero potuto attingere i Paesi aderenti per soddisfare le loro
esigenze di liquidità monetaria [2].
A tal fine era prevista la costituzione di una unità monetaria
denominata Unitas, che avrebbe avuto appunto come riserva questi
valori. WHITE
infatti considerava l'Unitas - con un contenuto aureo di 137 e 1/7 grani
(pari a 10 dollari del tempo) - come moneta internazionale concepita
alla stregua di una specie di titolo di credito rappresentativo dei
valori posti a sua garanzia. In questo schema l'oro assumeva una
posizione di tutto rilievo e ciò anche in considerazione del fatto che
in quel periodo gli USA erano la nazione con le maggiori disponibilità
auree. Secondo il
piano WHITE i Paesi membri erano obbligati a cedere al Fondo, in cambio
della rispettiva moneta nazionale, tutte le divise estere e l'oro che
fossero venuti ad avere in eccesso rispetto ai quantitativi posseduti
all'atto della loro adesione al Fondo.
Il piano
WHITE - che nelle grandi linee poi fu accolto nella realizzazione del
Fondo Monetario Internazionale - funzionava come una Banca, in cui ogni
Paese figurava come "correntista" utilizzando divise monetarie
tradizionali (oro e rispettiva moneta). Il progetto presentava quindi
dei limiti di incremento della massa monetaria che non poteva essere
proporzionata al bisogno di moneta, cioè all'incremento dello sviluppo
economico, ma alla quantità di riserva.
Il
progetto WHITE, che dava la parvenza di una maggiore affidabilità,
perché basato su una garanzia aurea, in effetti non dava alcun serio
affidamento che non vi sarebbero stati eccessi arbitrari nella emissione
di moneta, come dovevano dimostrare i successivi sviluppi della politica
monetaria. Anche il
progetto KEYNES prevedeva la costituzione di una nuova unità monetaria
internazionale da utilizzare come riserva: il Bancor, che si
differenziava però da quella americana, perché non precedeva la
costituzione di un fondo di riserva come presupposto dalla sua
emissione, in quanto concepiva il Bancor come moneta
internazionale puramente convenzionale, riconosciuta nell'ambito
di una unione valutaria fra Stati.
Per il
piano KEYNES, la Clearing Union avrebbe dovuto funzionare come strumento
per la trasformazione in Bancor dei saldi attivi dei Paesi
creditori. Nel piano KEYNES, quindi, il Bancor veniva a
costituire una nuova moneta da emettere - sul presupposto di un saldo
attivo - a favore del Paese creditore.
Il Bancor
avrebbe dovuto avere la qualità di unità di misura del valore, ma non
quella di essere oggetto di valore. Noi sappiamo che questa è una
ipotesi impossibile, in quanto non è concepibile una unità di misura
senza la caratteristica corrispondente a quella dell'oggetto che deve
misurare. Sarebbe come concepire un chilogrammo che non avesse la qualità
del peso o un metro senza la qualità della lunghezza.
Coglie
questo aspetto del problema il PALLADINO, che definisce l'ammontare dei
Bancor spettante ad ogni paese creditore, come "limite delle quote
teoriche che avrebbe funzionato come semplice remora per i Paesi
debitori e come base di intervento per correggere eventuali squilibri
patologici e strutturali" [3].
Dunque il
progetto KEYNES non si sarebbe concretato altro che nella limitazione
della stessa sovranità monetaria dei Paesi aderenti; ovverosia nel
considerare il Bancor come parametro di valore cui commisurare gli
incrementi monetari di ogni nazione.
I progetti
WHITE e KEYNES, anche se avevano delle apparenti affinità, erano quindi
strutturati su due concezioni e filosofie monetarie completamente
antitetiche. Entrambi i
piani contemplavano tuttavia una Istituzione internazionale:
rispettivamente un "Fondo" per WHITE e una "International
Clearing Unit" per KEYNES, allo scopo di realizzare una comune
disciplina valutaria e le necessarie limitazioni alle politiche
monetarie dei Paesi membri. La
impossibilità di fondere in un unico progetto le due soluzioni, derivò
dal fatto che i fondamenti dei due piani muovevano su due concezioni
antitetiche del valore monetario: per WHITE la moneta aveva valore
creditizion ossia di titolo rappresentativo dei valori della riserva;
per KEYNES la moneta aveva valore puramente convenzionale, cioè
svincolato da qualunque forma di riserva, pur costituendo essa stessa
riserva per le varie banche centrali.
Entrambi i
progetti realizzavano poi degli scopi parziali, mentre presentavano dei
difetti di grande rilievo per differenti aspetti.
I lavori
della Conferenza di Bretton Woods si svolsero con la partecipazione
delle 44 nazioni inviate dal Presidente degli Stati Uniti Franklin
Delano ROOSEVELT. La
presidenza fu assunta dal Segretario del Tesoro Americano MORGENTHAU. Il
Congresso giunse alla unanime condanna del regime monetario precedente
all'ultimo conflitto mondiale, mettendo in evidenza la necessità di
eliminare la restrizione dei cambi e del commercio con l'estero,
incoraggiando la cooperazione internazionale. Nel discorso conclusivo
fatto da Lord Keynes, veniva posto in evidenza che la conferenza dovesse
considerarsi come l'inizio di una nuova esperienza senza precedenti. 3. Il
Fondo Monetario Internazionale
Gli
accordi di bretton Woods portarono alla costituzione dello strumento
operativo per l'attuazione delle mete indicate dalla conferenza: il
Fondo Monetario Internazionale. Le opinioni contrastanti su cui
strutturare il Fondo Monetario rispecchiavano le formule antitetiche
proposte rispettivamente da White e da Keynes. Prevalse la tesi
americana. Il Fondo monetario fu strutturato come una Società per
Azioni, e l'accordo che istituiva il Fondo entrò in vigore il 17
dicembre 1946. La
partecipazione al capitale, rappresentato in quote versate da ogni
paese, ed il cui ammontare era stabilito sulla base della potenza
economica dei Paesi aderenti, era anche la base per la distribuzione dei
voti. La quota di ogni paese era composta per il 25 per cento da oro e
per il 75 per cento da moneta nazionale. In cambio di tali conferimenti
i Paesi acquistavano la possibilità di ottenere Diritti di prelievo,
cioè potevano comperare moneta straniera, necessaria a saldare i propri
debiti. Scaduto il termine al quale il diritto di prelievo era
sottoposto, il Paese che lo aveva utilizzato doveva riacquistare la
propria moneta o con moneta di riserva, o con la moneta straniera che
aveva precedentemente acquistato. Il limite massimo di utilizzo di
diritti di prelievo non poteva superare il 200 per cento della quota di
ogni Paese aderente in moneta nazionale.
Questo
progetto salvaguardava una posizione di apparente equilibrio fra le
varie Nazioni, in quanto il dollaro era sorretto da garanzia aurea.
L'accoglimento del sistema americano portò ad una programmazione tale,
per cui ci si avvide che la disponibilità di oro e di dollari (la cui
emissione avrebbe dovuto essere limitata al rapporto di 35 dollari per
ogni oncia troy di oro fino) non sarebbe stata sufficiente ad un
adeguato incremento della liquidità monetaria internazionale, in
conformità di quelle finalità previste dall'art. 1 dello Statuto del
Fondo [4].
Nella
strutturazione del Fondo Monetario Internazionale non venivano tenute in
alcuna considerazione le monete di conto, cioè utilizzabili soltanto
nella contabilità fra Stati (Unitas e Bancor), mentre diventava
operante il principio, comune ad entrambi i progetti, di riconoscere
all'oro la funzione di parametro di riferimento per consentire che gli
Stati aderenti potessero pagare io oro i loro debiti.
4. La
crisi del sistema monetario internazionale.
L'abbandono
dello schema inglese con una moneta di riserva (Bancor) diversa da
quelle nazionali metteva gli USA in una posizione di particolare
privilegio. Gli accordi di Bretton Woods erano infatti concepiti in modo
tale da essere impunemente violati, perché nessuna nazione era posta
nelle condizioni di controllarne l'inadempimento, cioè di controllare
se il Tesoro Americano avesse emesso dollari in misura maggiore di
quanto consentito dalle disponibilità di riserve d'oro. Un tale
controllo avrebbe infatti costituito un'ingerenza negli affari interni
di un Paese straniero non ammissibile secondo i principi del diritto
internazionale. Questo fondamentale difetto del sistema di Bretton Woods
non è altro, poi, che il difetto essenziale derivante dall'equivoco di
concepire la moneta come titolo (di credito) rappresentativo del valore
della riserva (aurea o non) e non già come titolo puramente
convenzionale, quale effettivamente è.
Questa
possibilità consentiva infatti agli USA la realizzazione di un
disavanzo cronico della propria bilancia dei pagamenti. Ciò per l'ovvia
ragione che, a differenza degli Stati membri, che erano costretti a
prosciugare di moneta i propri mercati per restituire nei termini al
Fondo Monetario i prestiti ottenuti, questo problema non si poneva per
gli USA, il cui deficit della bilancia dei pagamenti era soddisfatto con
la massima facilità, dato che il Tesoro Americano, essendo il creatore
della moneta base del sistema, non aveva nessuna difficoltà a
provvedersene. Questo
fenomeno causò l'effetto di un notevole squilibrio sui mercati
mondiali, prima di tutto perché. come veniva rimproverato
principalmente dalla Francia, con questo sistema gli USA esportavano la
loro inflazione; in secondo luogo la massa dei beni e servizi importati
causava una notevole crisi nel sistema produttivo americano, perché
questo mercato era predisposto all'importazione con il conseguente
rallentamento dei propri procedimenti produttivi, disoccupazione e
ristagno economico. Se da una
parte i Paesi più industrializzati dovevano fronteggiare la spinta
inflazionistica, d'altro canto erano avvantaggiati da un notevole
slancio produttivo, che veniva giustificato politicamente dalla
opportunità di ricostruire le economie dissestate dalla guerra. (Famosa
la frase del noto economista francese Jacques RUEFF, per cui "gli
USA tornavano a distribuire birilli per continuare a giocare").
In effetti
il dollaro, andando ad invadere aree monetarie di altri Paesi, veniva ad
esautorarli nella parte più essenziale della sovranità politica, perché
si arrogava molte prerogative della sovranità monetaria di tutti i
Paesi aderenti al Fondo Monetario. Il sistema del resto era strutturato
in modo tale che non poteva prescindere dall'uso del dollaro come moneta
internazionale. Dal 1959 al 1971 tutti i mercati mondiali furono così
invasi da masse sempre crescenti di dollari.
Ha inizio
a questo punto il fenomeno degli Eurodollari che tecnicamente vengono
definiti come dollari appartenenti a non residenti e che influiscono in
modo non lieve a determinare squilibri monetari (abbondanza o rarità di
moneta) con spostamenti causati da spinte speculative da un mercato
all'altro. Gli USA
che, sulla base degli accordi di Bretton Woods e con l'istituzione del
Fondo Monetario Internazionale, avrebbero potuto immettere sui mercati
mondiali 10.000 milioni di dollari, avevano praticamente creato
oro-carta per 80.000 milioni di dollari. Se dunque gli USA da una parte
violarono gli accordi monetari, ciò avvenne con il tacito consenso
della gran parte delle banche centrali del mondo occidentale, perché
non è concepibile che masse così ingenti di dollari potessero essere
immesse sui mercati mondiali in modo surrettizio.
L'antitesi
che nacque fra gli Stati Uniti d'America e la Francia di DE GAULLE,
particolarmente gelosa della propria sovranità monetaria, sfociò, com'è
noto, nella richiesta da parte francese di convertire in oro le masse di
dollari esistenti sul proprio mercato. L'esempio francese fu seguito
anche da altre banche europee, sicché per tenere fede alla
convertibilità nel rapporto di 35 dollari per oncia troy di oro fino,
gli Stato Uniti d'America dal 1958 al 1971 subirono una copiosa
fuoriuscita d'oro per un ammontare di circa 90.000 tonnellate. Il
dollaro cominciò a indebolirsi e l'oro a riprendere quota.
5. Il
Pool dell'oro La
previsione della possibilità di un rapido rifluire del valore monetario
dalla carta all'oro, che ha sempre costituito una preoccupazione
costante dei sistemi bancari, in quanto minaccia la stessa affidabilità
e stabilità del sistema monetario internazionale [5],
aveva indotto le banche centrali a costituire nel 1961, a Londra, il
Pool dell'oro con lo scopo di contenere il prezzo del metallo entro i
limiti dei 35 dollari per oncia troy.
Con questo
accordo le banche compravano oro a prezzo alto per venderlo a prezzo
basso, ciò per l'ovvia ragione che la perdita subita sulla differenza
di valore tra il prezzo dell'oro acquistato ed il prezzo dell'oro
venduto, veniva abbondantemente ricompensato dagli incrementi di valore
conseguiti nelle quotazioni ufficiali delle divise.
Questo
controllo del prezzo dell'oro dunque non è comprensibile se non si
considera che il sistema bancario, avendo la possibilità di creare a
costo nullo moneta nominale, e quindi avendo a disposizione senza limite
e senza costo tutto il denaro di cui avesse necessità, veniva
abbondantemente compensato della perdita subita nella compravendita di
oro, perché, sottovalutando l'oro, lucrava sul corrispondente e
contestuale aumento del potere d'acquisto della moneta carta.
La
sovrabbondanza di dollari sul mercato causava però una tale massa di
richieste per convertire dollari in oro, che nell'ultimo trimestre del
1967 le riserve dei Paesi del mondo occidentale, impegnate a sostenere
il dollaro per il rispetto dei patti di Bretton Woods, diminuirono di
1.400 milioni di dollari corrispondenti a circa 1.250 tonnellate di
metallo ceduto al prezzo di 35 dollari per oncia troy. Il 15 marzo 1968
il mercato di Londra, incapace di tenere fronte alla sempre crescente
richiesta di oro dovette chiudere, così come il mercato di Zurigo.
Quello di Parigi però, che aveva legato la propria politica monetaria
all'oro, rimase aperto ed il prezzo salì rapidamente dai 35 dollari ad
oltre 44 dollari l'oncia. L'avvenimento fu di tale risonanza che i
Governatori delle banche centrali, riunitisi dopo pochi giorni a
Washington decisero di astenersi da ogni forma di intervento sul mercato
dell'oro. Nella
comunicazione rilasciata dopo la riunione veniva testualmente
dichiarato: "Il governo americano continuerà ad acquistare e
vendere oro all'attuale prezzo di 35 dollari per oncia nelle transazioni
con le autorità monetarie... L'oro detenuto da organi ufficiali
dovrebbe essere utilizzato soltanto per effettuare trasferimenti tra le
autorità monetarie". Su questa
premessa veniva costituito il doppio mercato dell'oro: uno riservato
alle transazioni fra banche centrali, in cui la quotazione del metallo
era mantenuta rigidamente al livello di 35 dollari per oncia, l'altro
del libero mercato, in cui la quotazione era lasciata oscillare secondo
le spinte della domanda e dell'offerta.
Va
rilevato che in quel periodo la levitazione dei prezzi era anche causata
dalle richieste particolarmente importanti avanzate dalle industrie
spaziali ed elettroniche per la realizzazione di nuove tecniche
costruttive. Il risultato fu l'accentuazione del divario dei prezzi dei
due mercati. Questo episodio non poteva non causare importanti effetti
anche sul sistema monetario, perché i Paesi debitori, cioè con
bilancia di pagamento in disavanzo, erano sottoposti ad un sacrificio
economico ulteriore a quello contabilmente definito, perché
impossibilitati a pagare con oro a quotazione di libero mercato; senza
dire che i Paesi con consistenti riserve d'oro, fra cui l'Italia,
vedevano limitata la loro potenzialità di creare nuova moneta, come
invece avrebbero potuto se il prezzo della loro riserva aurea fosse
stato quotato liberamente. Con lo
squilibrio che ne derivò sul sistema monetario venne meno il principio
della stabilità dei cambi consacrato a Bretton Woods.
6. La
fine del regime di Bretton Woods e l'avvento del Dollar Standard.
Le
tensioni ed il disagio in cui si era venuto a trovare il tesoro
americano dopo la palese impossibilità di rispettare i patti di Bretton
Woods portò alla storica dichiarazione di Nixon del 15 agosto 1971 a
Camp David, con cui veniva annunciata la decisione di sospendere la
convertibilità del dollaro in oro. Data l'importanza di questo
avvenimento, sembra opportuno esporre qui gli aspetti salienti di questa
nuova radicale modifica del sistema monetario internazionale.
L'economia
americana era stata sottoposta a delle gravi sollecitazioni. La
artificiosa sopravvalutazione del dollaro rispetto all'oro e quindi
rispetto alle altre divise monetarie, aveva aperto delle gravi crisi sul
mercato americano. Gli USA avevano pagato a caro prezzo in termini di
crisi economica e freno dello sviluppo produttivo l'affermazione del
dollaro a livello mondiale come moneta di riserva. Non è senza
significato infatti che, contestualmente alla non convertibilità
venivano annunciati da Nixon provvedimenti di protezione doganale del 10
per cento sul prezzo dei beni importati dagli Stati Uniti.
Le
giustificazioni vere per cui gli USA giunsero a questo passo si basavano
sull'ovvia considerazione che, essendo stati emessi sui mercati
internazionali i DSP (Diritti Speciali di Prelievo) come moneta
puramente convenzionale [6]
- cioè concepita senza riserva aurea - non c'era nessun motivo che il
dollaro continuasse a rispettare questo vincolo di garanzia.
La teoria
monetaria intuita da KEYNES nella progettazione del Bancor aveva trovato
nei fatti la sua conferma storica. Ed ancor più questa intuizione
doveva essere avvalorata dalle vicende che seguirono immediatamente la
dichiarazione di Nixon. Sembrava in quei giorni che lo stesso sistema
monetario occidentale dovesse crollare.
Il
fatto che il dollaro, all'apertura del mercato dei cambi, si svalutasse
di minime percentuali rispetto alle altre monete, è la prova che il
valore monetario è puramente convenzionale, mentre invece se fosse
stato vero il principio che la moneta era da considerare come fede di
deposito di oro o di altre riserve, il dollaro avrebbe dovuto perdere
del tutto il suo valore. Ciò significa, in altri termini, che qualunque
siano le alchimie ed i sofismi giuridico-politici con cui è
giustificato il valore della moneta all'atto della sua emissione, rimane
il fatto essenziale che la moneta trae valore dalla circostanza che sia
accettata dalle collettività nazionali puramente e semplicemente come
mezzo di pagamento e come unità di misura del valore dei beni reali.
Gli USA
avevano ottenuto per gradi il riconoscimento internazionale che la
propria moneta, pur senza riserva, fosse da considerare moneta di
riserva. Era la trasformazione ufficiale del Gold Exchange Standard in
Dollar Standard. Si ebbe
nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione nixoniana una
riunione straordinaria dei Ministri finanziari europei a Bruxelles, che
dopo un vivace confronto di soluzioni, in particolare tra Francia e
Germania, si concluse con la decisione che il corso del dollaro degli
Stati Uniti si stabilisse liberamente in certi Paesi della comunità con
il mercato libero dei cambi, mentre invece per altri si aveva la
istituzione del doppio mercato. In quell'occasione le autorità
monetarie italiane, con un comunicato del Ministero del Tesoro
successivamente integrato da una dichiarazione dell'Ufficio Italiano dei
Cambi, dichiaravano libera la lira di fluttuare nei confronti del
dollaro. Sulla
stessa linea si muoveva anche il Fondo Monetario Internazionale che,
tramite una dichiarazione, resa da Pierre Paul Schweitzer, Direttore
Generale del Fondo, inviata ai Ministri delle Finanze dei 118 Paesi
aderenti, metteva in guardia da soluzioni frammentarie che avrebbero
pregiudicato seriamente i risultati conseguiti nel periodo successivo
all'ultima guerra mondiale. Il significato implicito di questa
dichiarazione era sostanzialmente quello di proporre la conservazione
del dollaro come moneta di riserva. Del resto la sua abolizione avrebbe
gravemente leso gli interessi dei Paesi che avevano tesaurizzato masse
imponenti di dollari, che una volta declassati dal rango di moneta di
riserva, avrebbero perso gran parte del loro valore.
Significativa
l'espressione usata nell'occasione da Paul Samuelson: "Il problema
da affrontare oggi è quello degli 80.000 milioni di dollari rimasti
sullo stomaco delle Banche Centrali".
7. I
diritti speciali di prelievo (DSP)
Gli
squilibri monetari che avevano pregiudicato la stabilità del dollaro
come moneta di riserva internazionale, inducevano le autorità monetarie
a programmare un nuovo strumento di liquidità internazionale: i diritti
speciali di prelievo (DSP). L'istituzione di questa nuova moneta di
riserva internazionale fu approvata dall'Assemblea dei governatori delle
banche centrali dei Paesi aderenti al Fondo Monetario Internazionale,
tenutasi dal 25 al 29 settembre 1967 a Rio De Janeiro. Questa nuova
moneta elaborata nelle sue caratteristiche in quattro anni di studio dal
"Club dei 10" (cioè il gruppo dei dieci Paesi più
industrializzati fra cui l'Italia) veniva ad aggiungersi alle altre
monete di riserva. Il valore
dei DSP venne fissato sulla base di quello di 1 dollaro, cioè 1/35 di
oncia troy di oro fino. Questo nuovo strumento monetario aveva
circolazione limitata alle transazioni fra Stati o fra le loro banche
centrali. Con l'istituzione dei diritti speciali di prelievo (che
inizialmente funzionava come strumento dei depositi e delle aperture di
credito per cambi), il FMI diventava un istituto di emissione. Possiamo
dire che trovava realizzazione così il progetto KEYNES, che aveva
previsto la possibilità di creare il Bancor come moneta di riserva
puramente convenzionale, prescindendo dall'oro. Secondo il progetto, le
quote di diritti speciali di prelievo assegnate ai Paesi membri erano
proporzionate alle quote di partecipazione al Fondo Monetario
Internazionale. Questa caratteristica fu criticata perché realizzava la
conservazione di posizioni di privilegio a favore degli Stati
economicamente più forti e bloccava le possibilità di sviluppo dei
Paesi economicamente più deboli, che pur avrebbero potuto conseguire
notevoli miglioramenti economici e produttivi a patto che avessero
ottenuto la disponibilità dei necessari mezzi finanziari.
I diritti
speciali di prelievo furono considerati con notevole favore da gran
parte degli ambienti politici e finanziari, perché consentivano la
costituzione di riserve monetarie senza dover dipendere dalla egemonia
del dollaro, ma in effetti ebbero ben poco rilievo pratico perché
giunsero a rappresentare appena il 3 per cento delle riserve mondiali.
Va
tuttavia rilevato che i diritti speciali di prelievo sono entrati nella
pratica delle transazioni internazionali anche per finalità differenti
da quelle cui erano stati inizialmente destinato. Banche americane,
svizzere, svedesi ed istituzioni pubbliche francesi hanno emesso titoli
espressi in diritti speciali di prelievo, o costituito depositi in DSP.
I pedaggi per il transito nel canale di Suez sono stati calcolati in DSP
e non più in sterline egiziane. La
possibilità della estensione del loro uso ha indotto il Fondo Monetario
Internazionale a cambiare i criteri per la definizione del valore base
dei DSP ed è stato sostituito al riferimento tradizionale (1/35 di
oncia d'oro ovvero un dollaro) un cosiddetto paniere di 16 monete, a
decorrere dal 1° luglio 1974; per "paniere" intendendosi la
media ponderata delle divise monetarie. Le monete che partecipano del
paniere sono quelle degli Stati le cui quote di esportazione di beni o
servizi sono stati superiori all'1 per cento delle esportazioni mondiali
valutate nel periodo 1968-72 [7].
La
predisposizione di questo strumento, che andava ad aggiungersi a quelli
tradizionali (dollaro e oro) era giustificata dalla situazione di
disagio in cui gli USA si erano venuti a trovare per la impossibilità
di emettere dollari nel rispetto dei patti di Bretton Woods.
8.
Considerazioni critiche e comparative sui vari orientamenti di politica
monetaria internazionale. Possiamo
dire - dopo l'abolizione del Gold Exchange Standard e l'instaurazione
dei DSP - che l'oro ha fatto il suo tempo e che è destinato ad essere
relegato nel ruolo di semplice merce?
Non
crediamo che questa tesi sia attendibile per i seguenti motivi.
L'oro ha
le caratteristiche essenziali: Del resto
il tallone d'Achille dei DSP, così come regolato nel sistema monetario
internazionale, sta nel fatto di essere attualmente considerato in un
sistema monetario ibrido, in cui cioè il valore monetario è concepito
in parte come valore convenzionale e in parte come valore creditizio.
All'atto dell'emissione infatti il DSP prescinde dalla riserva
monetaria, quindi ha valore convenzionale, mentre invece è destinato a
costituire riserva monetaria delle varie divise nazionali, che assumono
così valore creditizio rappresentativo delle riserve.
Nel caso
quindi, tutt'altro che improbabile, che gradualmente i DSP si affermino
come moneta di riserva, viene da chiedersi se le banche centrali
rispettino il limite di emissione della propria moneta nazionale in
proporzione alle quantità di DSP o di altra moneta di riserva in
propria disponibilità. Non si
vede perché i vari Stati membri del FMI non possano e non debbano
seguire l'esempio eclatante dato al mondo dagli Stati Uniti d'America,
che hanno violato i limiti di emissione convenuti a Bretton Woods non
solo impunemente ma lucrando altresì il grosso risultato di imporre al
mondo il Dollar Standard. Adottare
il sistema keynesiano di sostituire all'oro i DSP, non ne modifica la
peculiarità fondamentale che un accordo di questo tipo possa essere
impunemente violato perché l'emissione di divisa nazionale, essendo -
come abbiamo rilevato - una prerogativa propria ed esclusiva di ogni
stato, non ammette interferenze o controlli esterni adeguati, senza
pregiudizio alla stessa sovranità.
Questa è
la ragione per cui, malgrado le raffinate teorie dei monetaristi e
l'abolizione ufficiale dell'oro come riserva, questo metallo continua ad
avere notevole prestigio nelle transazioni internazionali. Basti
considerare ad esempio che i Paesi dell'OPEC (esportatori di petrolio)
ne hanno ancorato il valore ad un rapporto di 20 barili di petrolio per
oncia troy di oro fino. (Nel caso che l'oro fosse svalutato, ne
deriverebbe un automatico riequilibrio, perché i Paesi acquirenti di
petrolio avrebbero interesse a pagare in oro piuttosto che in dollari).
A ciò aggiungasi che il valore dell'oro deriva anche dalla sua utilità
specifica a soddisfare esigenze industriali di particolare rilievo,
specie nelle nuove tecnologie altamente sofisticate.
Per questi
motivi l'economista francese Jacques RUEFF ha sostenuto, al tempo del
governo De Gaulle, la necessità del ritorno al Gold Standard puro,
proponendo la rivalutazione del prezzo dell'oro del cento per cento.
La vera
grande modifica di fondo della sostituzione della moneta nominale
alla moneta merce sta nel fatto che in questa la
disponibilità del mezzo necessario all'emissione della moneta sta nelle
mani di chiunque ce l'abbia, in una concezione orizzontale della
funzione monetaria che rimane prerogativa del mercato, in quella
invece la sovranità monetaria è retta su una concezione verticistica,
perché è nelle mani della banca di emissione, la quale ha per legge la
potestà, in regime di monopolio, di emettere moneta senza limite e
senza costo, attribuendosene peraltro la proprietà a titolo esclusivo. La
banca infatti emette la moneta prestandola e poiché prestare denaro è
una prerogativa del proprietario, essa è per legge (ndt:
Continuando la sua ricerca, il Professor Auriti si accorse che, di
fatto, una tale legge che attribuisce la proprietà della moneta alla
banca emittente non esiste. Mancando la certezza del diritto in merito
al primo proprietario della moneta, si è creato un edifico monetario
che poggia sul vuoto e l'ignoranza) dichiarata proprietaria del
denaro all'atto dell'emissione.
Si è
realizzato così il basilare inconveniente dell'attuale sistema
monetario, in cui chi crea i valori monetari sono i cittadini, mentre
chi se ne appropria è il sistema bancario che si avvia ormai a
conquistare tramite la sovranità monetaria, una sovranità
sopranazionale, per non dire mondiale.
Questo
rovesciamento contabile ha realizzato un macroscopico indebitamento di
tutti i popoli del mondo verso il sistema bancario senza contropartita.
Non bisogna dimenticare tuttavia che il gold-standard ha i difetti non
lievi di consentire l'emissione monetaria solo ai Paesi che dispongono
di oro e di determinare conseguentemente l'incremento di liquidità
monetaria non in proporzione alle esigenze produttive e di mercato, ma
alla quantità di metallo pregiato.
Col
ritorno al gold-standard si verificherebbe, quindi, una drastica spinta
deflazionistica per rarità monetaria con gli inconvenienti ben maggiori
di quelli del sistema a moneta nominale. [ndt: La
Scuola Austriaca di Economia dimostra che, in un sistema dove la
proprietà della moneta è affidata alla sovranità del popolo, la
deflazione ha invece effetti positivi. Come quando, possedendo delle
azioni, se ne vede col tempo salire il valore]
Questo
significa che l'oro, pur continuando ad avere il suo prestigio, per le
ragioni suddette, nei rapporti internazionali fra le banche centrali,
non potrà svolgere altro che una funzione ausiliaria e integrativa del
sistema con moneta carta. Per questi
motivi occorre porsi l'arduo compito di programmare una riforma
dell'ordinamento internazionale del sistema monetario che abbia - per
quanto possibile - i pregi dei sistemi tradizionali senza averne i
difetti. 9.
Rigidità e flessibilità dei cambi monetari.
Nell'ambito
del sistema monetario internazionale, assume particolare importanza il
regime dei cambi. Questo regime non può dare stabilità e certezza dei
valori monetari costituenti oggetto delle transazioni internazionali,
perché la moneta è una unità di misura oscillante nella entità del
suo valore, ossia del suo potere d'acquisto, non solamente per
iniziative degli organi monetari, ma anche per le più varie cause
operanti sul mercato (produzione, consumo, offerta e domanda di merce o
di denaro, prezzo del petrolio, etc.), per cui non è facile a volte
individuare le cause delle spinte inflazionistiche o deflazionistiche. Basti
pensare, ad esempio, che l'inflazione monetaria può esser causata non
solo dall'abbondanza di moneta ma anche da aumento della domanda dei
beni reali [ndt: o dalla loro scarsità]. La domanda, infatti, causa
l'aumento dei prezzi, che esprime quindi una spinta inflazionistica non
controllabile dalle autorità monetarie.
Tre sono i
sistemi di cambio tradizionalmente operanti: Ognuno di
questi tre sistemi presenta pregi e difetti, di cui merita dare qui un
rapido cenno. Per comprendere, sia pure nelle grandi linee, questo
fenomeno, occorre distinguere tra inflazione e deflazione,
che sono fenomeni monetari interni, e sopravvalutazione, e sottovalutazione,
che sono fenomeni internazionali. Data la impossibilità che le autorità
monetarie controllino tutte le cause determinanti le spinte
inflazionistiche o deflazionistiche, per dare stabilità ed affidamento
alle previsioni del valore monetario per la determinazione dei prezzi
nelle vendite internazionali (importazioni ed esportazioni) si è
addivenuti ad accordi plurilaterali per contenere le oscillazioni dei
cambi fra le varie monete entro limiti rigidi. Su questa linea opera il
cosiddetto "serpente monetario europeo", che stabilisce un
limite di oscillazione delle monete europee fra di loro all'interno del
serpente, ed all'esterno verso il dollaro statunitense. Questo
strumento, se soddisfa le esigenze dei singoli operatori, in quanto dà
una certa affidabilità sul mantenimento del rapporto di cambio, non è
tuttavia privo di inconvenienti, perché l'esperienza ha dimostrato che
si verificano fenomeni di sopravvalutazione o sottovalutazione
artificiosa delle monete con notevole pregiudizio dell'equilibrio dei
mercati sottoposti a regime di cambio fisso o semi-rigido.
A titolo
di esempio facciamo il caso che venga instaurato il cambio fisso tra
lira e marco tedesco nel rapporto di 400 a 1. Se al momento in cui il
cambio fisso viene adottato, una unità di merce costa 400 lire in
Italia ed 1 marco in Germania, per l'acquirente sarà indifferente
acquistare l'unità di merce nell'una o nell'altra nazione. Se però,
malgrado il mantenimento del cambio fisso, le spinte inflazionistiche
interne sono di diversa entità, e se l'inflazione in Italia è del 50
per cento ed in Germania dello 0 per cento, avviene che la medesima unità
di merce potrà essere acquistata in Italia al prezzo di 600 lire e in
Germania sempre al medesimo prezzo di 1 marco. A questo punto
l'operatore economico italiano avrà interesse ad acquistare il detto
prodotto in Germania, in quanto in virtù del cambio fisso sarà messo
in condizione di ottenere 1 marco per 400 lire, pagando al vecchio
prezzo il prodotto in Germania. Questo
esempio sta a significare che con il cambio fisso si determina la
predisposizione del mercato con moneta sopravalutata (nel nostro esempio
l'Italia) all'importazione, con il conseguente fermo produttivo e
ristagno economico; mentre invece il mercato con moneta sottovalutata
(nel nostro esempio la Germania) è predisposto all'incremento
produttivo ed alla esportazione. Queste
considerazioni mettono in evidenza che la modifica dei rapporti di
cambio monetari è tutt'altro che neutra nello scambio internazionale. E
ci si spiega come strumenti monetari, che ad una visione unilaterale ed
incompleta possono apparire idonei ad eliminare alcuni inconvenienti (ad
esempio la instabilità dei cambi verso altri inconvenienti di non
minore rilievo di quelli che si erano voluti eliminare.
Per questi
motivi la politica monetaria si è orientata su formule di compromesso
fra lo schema della rigidità e quello della libera fluttuazione dei
cambi, adottando lo schema semi-rigido con limiti di oscillazione
sufficientemente ampi da evitare fenomeni imponenti di artificiosa
sopravvalutazione o sottovalutazione monetaria.
10. Le
Società multinazionali Su queste
premesse ci si può spiegare il fenomeno delle società multinazionali
che si sono ormai affermate come protagoniste su tutti i mercati del
mondo. Si tratta, come è noto, di società per azioni, o meglio dire di
gruppi di società anonima che operano contestualmente su differenti
mercati in posizione di assoluta preminenza. Tanto è vero che il
fenomeno si è imposto all'attenzione dei legislatori oltre che della
dottrina e della giurisprudenza per tentare di arginare l'enorme
potenzialità di conquista dei mercati e di dirompente concorrenza.
La vera
ragione della maggiore vitalità di questi gruppi di imprese sta nel
fatto che, potendo operare su mercati di diversa nazionalità e sotto
differenti sistemi monetari, sono in condizione di sfruttare le
favorevoli congiunture monetarie: ad esempio incentivando la produzione
e la esportazione, nei Paesi con moneta sottovalutata, e disincentivando
i procedimenti produttivi e promuovendo l'importazione, nei Paesi con
moneta sopravalutata. Esse sono così strutturate da poter superare
facilmente le crisi causate dalla inversione di scelta della politica
monetaria e dei cambi, perché sono a loro volta nella possibilità di
invertire le proprie scelte incentivando o fermando i procedimenti
produttivi sui vari mercati. La
loro potenza economica è data dunque dal fatto che sulle loro vele
soffia sempre il vento favorevole dei rapporti di cambio delle monete,
cui va aggiunto il privilegio di una disponibilità praticamente
illimitata di finanziamenti.
E'
ovvio che ciò è possibile perché sono controllate dalle medesime
società strumentalizzanti il sistema monetario. Come è stato
giustamente detto, con le multinazionali, le banche centrali operano in
prima persona sul mercato avendo a disposizione senza costo e senza
limite tutto il denaro che vogliono. Ed è questo il vero motivo per cui
nei loro confronti non è possibile alcun tentativo concorrenziale da
parte delle normali imprese commerciali.
I
tentativi finora proposti di arginare l'azione dirompente di questi
giganti dell'economia sono rimasti inoperanti e circoscritti al semplice
rango delle buone intenzioni, perché il vero problema non è tanto
quello di codificare leggi anti-trust [8],
quanto quello pregiudiziale di sottrarre il dominio della moneta al
sistema bancario. Note al
capitolo I: 1) Di
particolare interesse rilevare che la Conferenza di Bretton Woods fu
preceduta da una pre-conferenza, alla quale parteciparono 15 Stati, che
si tenne ad Atlantic City dal 23 al 30 giugno 1944. Oltre ad alcune
questioni procedurali, in detta riunione preliminare furono affrontati
aspetti di grande rilievo, quale il regime relativo alla flessibilità
dei cambi. (indietro)
2) Le
vendite di oro del Fondo agli Stati Uniti avrebbero permesso di
raccogliere dollari, che già da allora si prevedeva dovessero divenire
la divisa più richiesta da utilizzare normalmente nelle transazioni
internazionali. In questo progetto si veniva così sostanzialmente a
proporre il dollaro come moneta di riserva delle altre divise, in quanto
ancorato ad una base aurea. (indietro)
3)
Giuseppe PALLADINO, "La recessione economica americana", p.
129, ed. Signorelli, Roma 1958. (indietro)
4) L'Art.
1 dello Statuto del Fondo Monetario Internazionale ne definisce lo
scopo: 5) Talché
dal 1694, data della fondazione della Banca d'Inghilterra, la politica
svalutativa dell'oro aveva dato luogo solo a poche rivalutazioni
ufficiali per modeste percentuali, non proporzionate certamente alle
spinte inflazionistiche del mercato. (indietro)
6) Si veda
più avanti il par. 7. (indietro)
7) E cioè:
Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Francia, Giappone, Canada, Italia,
Olanda, Belgio, Svezia, Australia, Danimarca, Norvegia, Spagna, Austria,
Sud Africa. (indietro)
8) Vedi ad
es. la legge anti-trust americana ed il trattato CEE del 1956 artt.
85-90. (indietro) Capitolo
II - Valore e struttura della moneta
11.
Precisazioni introduttive sul concetto di valore.
La
strutturazione di un equo sistema monetario internazionale è il
presupposto indispensabile per la normalizzazione degli equilibri
politici ed economici mondiali. Poiché il tema, anche se di
fondamentale importanza, costituisce un aspetto puramente tecnico della
politica economica, va preliminarmente chiarito che esso presuppone a
monte un discorso che deve necessariamente toccare aspetti essenziali di
razionalità, di etica e culturali, perché altrimenti lo strumento
monetario impazzisce nelle mani di chi l'adopera e non è più uno
strumento al servizio della collettività, ma viceversa una grave
minaccia alle stesse libertà fondamentali dei popoli.
Quando dei
termini strabilianti entrano nel linguaggio corrente, l'opinione
pubblica perde la consapevolezza del loro significato e si adatta ad
accettare come fatti normali anche episodi assolutamente straordinari.
Infatti, oggi l'opinione pubblica ha accettato, come fatto del tutto
normale e ragionevole, l'istituzionalizzazione del cosiddetto "oro
carta". Per
realizzare una valutazione razionale ed obiettiva di questo fenomeno,
occorre innanzitutto precisare che al vertice bancario internazionale è
stato possibile sostituire alla moneta-merce il simbolo monetario di
costo nullo perché ha compreso un fondamentale principio di filosofia
del valore, e cioè che il valore non è mai una proprietà della
materia. Il solido, il liquido, il peso, il volume etc. sono proprietà
della materia, non il valore, perché esso consiste sempre in una
previsione, ovverosia in un rapporto tra fasi di tempo, che è una
dimensione dello spirito. Così ad
esempio possiamo dire che una penna ha valore perché prevediamo lo
scrivere. Quindi il valore è il rapporto tra il momento della
previsione ed il momento previsto. Anche la moneta ha valore perché
ognuno è disposto a cambiare merce contro moneta perché prevede di
poter dare a sua volta moneta contro merce. Quindi la previsione del
comportamento del proprio, è la fonte del valore convenzionale
monetario. Ciò posto, ci si rende conto che anche l'oro ha valore
di moneta, non perché sia oro, ma perché ci si è messi
d'accordo che lo abbia. Quando
si orienta l'attenzione della generalità sulla convertibilità della
carta moneta in oro, in effetti si evidenzia come necessario un fatto
che invece è del tutto inutile a conferire alla moneta il suo potere di
acquisto. La vera ragione per cui si vuole conservare nella opinione
pubblica l'illusione che la moneta sia una "fede di deposito"
e spacciare quindi sotto forma di titolo di credito un valore
convenzionale, sta nell'indurre l'uomo della strada nel falso
convincimento che esista un limite obiettivo alla emissione della moneta
nominale (in quanto commisurata alla quantità di riserva) e che
l'emissione del simbolo monetario da parte della banca non possa essere
gratuita - come invece è - perché sarebbe condizionata dalla
disponibilità del bene reale "oro".
Con il
pretesto della riserva aurea si vuole sostanzialmente conservare
nell'opinione generale il riflesso condizionato causato dalle vecchie
culture basate sull'uso secolare delle monete merci, ossia su una
concezione materialistica del valore. In tal modo, con l'emissione di
carta moneta strutturata come falsa cambiale o falsa fede di deposito,
si induce la collettività a dare merce, che ha un costo, contro
oro-carta, che costo non ha. 12.
Analisi delle varie specie di giudizi di valore.
Al fine di
eliminare la confusione tra le varie specie di giudizi di valore, nel
cui ambito inserire anche il valore monetario, riteniamo opportuno
utilizzare l'espressione di logica matematica delle seguenti ipotesi.
a) Atto
utile al solo soggetto agente Se
indichiamo con t' la prima fase (strumentale) del valore, con t" la
seconda fase (edonistica), con U l'utilità e con X il soggetto agente,
potremo esprimere l'atto utile con la formula
t' U X t" X b) Atto di
liberalità Se l'atto
utile è concepito oltre che nell'interesse proprio, anche
nell'interesse di un altro soggetto Y, la fattispecie può essere
espressa nella formula
t'
U X t" (X + Y) in cui
entrambi i soggetti partecipano del momento edonistico dell'atto posto
in essere da X. c)
Contratto a prestazioni corrispettive
Quando si considera un contratto di permuta tra i due soggetti X e Y, siccome ognuno agisce nell'interesse proprio ed altrui, l'atto contrattuale potrà essere espresso nella somma dei seguenti elementi: t'
U X
t' U' Y t" (X + Y) t" (X + Y) Si
realizza infatti nel contratto una utilità aggiuntiva (U") che
emerge dalla seguente considerazione. Se si ipotizzano due atti
reciproci di donazione si ottiene ex post un risultato identico a
quello di un contratto di permuta. E' ovvio che se le parti invece di
instaurare due atti di donazione reciproci instaurano un contratto, vuol
dire che vi è il motivo, per l'ovvia considerazione che ognuno è
disposto a dare la propria prestazione solamente ed in quanto ottiene la
controprestazione dall'altro contraente. Questa previsione del
comportamento altrui come condizione del proprio è dunque l'elemento
convenzionale del contratto. Ciò significa che nel contratto risiede
una utilità diversa e superiore a quella della prestazione e della
controprestazione. Ecco perché alla utilità della prestazione e della
controprestazione - che sono valori creditizi - va aggiunta l'ulteriore
utilità convenzionale U" di cui partecipano entrambi i contraenti.
Pertanto
il contratto di permuta potrà essere espresso nella formula
t'
U + U' + U" (X + Y) t" (X + Y) in cui t'
e t" sono, rispettivamente, la fase strumentale e quella edonistica
del valore; U e U' sono rispettivamente i valori della prestazione e
della controprestazione ed U" l'utilità del contratto che - per
quanto sopra detto - si aggiunge a quelli oggetto di scambio.
d) Valore
convenzionale monetario. Il valore indotto
Nell'emissione
monetaria si instaura una convenzione che produce mera utilità senza
creare scambio. t'
Um (A+B+C+...N) t"
Um (A+B+C+...N) Si
verifica in tal caso la persistenza del valore incorporato nel simbolo
monetario Umperché l'unità di misura è di per sé un bene
ad utilità ripetuta. Ecco perché
- torniamo a ripetere - vi è una netta distinzione tra il valore
convenzionale proprio della moneta e valore creditizio proprio della
cambiale. La cambiale si estingue col pagamento, la moneta continua a
circolare dopo ogni transazione indefinitamente.
Poiché
questo valore prescinde da rapporti intersoggettivi obbligatori, si lega
in tal misura al simbolo nel quale viene incorporato da sembrare
addirittura una proprietà della materia: il c.d. valore intrinseco
dell'oro o dell'oro carta. Così avviene che la moneta pur essendo una fattispecie
giuridica - in quanto bene immateriale registrato di valore
convenzionale (attualmente indebitamente gravato di debito) -
costituisce oggetto di diritto di proprietà in tutti gli
ordinamenti. Possiamo
quindi concludere che l'elemento indicato nella formula Um è
un valore indotto che nasce nel simbolo monetario analogamente a
quanto avviene nella creazione dell'energia elettrica che nasce
all'interno della dinamo. Nella
dinamo la fonte dell'energia è il campo magnetico prodotto dai poli,
analogamente a quanto avviene nella creazione dei valori monetari
causati da un campo di rapporti convenzionali, cioè da un fascio di
previsioni del comportamento altrui come condizione del proprio, che
lega tutti i cittadini. Ognuno è infatti disposto ad accettare moneta
contro merce perché prevede di dare moneta contro merce.
Poiché la
moneta è misura convenzionale del valore e quindi valore della misura
(ed ogni unità di misura è convenzionalmente stabilita), nel simbolo
nasce un valore indotto cioè il valore della misura che
determina la nascita di un nuovo bene.
Come con
la dinamo - per l'induzione fisica - si trasforma in energia meccanica
l'energia elettrica, così con la moneta - per l'induzione giuridica -
si trasforma il valore convenzionale, un fumus iuris, in un valore reale
di un bene oggetto di diritto di proprietà: la moneta [9].
13. La
rarità monetaria Una volta
dimostrato che la moneta è misura del valore dei beni economici, che
sono tali perché limitati nella quantità, caratteristica essenziale
della moneta è la sua relativa rarità, e ciò perché ogni unità di
misura deve avere la qualità corrispondente a quella dell'oggetto da
misurare. Tradizionalmente
questo problema era risolto utilizzando l'oro come veste dei valori
monetari. La rarità dell'oro era, infatti, la naturale garanzia della
rarità della moneta. Questo sistema aveva però il grave difetto di
causare congiunture economiche, perché gli incrementi dei mezzi
monetari non erano adeguati alla potenzialità degli incrementi
produttivi. Al
criterio della limitazione quantitativa naturale, propria dell'oro, oggi
si impone di sostituire il seguente criterio obiettivo di discrezionalità
tecnica. Posto
che il prezzo di mercato non è solamente l'indice del valore dei beni,
ma anche del punto di saturazione del mercato, quando il prezzo tende a
coincidere col costo di produzione occorre fermare sia l'emissione
monetaria che l'incremento sei beni reali.
Gli
incrementi monetari saranno così spontaneamente commisurati al numero
dei cittadini ed alle esigenze degli incrementi produttivi.
Questi
incrementi monetari devono pertanto essere effettuati con un
procedimento formale costituito da tre elementi:
1) la
pubblicità costitutiva, La
risultante di questo procedimento sarà la nascita della moneta nominale
come bene immateriale registrato, avente, in virtù dell'induzione, la
caratteristica di essere convenzionale e reale, cioè oggetto di diritto
di proprietà, ossia la moneta come bene mobile (registrato) perché
destinato alla circolazione. 14. La
moneta come strumento di diritto sociale. Riforma monetaria, costo del
lavoro.
Con
l'individuazione dei valori indotti sarà possibile conseguentemente
abolire i prelievi fiscali. Infatti, una volta creata la moneta di
proprietà dei cittadini, invece di distribuirla e ritirarla mediante i
prelievi fiscali, sarà possibile allo Stato di crearla ed usarla
direttamente per fini sociali sotto forma di amministrazione di un
patrimonio di proprietà collettiva.
1)
Riforma monetaria. Il valore indotto della moneta. Tradizionalmente questo valore era causato dal fatto che, ritenendosi il valore come un modo di essere della moneta, si pretendeva di definire il valore monetario come "intrinseco" all'oro. Abolito il gold standard, successivamente, e come logica conseguenza di questa premessa, si è preteso di giustificare il valore monetario sulla base della riserva d'oro depositata in banca. Senonché anche questa costruzione è venuta a mancare dopo l'abolizione degli accordi di Bretton Woods. Oggi la moneta ha la veste del titolo di credito, ma tutti sappiamo che non lo è. L'espressione riprodotta sulle banconote è quella tipica della cambiale al portatore sottoscritta, solo formalmente, dal Governatore della Banca Centrale (ad es. "£ 1.000 pagabili a vista al portatore"). Che
la moneta sia una falsa cambiale emerge dal fatto che, se si presenta la
banconota all'incasso, la banca non paga ed è autorizzata dalla legge a
non pagare né con oro, né con altro valore.
2)
Costo del lavoro - Diritto sociale:
accertata la categoria dei valori indotti sarà finalmente possibile
usare la moneta anche come strumento di diritto sociale, integrando i
diritti della persona umana mediante un nuovo diritto con contenuto
patrimoniale avente per oggetto denaro.
Reso
così effettivamente partecipe ogni cittadino della proprietà e del
reddito del capitale amministrato dallo Stato e dalla stampa della
moneta, sarà finalmente possibile liberare dalla conflittualità
contrattuale il mondo del lavoro che ancora oggi si muove sugli equivoci
della teoria del plusvalore di Marx.
Il sindacato, infatti, sorto con lo scopo di rivendicare nei confronti dei datori di lavoro il plusvalore come aumento di salario, ha realizzato non distribuzione di reddito, ma aumento dei costi, perché il salario è un costo di produzione. Ha causato così una spirale senza fine di aumento dei prezzi, aumento di inflazione, ulteriore aumento dei salari, in una permanente conflittualità. Su queste premesse si viene invece ad attribuire ad ogni cittadino una quota di reddito monetario e quindi di capitale in aggiunta ai salari. Si libera in tal modo il rapporto di lavoro dalla illusione di realizzare un impossibile e chimerico diritto sociale che come tale, oltre tutto, esula dalle naturali finalità dell'impresa. Una volta garantito ad ogni cittadino un minimo di ricchezza e rafforzata la tradizionale posizione del contraente più debole, il contratto di lavoro dovrà tornare ad avere vigore secondo il principio del "tener fede alla parola data" che restituisce al lavoratore la sua dignità ed al datore di lavoro la certezza della previsione e pianificazione dei cicli produttivi e dei relativi costi. L'instaurazione di un diritto sociale universale consente inoltre di liberare i salari dal gravame degli oneri sociali. 15. Valore creditizio e valore (convenzionale) monetario. Questa strategia di dominazione dei mercati si è basata dunque sulla confusione, deliberatamente preordinata, tra i due concetti di valore creditizio e di valore convenzionale. Mentre per valore creditizio si intende quello relativo alla prestazione oggetto del credito, per valore convenzionale, invece, deve intendersi un valore che è causato dalla stessa convenzione. Per chiarire questa differenza è utile portare un esempio: se si instaurano due atti di donazione reciproci fra due persone, si ha ex post un risultato identico a quello di un contratto di permuta. Ed è evidente che se due persone, invece di fare due atti di donazione, fanno un contratto, vuol dire che vi è un incentivo specifico e che quindi nel contratto a prestazioni corrispettive risiede una utilità diversa e superiore a quella della prestazione e della controprestazione. Questo valore convenzionale è causato dalla previsione del comportamento altrui come condizione del proprio. Così avviene per la moneta, il cui valore è determinato dal semplice fatto che ognuno è disposto a dare moneta contro merce, in previsione di poter dare a sua volta merce contro moneta. I valori monetari esplodono così, mediante una pura attività mentale dei componenti le collettività nazionali che realizzano, con la convenzione monetaria, il valore della moneta. Spacciando
sotto forma di titolo di credito il valore convenzionale, il sistema
bancario conseguiva lo scopo di appropriarsi dei valori convenzionali
prodotti dalla collettività. Esso infatti, approfittando della
circostanza che la emissione dei titoli di credito è prerogativa del
debitore, apparendo come debitore nella dichiarazione cartolare, ed
arrogandosi il diritto di emettere il titolo, acquistava la proprietà
della moneta. Con questo sistema la banca riusciva a trasformare un
debito apparente in un arricchimento sostanziale. Per esempio, il tenore
documentale della banconota "Lire mille pagabili a vista al
portatore", starebbe a significare solo teoricamente che,
esibendosi questo documento alla banca, essa dovrebbe essere tenuta a
corrispondere l'equivalente merce oro. E poiché, per legge, la banca
non può convertire in oro i titoli monetari, essa è autorizzata ad
emettere questa cambiale, che è una falsa cambiale, perché senza
scadenza e senza responsabilità, e quindi con la "garanzia"
di non pagarla. La banca
così, realizza un lucro pari alla differenza tra valore nominale e
costo tipografico della moneta (noto come signoraggio), trasforma
un proprio debito apparente in un arricchimento sostanziale mediante un
macroscopico rovesciamento contabile di cui nessuno si scandalizza forse
perché troppo evidente, e che le consente di appropriarsi di un valore
che non ha nulla a che vedere col credito. Mentre il credito si estingue
con il pagamento, la moneta continua a circolare dopo ogni transazione
indefinitamente. Ed essendo, oltre tutto, la moneta il mezzo per
soddisfare ed estinguere il credito, non può avere essa stessa valore
creditizio, anche se a volte il credito viene usato come surrogato della
moneta (ad esempio, la cambiale usata come mezzo di pagamento). E'
questa la prova che la moneta, anche se circola normalmente sotto la
veste di titolo di credito, incorpora un valore puramente convenzionale.
La categoria dei valori
convenzionali ancora oggi è quasi del tutto ignorata dalla scienza
economica e dal sistema legislativo, tanto è vero che non esiste ancora
un valido regime giuridico della funzione monetaria. Secondo le teorie
tradizionali, quando si parla del valore, erroneamente si intende per lo
più per tale il valore costo, come incorporazione del costo nel
prodotto. E'
storicamente provato che ogni qual volta è invalso l'uso di considerare
una merce come simbolo monetario, il suo valore è aumentato
notevolmente. Poiché infatti il valore di un bene è commisurato alla
sua utilità, quando una determinata merce, oltre a soddisfare
l'esigenza cui è naturalmente destinata, soddisfa anche quella di
essere misura del valore per lo scambio, ovviamente aumenta di valore
perché aumenta di utilità. Ciò avvenne ad esempio all'inizio della
storia coloniale americana negli Stati del sud per il tabacco e il riso,
quando queste merci furono considerate come moneta.
La moneta
assume valore per il semplice fatto che è l'unità di misura del valore
dei beni. Ogni unità di misura ha, infatti, la qualità corrispondente
a ciò che deve misurare. Come il metro ha la qualità della lunghezza
perché misura la lunghezza, come il chilogrammo ha la qualità del peso
perché misura il peso, così la moneta ha la qualità del valore perché
misura il valore. Ed il valore della moneta è convenzionale,
oltretutto, perché ogni unità di misura è convenzionalmente
stabilita. Acquistare
consapevolezza di questa verità significa scoprire l'enorme potenzialità
di valore della nostra attività mentale di gruppo, tanto è vero che il
valore monetario sussiste anche quando il simbolo monetario è di costo
nullo e carente di qualsiasi forma di riserva, come oggi avviene per il
dollaro e i diritti speciali di prelievo.
Che la
moneta avesse la duplice caratteristica di essere l'unità di misura del
valore dei beni e di incorporare quindi il valore della stessa unità di
misura, era chiaramente affermata da Ezra Pound [10]:
"La moneta non è uno strumento semplice come una vanga,
Contiene due elementi: quello che misura i prezzi sul mercato e quello
che dà il potere di comprare la merce".
Da
ciò deriva che la funzione monetaria causa una duplicazione dei valori
e raddoppia quantomeno la ricchezza dei popoli che la adottano, perché
la somma delle unità di misura (monete) esprime una quantità di valore
corrispondente a quello di tutti i beni reali misurati o misurabili nel
valore. E' tempo che l'opinione pubblica si renda conto che chi crea il
valore della moneta non è chi la stampa o la emette, ma chi l'accetta
come mezzo di pagamento, cioè la collettività dei cittadini. La
mancanza di questa consapevolezza, fa sì che ad appropriarsi del valore
monetario non siano i popoli, ma il sistema bancario internazionale, in
virtù del monopolio culturale della categoria dei valori convenzionali.
16.
Rilevanza della forma e della istituzionalità giuridica nella creazione
del valore monetario. Occorre
precisare quali caratteristiche tecniche assuma il procedimento di
emissione nella creazione del valore monetario, ed in particolare
l'enorme rilevanza della istituzionalità giuridica (cosiddetto corso
legale) e la conseguente manifestazione formale mediante il simbolo
monetario di costo nullo. E' la manifestazione formale del simbolo che,
una volta recepita dalla collettività, ne determina la tipica rilevanza
giuridica per la coscienza sociale. E' questa che crea il valore
monetario convenzionale, sicché nel momento stesso in cui si è
incorporato nel simbolo il valore, si obiettivizza in un nuovo bene: la
moneta. Questo
bene ha dunque le caratteristiche di essere:
a)
immateriale, a) Immateriale
perché la strumentalità risiede non nell'elemento materiale del
simbolo (la cui funzione consiste nel manifestare il bene, individuarlo
come oggetto di diritto, attribuirne la titolarità al portatore del
documento) ma nella convenzione monetaria. A
conferma di ciò sta il fatto che, se si dichiara una moneta fuori
corso, essa, pur senza perdere la
sua integrità fisica, perde il suo valore. Ciò avviene perché il
simbolo ha perso la rilevanza giuridica. In breve, perché è venuta
meno la convenzione sociale che attribuiva al simbolo il tipico valore
monetario. La
rilevanza giuridica è la tipica convenzione che rende attualmente utile
ogni modo di essere degli strumenti giuridici.
Merita
ricordare a questo punto la magistrale definizione di Pedio:"Conventionis
nomen generale est omnia pertinens quod faciunt qui inter se agunt"
[11].
Da queste
ovvie considerazioni emerge la assoluta inattendibilità delle teorie
che capziosamente ed interessatamente pretendono di qualificare la
moneta come merce, cioè come bene materiale. Queste teorie sono di
solito sostenute per difendere il monopolio culturale delle scienze
monetarie, dirottando la cultura di massa sui falsi binari della
concezione materialistica del valore. La merce è stata da sempre la
forma o manifestazione esteriore del valore monetario e solo entro
questi limiti è accettabile la sua strumentalità o il valore che dir
si voglia. Anche
l'oro ha valore di moneta non perché sia oro, ma perché ci si è messi
d'accordo che lo abbia. Tanto è vero ciò, che si usa ormai normalmente
la carta per espletare la funzione tradizionalmente assunta dall'oro e
nessuno si scandalizza se si usa correntemente oro-carta, cioè moneta
formalmente manifestata mediante un simbolo di costo nullo.
Quando si distinguono i beni materiali da quelli immateriali in base alla considerazione che i primi sarebbero percepiti mediante i sensi (qui tangi possunt) ed i secondi mediante l'intelletto, non si comprende il punto essenziale della funzione della forma. Anche i
beni immateriali si manifestano infatti mediante un mezzo sensibile: ad
esempio carta ed inchiostro nel diritto d'autore o nel disegno del
brevetto o dell'opera dell'ingegno.
Non è dunque questo il criterio distintivo tra le due categorie di beni. La verità è invece che i beni materiali si distinguono dai beni immateriali, perché in quelli la strumentalità risiede nella materia, in questi invece risiede in una realtà spirituale. Il valore
che è elemento comune a tutti i beni - sia quelli materiali che quelli
immateriali - consiste sempre in una realtà spirituale, cioè - come
abbiamo detto - in una previsione, che è una dimensione dello spirito
perché è un modo di essere del tempo. Così come non è concepibile la
vita senza tempo, non è concepibile valore senza vita, tanto è vero
che non esiste ricchezza in un mondo di morti. E' dunque la nostra
esperienza vivente che ci rende consapevoli di questa verità. Se la
moneta fosse puramente e semplicemente merce, cioè materia, essa
sarebbe concepibile anche in un mondo senza vita. Per reductio ad
absurdum, dunque, questa tesi è da respingere.
b) collettivo
in quanto ha la caratteristica di essere ad un tempo unità di misura
convenzionale del valore dei beni e valore della stessa misura
che diventa pertanto oggetto di scambio.
E' la
collettività stessa che accettando la moneta come unità di misura e
mezzo di pagamento ne crea e conserva il valore, sicché la moneta non
sarebbe concepibile se non nell'ambito di una collettività che ne usa.
Questa caratteristica assume importanza di grande rilievo
nell'ordinamento internazionale del sistema monetario, perché quando di
questa convenzione monetaria partecipano differenti Stati, nasce un
interesse comune alla stabilità ed alla difesa dei valori monetari che
costituisce un incentivo alla pacifica coesistenza ed al coordinamento
dei sistemi economici. c) di
avere un valore condizionato dalla esistenza di beni da misurare
nel valore. Questa condizione è comune a qualsiasi unità di misura. Ed
è questa una precisazione fondamentale per evitare l'equivoco di
ritenere la moneta "rappresentativa" del valore dei beni
esistenti sul mercato quasi fosse una specie di titolo di credito o fede
di deposito. Il valore
monetario è, infatti, come abbiamo visto, convenzionale e non
creditizio. Avere
consapevolezza di questa verità significa anche comprendere che,
all'atto della nascita, questo bene deve essere regolato anche come
oggetto di diritto; occorre cioè stabilire per legge, all'atto
dell'emissione monetaria, di chi sia la proprietà della moneta.
Una valida riforma del sistema
monetario accoglie il principio fondamentale di considerare ogni popolo
proprietario della sua moneta. E', infatti, la collettività dei
cittadini che con la sua attività mentale crea il valore convenzionale
monetario. Come
abbiamo già detto, e torniamo a ricordare, il valore della moneta è
creato dal fatto che ognuno è disposto ad accettare moneta contro merce
perché a sua volta prevede di poter scambiare moneta contro merce (ndt.
Di più: perché lo Stato pretende il pagamento dei tributi attraverso
questa moneta). Questa previsione del comportamento altrui come
condizione del proprio è la fonte del valore monetario.
Dunque, ogni popolo va riconosciuto proprietario della sua moneta in quanto è lui stesso che la crea. Il mancato chiarimento di questo concetto ha consentito il secolare equivoco dell'emissione monetaria. La banca, infatti, si è attribuita la proprietà della moneta perché l'ha emessa mediante indebitamento del mercato, prestandola, e siccome prestare denaro è sempre prerogativa del proprietario, con un rovesciamento contabile, si è attribuita la proprietà della moneta, il cui valore è, invece, creato dai cittadini. Particolarmente significativa e rivelatrice la considerazione di Ezra Pound: "Lo scopo della guerra civile americana venne scoperto in un numero dell'Hazard Circular del 1862: il grande debito che i nostri amici capitalisti dell'Europa faranno creare da questa guerra, verrà adoperato per controllare la circolazione. Noi non possiamo permettere che i greenbacks (biglietti di stato) circolino, perché non possiamo averne il dominio" [12]. 17.
Brevi cenni sulla evoluzione storica dei simboli monetari di costo
nullo.
Non si può
comprendere come sia stata possibile la realizzazione storica della
sovranità monetaria, se non si considera la fondamentale esperienza del
popolo ebraico dopo la fuga dall'Egitto. Questo popolo si fermò e visse
per quarant'anni nel deserto del Sinai, in un periodo storico in cui
l'economia era prevalentemente agricola. Per sopravvivere non aveva
altra alternativa che spendere il tesoro sottratto agli egiziani,
consumando definitivamente la ricchezza acquistata, ovvero trovare
un'espediente per appropriarsi, senza costo, dei beni prodotti dagli
altri popoli. E'
storicamente provato che il popolo ebraico, invece di comprare merce
mediante l'oro e l'argento, introdusse nel mercato come mezzi di
pagamento, i titoli rappresentativi dell'oro e dell'argento, ed i
mercanti stranieri erano ben disposti ad acquistare questi simboli (mamrè
o memrà) in luogo delle monete metalliche, sia perché, usando i
titoli rappresentativi evitavano il rischio di essere rapinati dai
predoni (che non avendo alcuna cultura scritturale non raffiguravano nei
simboli documentali alcun valore monetario), sia perché avevano nel
simbolo il massimo affidamento, in quanto questa cambiale emessa dal
componente il popolo israelita era garantita solidamente da tutta la
collettività ebraica. Non ci si
può spiegare, infatti, l'assoluta fiducia riconosciuta dal mercato al
simbolo documentale, così come se fosse stato esso stesso d'oro, se non
si considera il poderoso influsso che ebbero nel popolo ebraico alcuni
fondamentali comandamenti mosaici. Mosè infatti comandò al suo popolo
l'obbligo del prestito reciproco in caso di bisogno e la remissione dei
debiti ogni sette anni, in ricorrenza del cosiddetto anno sabbatico (Deuteronomio,
15, 1-6). Nel rispetto collettivo di questi precetti, per l'ebreo era
indifferente prestare o non prestare denaro al proprio fratello, perché
avendo prestato denaro, ognuno a sua volta era in condizioni di
pretendere il prestito da un altro ebreo ed era, altresì, indifferente
che nell'anno sabbatico si avesse la remissione dei debiti perché - per
quanto grande fosse stato l'ammontare dei debiti estinti - si era sempre
nella condizione di poterli riaccendere all'inizio del nuovo settennio.
Da questi
comandamenti mosaici derivò che, ogni qual volta la cambiale veniva
presentata per l'incasso, veniva regolarmente pagata, perché il
debitore insolvente poteva rivolgersi per un prestito ad un altro ebreo,
e questi glielo concedeva per comandamento religioso, tanto più perché,
se a sua volta avesse avuto necessità di denaro, poteva pretenderlo nei
confronti di altro componente il popolo ebraico. Così avvenne che ogni
titolo di credito emesso da un qualunque componente il popolo israelita,
era sorretto dalla responsabilità solidale di tutti gli ebrei.
La
certezza dell'adempimento divenne tale che, chi aveva in mano il titolo
di credito, riteneva più comodo tenerlo presso di sé, piuttosto che
presentarlo all'incasso. Infatti, il valore originariamente previsto
come conseguibile alla scadenza del credito, ovvero alla presentazione
all'incasso, diveniva un valore conseguito immediatamente, mediante il
possesso del documento, per la certezza del diritto nata dalla fiducia e
dalla esperienza mercantile. Era infatti la certezza del diritto a
causare nell'animus del creditore portatore del titolo,
l'anticipazione al momento attuale dei valori previsti come conseguibili
al momento della scadenza ed a far sì che il titolo di credito
acquistasse immediatamente un valore nuovo, attuale ed autonomo. Così
ci si spiega come il portatore si riteneva soddisfatto del credito
rappresentato nel titolo, senza presentarlo all'incasso, per il solo
fatto di avere in mano il documento.
Si
modificava in tal modo la natura originaria del documento perché esso
perdeva la natura creditizia per assumere quella di valore convenzionale
monetario. Ecco perché nella pratica mercantile il documento monetario
emesso dal componente il popolo ebraico acquistò un valore equivalente
o addirittura maggiore di quello dell'oro.
La
monetizzazione del debito come espediente per spacciare moneta di costo
nullo è acutamente rilevata da Ezra Pound quando afferma: "La
Banca d'Inghilterra fu basata sulla scoperta che, invece di prestare
denaro, si sarebbe potuto prestare le cambiali della Banca" [13].
E' evidente che, su queste basi, ha avuto origine una vera e propria
strategia di dominazione in cui il sistema bancario riesce ad indebitare
i mercati del valore monetario che crea dal nulla, e con tanta maggiore
efficacia, in quanto alla incorporazione del valore monetario nei
simboli cartacei, corrisponde la contestuale demonetizzazione dell'oro,
dell'argento ed in genere di tutte le monete-merci tradizionali.
E' ovvio
infatti che, con la emissione e circolazione dell'oro carta, la gran
parte del potere d'acquisto monetario veniva estratta dai simboli merce
ed incorporata nei simboli di costo nullo. Questa alterazione
dell'equilibrio monetario è stata una delle cause determinanti anche
dei sistemi politici. Così, ad esempio, non è senza significato la
circostanza che la decadenza dell'Impero Romano si verifichi
contestualmente alla tosatura delle monete, operata dagli imperatori per
colmare i vuoti monetari causati nell'erario dalla demonetizzazione
dell'oro. Sicché si era costretti, per conservare una adeguata liquidità
monetaria, a ridurre il peso delle monete o a fondere nel conio metalli
nobili con metalli vili, come è provato dalla storia numismatica [14].
Il sistema
bancario ha, quindi, compreso che, spostando la convenzione monetaria
dal simbolo merce al simbolo di costo nullo, del quale peraltro
controllava il monopolio dell'emissione per privilegio legalmente
riconosciuto, poteva conseguire il risultato di appropriarsi del valore
monetario creato dal mercato. Su questo principio, per successivi
graduali passaggi, il sistema bancario ha estratto dall'oro la gran
parte, se non addirittura, in alcuni casi, la totalità del valore
dell'oro. La
demonetizzazione dell'oro, conseguente a questa strategia di dominazione
dei mercati, ha sottratto ai vertici economici e politici tradizionali
il valore monetario di cui disponevano, cioè la loro stessa potenzialità
economica, e con essa, la sovranità politica. Si è realizzata così
una forma macroscopica ed occulta di lucro, in cui i forzieri pieni
d'oro delle monarchie della vecchia Europa e di tutti i risparmiatori,
che erano per tradizione assuefatti a fare affidamento su questo simbolo
monetario, erano svuotati non del loro contenuto materiale, ma del
contenuto immateriale: il valore. Su questi presupposti la decadenza dei
sistemi politici è regolarmente causata dalla esplosione dei debiti
che, non a caso, nella storia ha sempre coinciso con la demonetizzazione
dell'oro. Una volta estratto dall'oro il suo valore monetario, esso era
acquistato dal sistema bancario, cioè dai produttori di simboli
monetari di costo nullo, che diventavano i nuovi padroni del mondo.
La
realizzazione di questo strumento è stata possibile mediante il dominio
assoluto della forma (monopolio dell'emissione), oltre che della
consapevolezza culturale che la incorporazione del valore convenzionale
nel simbolo consente la possibilità di oggettivare il valore in un
nuovo bene, manifestarlo, conservarlo ed attribuire la proprietà al
portatore del documento. Su questa premessa, poiché il primo
portatore è l'emittente, la banca si attribuisce la proprietà del
denaro che emette, tanto è vero che lo emette prestandolo e, come si
sa, prestare denaro è una prerogativa esclusiva del proprietario.
La famosa frase di William Paterson, fondatore della Banca
d'Inghilterra: "Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la
moneta che crea dal nulla", che appare spregiudicatamente sincera,
in effetti nasconde la parte più importante della verità, perché non
è vero che il banco si arricchisce solo dell'interesse, ma anche e
innanzi tutto della stessa moneta, il cui valore - come abbiamo visto -
non è creato dalla banca, ma dalla collettività.
All'atto
dell'emissione monetaria è stato applicato un principio ben noto alle
scuole dell'alta diplomazia, per cui, quando si vuole fare accettare
dalla controparte una condizione che quella non avrebbe mai accettato se
ne avesse avuto la consapevolezza, si pone la clausola come parte
implicita del contratto. Così avviene che, chi prende denaro in
prestito da una banca di emissione esplicitamente riconosce di essere
debitore, ma fa implicitamente altre due dichiarazioni ben più
importanti, di cui non si rende conto, perché egli riconosce ai
documenti ricevuti la qualità di denaro e ne attribuisce
contestualmente la proprietà alla banca, perché prestare denaro è una
prerogativa del proprietario.
Per
nazionalità di una moneta non deve intendersi quindi che la collettività
di quella nazione è proprietaria di quella moneta, ma, viceversa, che
ne è stata espropriata ed indebitata all'atto dell'emissione dalla
banca centrale di quella nazione. E' come se taluno si rivolgesse al
proprio cassiere e invece di dirgli "dammi denaro" gli dicesse
"prestami denaro". In quel momento si realizza un
macroscopico rovesciamento contabile per cui il denaro non è più suo
ma del cassiere. Esattamente in questi termini è il rapporto che si
instaura tra il governo o la collettività di quella nazione e la
rispettiva banca centrale. E' ovvio
che questa grave degenerazione del sistema monetario può essere
eliminata solo a patto di sanare all'origine il vizio di fondo.
La proprietà della moneta all'atto dell'emissione va sottratta al sistema delle banche centrali e restituita alle collettività nazionali, il che significa sostituire ai "biglietti di banca" i "biglietti di stato", analogamente a quanto avveniva con i greenbacks americani, prima della guerra di secessione. 18.
Caratteristiche della forma monetaria e sue implicazioni sui regimi
monetari.
Una volta
dimostrato che il simbolo monetario altro non è che la manifestazione
formale di una fattispecie giuridica, occorre mettere in evidenza alcune
caratteristiche essenziali di questo "fenomeno". Va
innanzitutto precisato che la manifestazione formale si distingue dalla
manifestazione naturale perché, mentre questa coincide col fenomeno e
sussiste contestualmente ad esso, la manifestazione formale non sempre
coincide con il momento creativo della sottostante fattispecie
giuridica. Si può
avere infatti la contestualità tra forma e contenuto giuridico, quando
la volontà normativa si manifesta mediante il comportamento
concludente; ad es. il contratto tacito. Quando invece la manifestazione
formale si consolida in un procedimento creativo del simbolo, questo può
non essere contestuale al suo contenuto. Di solito avviene che le parti,
prima vogliono un determinato rapporto giuridico e poi lo manifestano.
Si pensi al caso della scritturazione degli atti negoziali che è
perfezionato dopo che le parti ne hanno convenuto l'oggetto. Qui si ha
una successione cronologica fra l'accettazione del contratto e la sua
manifestazione formale. Per lo più l'esperienza giuridica ci ha messo
di fronte a delle fattispecie in cui la manifestazione formale è
successiva all'attività volitiva creatrice della norma.
Nella manifestazione monetaria si verifica, invece, una inversione dell'ordine cronologico tra il momento creativo della fattispecie giuridica ed il momento creativo della sua manifestazione formale (simbolo monetario). Avviene infatti nella pratica che la banca centrale, stampando i simboli monetari, predispone quella forma legale che acquista poi il suo contenuto di valore convenzionale al momento in cui il primo prenditore, accettando come moneta il simbolo, gli conferisce il corrispondente valore. Chi causa infatti il valore della moneta non è chi la stampa o la emette, ma chi l'accetta come mezzo di pagamento, cioè la collettività dei cittadini. Il primo prenditore della moneta, succube del riflesso condizionato di considerare la manifestazione formale successiva alla creazione del suo contenuto giuridico, ha considerato la moneta già esistente come bene nelle mani dell'organo di emissione, mentre questi non aveva altro che i meri simboli ancora vuoti del loro valore monetario. Ci si
spiega così come dall'equivoco iniziale, di non aver ricondotto la
moneta al genus delle fattispecie giuridiche, sia derivato un
macroscopico rovesciamento di verità giuridiche e contabili all'atto
della emissione monetaria. Il primo
prenditore della moneta, non rendendosi conto del fatto che era lui
stesso, come membro della collettività, a creare il valore
convenzionale monetario per il solo fatto di accettare la moneta, è
stato indotto ad accettarla, non gratuitamente come sarebbe stato
giusto, ma con la contropartita del debito.
"E'
avvenuto così che le banche centrali hanno espropriato ed indebitato la
collettività nazionali perché hanno emesso denaro prestandolo, e
prestare denaro è una prerogativa del proprietario. In altri termini,
il primo prenditore della moneta ha considerato il valore monetario come
già esistente nelle mani di chi controllava la produzione dei simboli,
ponendo le premesse per un paradossale parassitismo operato dalle banche
centrali in danno delle collettività nazionali. La moneta è venuta così
ad esistenza come bene immateriale gravato di debito, sicché la natura
giuridica di questo simbolo è quella di costituire titolo di debito e
proprietà precaria della moneta per il portatore, come precaria è la
proprietà del debitore, perché ce l'ha fino al momento in cui la
restituisce al creditore. Il vero dominus è solamente il creditore: la
banca.
Questa
situazione che era attenuata dalla natura delle cose quando il simbolo
monetario era merce (oro), perché, esistendo l'oro nel mercato,
consolidava nelle mani del portatore della merce una potenzialità di
valore in una visione orizzontale della sovranità monetaria di cui
partecipava anche il mercato. Quando il simbolo monetario diventava di
costo nullo esplodeva in una struttura verticale, una egemonia assoluta
ed illimitata degli organi di emissione monetaria.
Mai come
oggi, quindi, si impone la necessità di predisporre una
regolamentazione giuridica dei valori monetari, dopo averne definito la
natura, la causa e le caratteristiche, come abbiamo detto, di un bene
immateriale fattispecie giuridica. Occorre
innanzi tutto precisare che la proprietà della moneta deve essere
dichiarata, all'atto dell'emissione, di spettanza esclusiva della
collettività nazionale, perché è solo su questa premessa che si potrà
stabilire chi deve essere il proprietario, chi il creditore o chi il
debitore e potrà finalmente determinarsi a chi debba essere attribuita
quella potenzialità di valore in cui si consolida la sovranità
monetaria. Nella formalizzazione
del simbolo l'espressione del valore monetario deve essere sottoscritta
non dal Governatore della banca centrale, come oggi avviene, ma dal Capo
dello Stato, che è l'unico che può legittimamente rappresentare la
proprietà collettiva della moneta.
Sarà,
quindi, competenza dell'economista proporre su criteri di rigida
discrezionalità tecnica, la quantità di moneta da emettere al fine di
rispettare la stabilità del valore monetario, qualità indispensabile
di ogni unità di misura; dovrà, invece, essere competenza esclusiva
della Sovranità politica e della funzione legislativa stabilire di chi
debba essere la proprietà della moneta, e chi il creditore e chi il
debitore. Ciò al fine di depurare
i sistemi monetari da quegli equivoci fondamentali che hanno fino ad
oggi consentito delle forme inaccettabili di arbitrario depauperamento e
parassitismo, in danno delle collettività nazionali.
A tal
fine si impone la necessità di costruire nell'ambito dello stato di
diritto un "Dicastero della moneta" - in sostituzione della
Banca centrale - che consenta con limpida trasparenza la produzione e la
distribuzione della moneta tra tutti i componenti la collettività
nazionale. Note al
Capitolo II: 9) Cfr.
"L'Università D'Annunzio" - Periodico d'informazione
dell'Ateneo, gennaio-agosto 1992, "Il valore indotto della
moneta", pagg. 29-31. (indietro)
10) Ezra
Pound, Lavoro ed usura. All'insegna del paese d'oro. Scheiwiller, Milano
1972, pag. 19. (indietro)
11)
Digesto 2, 14: 1, 3. (indietro)
12)
Ezra Pound, op. cit., pag. 69. (indietro)
13) Ezra
Pound, op. cit., pag. 69. (indietro)
14) Non
possiamo esimerci a questo proposito, dal confutare la tesi sostenuta da
autorevole dottrina per cui la decadenza dell'Impero romano sarebbe da
attribuire all'avvento del cristianesimo, che invece come portatore dei
valori del diritto naturale non poteva non armonizzarsi con la
tradizione romana. (indietro) Capitolo
III - Principi ed orientamento per una riforma del sistema monetario
19.
L'inutilità della riserva monetaria.
Da queste
premesse si può definitivamente chiarire l'equivoco tradizionale di far
derivare il valore della moneta dalla merce posta a sua garanzia. Se
fosse vera questa tesi, il dollaro non coperto da oro e non convertibile
in oro, dopo le esplicite dichiarazioni di Nixon dell'agosto 1971, non
dovrebbe avere alcun valore, così come gli stessi diritti speciali di
prelievo emessi dal Fondo Monetario Internazionale come moneta di
riserva. Si poteva ancora concedere una parvenza di attendibilità ai
sostenitori della necessità della riserva monetaria (per conferire
potere di acquisto ad una moneta concepita come titolo di credito), fin
quando erano in vigore i patti di Bretton Woods.
Ma
oggi, dopo l'abrogazione di questa convenzione, conservare al dollaro la
qualità di moneta di riserva, significa accettare esplicitamente una
vera e propria subordinazione coloniale nei confronti del sistema
bancario americano. Infatti,
mentre il dollaro - pur senza riserva d'oro - ha il riconoscimento
internazionale di moneta legittima, ciò non avviene per le altre
monete, vincolate alla necessità di una riserva in dollari. Come dire
che mentre il dollaro, pur senza riserva, ha il valore dell'oro, ciò
non avviene per le altre monete. Le grandi
linee della politica monetaria mondiale si basano oggi sulla teoria
della doppia verità. Mentre per le banche di emissione di moneta di
riserva vale il principio per cui il valore monetario è puramente
convenzionale, per le altre banche di emissione (ed a maggior ragione
per quelle che non emettono moneta), vale il principio che la moneta
abbia valore creditizio in quanto concepita come pseudo-fede di deposito
di moneta di riserva. Possiamo ben dire che il sistema bancario
internazionale è retto da una struttura gerarchica di tipo feudale, in
cui, dalla sovranità imperiale delle banche che emettono moneta di
riserva, dipende, per germinazione spontanea, una proliferazione di
banche coloniali. Per economia di espressione e per esattezza
concettuale, proponiamo di definire come banche imperiali quelle
capaci di emettere moneta di riserva e banche coloniali le altre,
che per emettere la propria moneta, necessitano, o per meglio dire,
stabiliscono di avere necessità di moneta di riserva.
Posto che
la moneta è la misura del valore dei beni economici che sono tali perché
limitati nella quantità; che ogni unità di misura deve avere la qualità
corrispondente a quella dell'oggetto che deve misurare, anche la moneta
deve essere necessariamente "rara".
Quando la
moneta era d'oro, la rarità dell'oro era la naturale garanzia della
rarità monetaria sul seguente principio: Posto che il prezzo non è
solamente l'indice del valore dei beni, ma anche del punto di
saturazione del mercato - per cui diciamo che il mercato è saturo
quando il prezzo tende a coincidere col costo di produzione - quando
questa tendenza si verifica, il mercato è saturo sia di merce, sia di
moneta. In tal caso converrà sospendere contestualmente sia la
produzione di nuovi beni, sia l'emissione di nuova moneta.
20. La
rarità monetaria come strumento di dominazione.
E' ovvio
che l'attuale struttura regge sul monopolio culturale dei vertici
bancari. Solo su questi presupposti, la grande opinione pubblica
deculturizzata è assuefatta a valutare, come fenomeno naturale, che la
moneta sia a volte esasperatamente rara.
"Dire
che un Paese non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro -
afferma un anonimo ricordato da Ezra Pound - è come dire che non si
possono costruire strade per mancanza di chilometri" [15].
La rarità
del simbolo monetario, tradizionalmente causata dalla rarità della
merce con cui il simbolo era coniato (oro), oggi viene accettata come un
fatto del tutto normale, pur essendo la moneta di riserva producibile
senza limite e senza costo, in quantitativi arbitrariamente stabiliti
dai vertici delle banche imperiali. Allo stato attuale delle cose,
tutti i popoli del mondo sono ridotti al livello di colonie del sistema
bancario internazionale, con l'aggravante di non saperlo, perché tutte
le iniziative di politica monetaria sono promosse sul presupposto che la
riserva sia necessaria per conferire alle rispettive monete nazionali il
proprio valore. Con questo
sistema le banche imperiali sottraggono alle banche coloniali ogni
discrezionalità, ogni libertà decisionale, per adeguare gli incrementi
monetari allo sviluppo economico del proprio paese. Quando, infatti,
questi incrementi sono commisurati alla quantità di moneta di riserva,
sono sostanzialmente stabiliti dalle banche imperiali. La moneta infatti
è come il sangue: la sua quantità va proporzionata all'entità del
corpo da irrorare. Per rendersi conto di questa verità basti considerare un esempio elementare: se sul mercato vi sono dieci penne e dieci lire, si potranno mediamente vendere le penne al prezzo unitario di una lira; ma se si devono produrre altre dieci penne, si dovrà mettere sul mercato altre dieci lire, ché altrimenti si potranno vendere le penne solo al prezzo di mezza lira. E se la penna costa ad esempio sessanta centesimi, è ovvio che il procedimento produttivo, in mancanza di incremento di liquidità monetaria, si arresta. Questo significa che, ogni libertà decisionale sullo sviluppo o la recessione economica dei mercati, non sta nelle mani dei produttori di beni reali, ma in quelle del sistema bancario [16] che produce moneta di riserva. 21. I
recenti sviluppi della politica monetaria internazionale.
Ciò è
stato dimostrato dalle recenti vicende della politica monetaria
statunitense. Per determinare una grave situazione di disagio e di
recessione economica di dimensioni mondiali è stato sufficiente alle
autorità monetarie americane programmare un aumento dell'interesse sui
depositi bancari, in modo tale che gli operatori economici avessero
maggiore convenienza a conservare il denaro in banca piuttosto che
investirlo in attività produttive. In tal modo al danno del vuoto
monetario, causa di gravi forme di recessione economica su tutti i
mercati operanti nell'area del dollaro, si è aggiunto l'ulteriore
inconveniente di snaturare la funzione stessa della moneta, utilizzata
al fine meramente speculativo di lucrare con denaro altro denaro (gli
alti saggi di interesse bancario), piuttosto che a quello suo proprio di
promuovere lavoro produttivo di beni e servizi.
Ciò è
stato possibile alle autorità monetarie americane, senza correre alcun
rischio, perché avendo esse il controllo egemonico della moneta di
riserva, erano e sono in condizioni di produrre denaro senza altro costo
che quello tipografico dei simboli monetari e senza altro limite che
quello determinato dal proprio insindacabile arbitrio. Ci
si spiega così come i flussi monetari siano caratterizzati da una
alternanza pendolare di abbondanza o rarità monetaria, su cui speculano
le occulte società strumentalizzanti il sistema.
I Paesi
che sono indebitati con la Banca Centrale Americana (la Federal Reserve
Bank) per avere disponibilità di moneta di riserva, hanno visto
aumentare pesantemente il proprio debito. E' ovvio infatti che con
l'apprezzamento della moneta base (resa rara con l'artificiosa politica
degli alti saggi di interesse) di oltre il 100%, aumentano di pari
valore i debiti ed i crediti, con vantaggio del creditore e danno dei
debitori [17].
In questa
circostanza il sistema monetario internazionale ha manifestato i suoi
gravi difetti, sintomi palesi del vizio di origine di aver concepito il
sistema monetario internazionale sul pregiudizio della necessità della
riserva, per di più di una moneta nazionale (dollar standard).
La
funzione monetaria del nostro tempo è retta sul macroscopico
rovesciamento delle finalità che dovrebbero normalmente caratterizzare
la competenza funzionale degli organi bancari.
Mentre il normale organico è retto dall'ovvio principio che l'organo sia al servizio della collettività, qui invece, le collettività nazionali sono parassiticamente sfruttate dagli organi monetari, tanto che potremmo ben dire che, quando la Banca d'America presta dollari, o quando il Fondo Monetario Internazionale presta diritti speciali di prelievo per concedere alle banche di emissione la disponibilità di moneta di riserva, non sono questi organismi bancari a servire le collettività nazionali, ma viceversa queste collettività sono parassitariamente sfruttate, in quanto vengono ad indebitarsi inutilmente per un valore (della moneta di riserva) pari a quello del loro denaro. Ciò avviene con la convinzione della necessità di doverlo fare e di dovere anche essere riconoscenti per l'ottenimento del prestito, nei confronti di chi lo ha concesso. Si può
dire quindi che tutto il sistema monetario internazionale risulta
deformato da un vizio di origine che potremo definire, secondo la
formula spenceriana, come un vero e proprio "pregiudizio
teleologico". H. Spencer, il noto sociologo inglese, definiva
infatti per tale quello "per cui un atto vien considerato
necessario o meno, non in base alla sua effettiva concreta utilità, ma
in quanto sia conforme o meno al culto stabilito". In breve, la
necessità della riserva monetaria trae origine dalla semplice
convinzione che la riserva sia necessaria. E' questo un modo di essere
della strumentalizzazione per fini di potere dell'idealismo hegeliano,
per cui, essendosi ridotta la realtà all'idea della realtà, si è
ridotto lo stato di necessità all'idea della necessità.
La
filosofia hegeliana consente, nel campo delle scienze morali, una
costruzione arbitraria della verità. Quando infatti si riduce la realtà
all'idea della realtà [18]
si concepisce lo stesso pensiero come capace di immaginare la realtà
stessa, ovverosia di costruire qualunque forma della verità purché
pensabile. Vero diventa, così, tutto e il contrario di tutto. Su questa
convinzione si è creato l'unico impero coloniale del nostro tempo, in
cui l'organizzazione funzionale gerarchica non è retta sul principio
del servizio alla collettività, ma sulla discriminazione privilegiata
di un vertice che difende la propria egemonia sul monopolio culturale
della categoria dei valori convenzionali. Questo impero è talmente più
efficiente di quello politico, che si è preferito abolire le vecchie
colonie basate sulla sudditanza per farle rimanere tali in una
subordinazione ben più drastica: quella del debito.
22.
Società organica e soggettività strumentale. La c.d. piramide
rovesciata Si è
realizzata su queste premesse nella struttura della società, una forma
di cosiddetta piramide rovesciata.
Questo
termine, apparso recentemente negli atti parlamentari [19],
merita di essere considerato particolarmente perché possa aversi la
piena consapevolezza del suo significato. E' ovvio che non può parlarsi
di piramide rovesciata se non si ha la preliminare definizione della
piramide diritta. I
sociologi normalmente intendono per tale la c.d. società organica, in
cui l'organo agisce in nome e per conto proprio ed altrui. La migliore
espressione di questo tipo di struttura sociale è il noto apologo di
Menenio Agrippa nel discorso alla plebe di Roma. Con l'aforisma delle
membra ribellatesi allo stomaco con danno di tutto il corpo, si
sottolinea la circostanza che l'organo produce l'utilità tipica della
sua attività funzionale, di cui godono pariteticamente tutte le membra.
Se si
indica con un punto l'unità-organo che produce l'utilità funzionale e
con una serie di punti, ossia con un piano, la collettività che gode
della funzione organica, dalla unione del punto di vertice con il piano
di base, emerge la struttura della piramide diritta.
Su tale
premessa il concetto di società risulta dal collegamento circolare
delle seguenti definizioni. Posto che:
a) l'organo
consiste nelle persone fisiche che esercitano la funzione;
b) funzione
è l'attività posta in essere dall'organo per servire la collettività
di soci; c) rapporto
organico è quello per cui l'organo agisce in nome e per conto
proprio ed altrui, la società consisterà nelle persone fisiche legate
dal rapporto organico. Sicché potrà dirsi, in una equazione logica, ad
es. che, contratto di compravendita sta a compratore e venditore legati
dal contratto, come rapporto organico sta a società.
Il
concetto di società in tal caso ha contenuto umano e si realizza
nell'insieme dei soci e dell'organo, ovverosia nell'aspetto sociologico
e storicamente operante del rapporto organico: Senatus Populusque
Romanus. E' questa
la definizione della società secondo la tradizione romano-cristiana.
Societas sunt homines qui ibi sunt è la realistica e vivace espressione
della scuola dei glossatori. Contrapposta a questa definizione sta la
società retta sul concetto di "piramide rovesciata" che ha il
suo fondamento e presupposto logico nella società-soggettività
strumentale espressa con le più varie definizioni: personificazione del
patrimonio, personificazione della norma, centro astratto di imputazione
giuridica dei rapporti fictio juris, persona giuridica, etc.
Tutte
queste definizioni riducono la società a concetto senza contenuto
umano; ed, a nostro avviso, costituiscono il sintomo di una grave
deformazione dei giudizi di valore, che ammala la scienza giuridica
contemporanea. Osiamo
dire che la dottrina, che si è occupata di diritto societario, ha
considerato tutti gli aspetti della soggettività strumentale, tranne
quello più importante. Poiché, infatti, non è concepibile uno
strumento senza chi lo adoperi, la società strumentale presuppone
un'altra società con contenuto umano: la società strumentalizzante. La
circostanza che i teorici del diritto societario abbiano ignorato questo
essenziale aspetto del problema, ha fatto sì che si è ridotto il più
delle volte il fenomeno societario a mero formalismo giuridico.
Su queste
premesse ci si spiega come alcuni fenomeni si siano manifestati
contestualmente e come non a caso si siano verificate delle vere e
proprie coincidenze storiche: stato costituzionale e massoneria, classe
dominante e stato socialista, società anonima o multinazionale e
sindacato di maggioranza degli azionisti, partito politico e corrente di
partito, etc. E ciò
perché la massoneria è la società strumentalizzante lo stato
costituzionale, la classe dominante è la società strumentalizzante lo
stato socialista, il sindacato di maggioranza degli azionisti è la
società strumentalizzante la società anonima o la multinazionale, la
corrente è la società strumentalizzante il partito politico.
Per
esattezza terminologica e concettuale teniamo a precisare che per
soggettività strumentale deve intendersi quella che nell'ordine
gerarchico pone al primo posto lo strumento e al secondo posto la
persona umana. Poiché il diritto è uno strumento in quanto è il
risultato di un'attività creatrice dello spirito, la soggettività
strumentale ovverosia la personificazione dello strumento si verifica
tutte le volte che la società è retta sullo strumento primario e
personificato della norma: lo statuto sociale. Posta la distinzione tra
società strumentalizzante e società strumentale, ne discende quella di
società strumentalizzata, che è la collettività dei soci. E la
proprietà, che è apparentemente delle società strumentali, diventa
sostanzialmente delle società strumentalizzanti perché queste hanno
tutti i poteri di cui si costituisce il diritto di proprietà. E'
questa, dunque, la strategia con cui le minoranze culturalmente più
agguerrite spogliano e dominano le maggioranze.
Ciò
avviene nello stato socialista, in cui la proprietà di stato è
sostanzialmente proprietà dei governanti; nello stato di diritto, in
cui il dominio dello Stato è delle logge massoniche; nella società
anonima in cui il complesso dei poteri costituenti il diritto di
proprietà è del sindacato di maggioranza degli azionisti.
L'aspetto più pericoloso di questa patologia sociale sta nel fatto che ad essa corrisponde un sovvertimento dell'etica stessa della società. (Diceva esattamente Benedetto Croce che l'etica attiene al momento dei fini, l'economia a quello dei mezzi). Mentre
nella concezione organica della società, l'etica consiste nella tutela
dell'interesse di tutti i soci (perché qui la società consiste nella
collettività dei soci), nella società-soggettività strumentale, che
è una sorta di fantasma giuridico, l'etica normalmente consiste nella
tutela dell'interesse della società strumentalizzante (che è sempre
una minoranza) spacciata sotto la parvenza di tutela dell'interesse
generale. Questa
gravissima deformazione razionale ed etica è a nostro avviso la causa
principale della decadenza del nostro tempo perché tutti i giudizi di
valore che operano nei rapporti sociali ne risultano deformati e
addirittura stravolti. Il mancato
chiarimento delle premesse ha determinato, infatti, il grave fenomeno di
far vivere sul piano della storia le conseguenze degli errori nati sul
piano del pensiero di un pretestuoso e arbitrario razionalismo
filosofico-giuridico irreversibilmente inquinato di irrazionalità.
La scienza
del diritto deve acquisire consapevolezza del fatto che non è possibile
godere dei beni per rappresentanza. Si può essere rappresentanti in un
negozio o in un atto giuridico, o nella amministrazione della proprietà,
non nella "qualità" di proprietario, perché il momento
edonistico è un fatto attinente esclusivamente alla persona umana.
L'equivoco
della soggettività strumentale, sorto tradizionalmente nella sovranità
monetaria, oggi è stato esteso anche alle altre strutture sociali in
una vera e propria forma epidemica di malattia culturale.
Quando in
applicazione dei principi dell'immanenza si riduce la realtà all'io
pensante, ovverosia la realtà all'idea della realtà, ne consegue una
grave deformazione dei giudizi di valore perché vengono schiacciati in
un'unica entità il momento strumentale, che attiene all'oggetto, ed il
momento edonistico, o finalistico, che attiene al soggetto, proprio
perché si è confuso l'oggetto con il soggetto.
Dire
"strumento personificato" o "soggettività
strumentale" è come dire che uno strumento possa essere capace di
godere di un bene. Così è avvenuto che la proprietà, che è godimento
giuridicamente protetto dei beni, è stata sottratta alla persona umana
ed attribuita allo strumento personificato, cioè a dire, di fatto, alle
società strumentalizzanti le soggettività strumentali.
Con questa
strategia culturale le società strumentalizzanti si sono impadronite
della volontà e della voce dei popoli.
Su questi
equivoci si sono resi possibili quei giudizi di condanna di dimensioni
storiche, che hanno costituito spesso la scintilla ed il fermento dei
grandi conflitti mondiali. Siamo
convinti che una scelta culturale è valida solo se nelle conclusioni
coincide con il buon senso. Merita di governare un popolo solo chi lo ama, perché solo chi ama è disposto a servire. La miseria del razionalismo filosofico-giuridico, propria delle società strumentalizzanti, è tutta qui. Solo chi non ama è disposto a servirsi anziché servire. La
semplice e chiara formula della società organica può, infatti, operare
quando l'organo è al servizio della società intesa come collettività
dei soci [20]. La
strumentalità non è mai momento primario dello spirito. Il momento
primario è sempre la scelta dello scopo, al quale in un momento
logicamente e cronologicamente successivo va commisurato e
funzionalmente strutturato lo strumento. Possiamo quindi dire che
nell'ordine gerarchico al primo posto sta l'uomo ed al secondo lo
strumento. Nella società-soggettività strumentale, con l'inversione
dell'ordine gerarchico tra strumento normativo e persona umana si
verifica l'inversione tra mezzo e fine e quindi il rovesciamento della
piramide sociale, perché chi produce l'utilità è la collettività,
chi ne gode è l'organo. In
conclusione possiamo dire che alla personificazione dello strumento
corrisponde necessariamente la strumentalizzazione della persona umana.
Posta infatti la naturale alternanza tra momento finalistico e momento
strumentale nella formulazione dei giudizi di valore, una volta violato
all'origine l'ordine gerarchico e negata alla persona umana la priorità
che le compete, ne consegue una strutturazione stravolta dei
comportamenti pratici e della stessa organizzazione dei gruppi sociali.
L'individuo perde così la sua stessa capacità ad essere "soggetto di diritto" in quanto incapace di godere dell'utilità degli strumenti giuridici. Ecco perché possiamo affermare che le strutture sociali rette sul principio della cosiddetta "soggettività strumentale" o della "personificazione dello strumento" sono intrinsecamente perverse. La
maggiore manifestazione di questa degenerazione organica, funzionale e
sociale si è storicamente realizzata nella sovranità monetaria. Chi
produce infatti il valore monetario sono i cittadini chi se ne appropria
è la banca e per essa la società non apparente che la strumentalizza.
Non a caso
tutte le strutture bancarie in tutto il mondo e lo stesso Fondo
Monetario Internazionale sono delle società anonime, cioè delle
soggettività strumentali. In tutte queste strutture è fin troppo
evidente che il potere sostanziale - per quanto sopra dimostrato - non
sta nelle mani del vertice formalmente apparente, ma in quelle non
apparente della società strumentalizzante.
Solo su queste premesse si può comprendere l'esatta portata della lettera spedita da uno dei Rothschild alla Ditta Kleimer, Morton e Vandergould di New York in data 26 giugno 1863, ricordata da Ezra Pound [21]: "...Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi". 23. Il
diritto tributario uniforme come strumento del sistema monetario
internazionale.
Su queste
premesse ci si spiega come oggi si sia instaurato un diritto tributario
uniforme come strumento normativo al servizio della sovranità monetaria
e del sistema bancario con grave pregiudizio degli interessi delle
collettività nazionali. Così
ad esempio l'imposta di valore aggiunto (IVA) realizza un prelievo di
denaro senza corrispettivo [22],
proprio nel momento in cui sarebbe invece giustificato un incremento di
emissione monetaria [23].
Come è
noto, infatti, il prelievo qui avviene nel momento in cui il prodotto è
immesso sul mercato, sicché si verifica contestualmente l'incremento
dei beni reali ed il prosciugamento della liquidità monetaria.
In tal
modo tutto il sistema fiscale è stravolto e deformato.
Mentre il tributo tradizionale era il corrispettivo delle funzioni e dei
servizi resi dallo Stato, ora lo scopo del prelievo fiscale è diventato
il prosciugamento monetario del mercato senza altro corrispettivo che
quello di "prosciugarlo", col pretesto di combattere spinte
inflazionistiche. Sicché ogni aumento di produzione accelera il
contestuale prelievo di moneta, realizzando una dinamica deflazionistica
che predispone al fallimento le aziende produttrici di beni reali e
rende sempre più florida quella dell'usura.
I gruppi
di potere che strumentalizzano il sistema bancario possono acquisire il
controllo dei valori monetari esistenti sul mercato senza sottrarre ai
cittadini la proprietà del denaro. A loro è infatti sufficiente che il
denaro sia sottratto temporaneamente dalla circolazione a cicli annuali
che annualmente si rinnovano - come appunto avviene con l'IVA - per il
semplice fatto che: a) la
residua moneta rimasta sul mercato aumenta automaticamente di valore,
cioè di un potere d'acquisto esattamente proporzionale alla arbitraria
rarefazione di moneta causata dall'imposta;
b) il
sistema bancario è sempre nella condizione di sostituire al costo
tipografico altrettanta moneta in luogo di quella prelevata, conseguendo
così non solo un arricchimento equivalente a quello della moneta tolta
dalla circolazione, ma altresì l'ulteriore lucro dei relativi interessi
bancari. Il denaro
prelevato da questa imposta, essendo già nelle tasche dell'operatore
economico, è anche quello che egli potrebbe utilizzare senza pagare
quegli interessi bancari che invece dovrà pagare quando avrà bisogno
di denaro. Lo
scopo vero dell'Imposta di Valore Aggiunto è dunque quello di
consentire al sistema bancario di dare in prestito agli operatori
economici il loro denaro ad usura dopo averlo prelevato gratuitamente.
Per
rendersi conto della gravità degli inconvenienti dell'attuale sistema
basti considerare l'enormità dei poteri consentiti ai gruppi che
strumentalizzano il sistema delle banche centrali. Mentre l'emissione
monetaria è effettuata dal sistema bancario senza altro costo che
quello del simbolo, il pagamento fatto dal contribuente ha un costo
reale, perché quel denaro è stato da lui conseguito come corrispettivo
di un'attività lavorativa. Ecco perché, avendo quel denaro un valore
sostanziale corrispondente a quello da lui legittimamente prodotto,
quando il fisco lo preleva senza corrispettivo realizza un indebito
impoverimento del contribuente. Come se ciò
non bastasse, le società strumentalizzanti i vari sistemi politici e
bancari, avendo il potere di conoscere esattamente, per la denuncia resa
dal contribuente negli usuali formulari, i margini di profitto, i costi
e gli investimenti, sono anche in grado di dosare l'entità del tributo,
in modo da ottenere il massimo lucro e stabilire arbitrariamente quanto
lasciare all'operatore economico come margine di profitto. A ciò si
aggiunga il grave inconveniente dei costi indotti di questo sistema
fiscale per cui, ricadendo sul contribuente la responsabilità delle
registrazioni contabili, si vengono a sterilizzare quantitativi enormi
di ore lavorative, destinate a mere attività ragionieristiche. Se poi
si pensa che l'imposta di valore aggiunto varia non solo da prodotto a
prodotto, ma anche fra i vari mercati, il sistema è in grado a proprio
insindacabile arbitrio di causare sviluppo o recessione economica dove e
quando vuole, perché è in grado di alterare i margini di profitto
consentiti. E' fin
troppo evidente che questi gravissimi inconvenienti del sistema potranno
essere eliminati solo a patto che i prelievi fiscali siano effettuati al
solo fine di coprire i costi delle funzioni e dei servizi resi dallo
stato alla collettività. 24. La
moneta pesante come strumento di politica monetaria.
Se si
vuole eliminare l'inconveniente di una moneta eccessivamente svalutata
non è necessario usare lo strumento fiscale, è sufficiente adottare la
procedura dell'appesantimento monetario [24]
che consente di aumentare il valore dei simboli lasciando inalterato sul
mercato il potere di acquisto della massa monetaria.
Pretendere
di usare, come oggi avviene, il mezzo tributario per difendere la moneta
da spinte inflazionistiche, significa consentire il perseguimento di
ingiusti privilegi causando - per quanto sopra detto - l'indebito
arricchimento del sistema bancario e l'indebito impoverimento dei
cittadini. Una volta
dimostrato che la struttura della moneta è costituita da due elementi:
quello materiale del simbolo e quello immateriale del valore, ci si
accorge che, quando si pretende di fare prelievi fiscali per combattere
l'inflazione, col pretesto di prelevare moneta per renderla più rara,
si preleva anche il suo potere d'acquisto. Col pretesto quindi di
prelevare l'involucro formale del simbolo, si preleva anche il suo
contenuto. Come dire che con il pretesto di togliere il vestito si
toglie anche la pelle. In
tal modo non si realizza un semplice esproprio di denaro (come avviene
con l'imposta) ma una vera e propria confisca con contenuti
ingiustamente punitivi. Ecco
perché, per consentire il controllo della liquidità monetaria senza
pregiudizio di vitali interessi del mercato, occorre realizzare
contestualmente - anche con norme di diritto uniforme - l'abolizione
delle dannose ed ingiuste strutture fiscali come l'IVA e
l'appesantimento delle monete.
Una volta
restituita allo Stato la sovranità monetaria attualmente usurpata da un
sistema di società anonime quali sono appunto tutte le banche del
mondo, sarà possibile abolire lo stesso diritto tributario, avendo lo
Stato la possibilità di controllare la circolazione monetaria e di
soddisfare tutte le esigenze della collettività con i soli due mezzi,
della emissione monetaria e dell'appesantimento della moneta, sicché il
mezzo fiscale sarebbe usato per forme marginali di intervento e sempre
con la finalità di coprire i costi delle funzioni e dei servizi resi
dallo Stato. 25.
Linee per una riforma del sistema monetario
Le nazioni
potranno riacquistare, a nostro avviso, una sostanziale sovranità
monetaria e con essa la libertà politica ed economica, alle seguenti
condizioni: a)
che ogni popolo crei la sua moneta senza riserva monetaria;
b) che sia distinto il momento della creazione della moneta da quello della erogazione; c)
che all'atto della creazione ogni popolo sia riconosciuto proprietario
della sua moneta. Posto infatti che il valore monetario è
convenzionale, questo valore va attribuito a chi, partecipando della
convenzione, contribuisce a crearlo, cioè alla collettività dei
cittadini; d)
che la competenza a creare moneta sia sottratta al sistema bancario e
restituita al potere politico, sostituendo ai "biglietti di
banca" i "biglietti di stato";
e)
che gli incrementi della emissione monetaria siano commisurati alla
potenzialità dello sviluppo economico;
f)
che le somme di nuova emissione, necessarie ai fini di pubblica utilità,
che oggi sono addebitate allo Stato, siano invece ad esso accreditate ed
assunte nella disponibilità del governo;
g)
che i prelievi fiscali siano effettuati e giustificati esclusivamente
come corrispettivo delle funzioni e dei servizi resi dallo Stato alla
collettività; h)
che per controllare l'inflazione sia adottato in luogo della pressione
fiscale la procedura di appesantimento monetario;
i)
che le monete siano fra loro liberamente convertibili;
l)
che le somme di nuova emissione, necessarie per le attività produttive,
siano date in prestito agli operatori economici senza interesse, ed una
volta restituite dopo l'adempimento dei cicli produttivi, siano
ripartite fra i cittadini, instaurando un nuovo diritto con contenuto
patrimoniale ad integrazione di quelli della persona umana ed attinente
allo status di cittadino.
In tal
modo si predispone anche la diffusione della liquidità monetaria su
tutto il mercato, così da eliminare gli inconvenienti tradizionalmente
ed impropriamente definiti come sovraproduzione mentre invece essi erano
solo fenomeni di sottoconsumo. Quando infatti la distribuzione della
moneta non è diffusa fra tutti i cittadini, viene spacciata per
sovraproduzione non quella in cui la produzione dei beni è più che
proporzionale rispetto al fabbisogno, ma solamente quella in cui una
parte del prodotto (sovraproduzione impropria) rimane invenduta perché
alcuni strati sociali non dispongono di sufficiente liquidità monetaria
per acquistare ciò di cui, peraltro, hanno bisogno. Questo sistema
inoltre assicura ai produttori stessi il piazzamento del nuovo prodotto
sul mercato, per l'ovvia ragione che la vendita a prezzo equo di nuovi
prodotti è condizionato dalla emissione di nuova moneta. Si realizza
così anche la eliminazione di quella forma di fallimento di aziende
costrette a bilanci dissestati non per antieconomicità o per
irrazionalità dell'iniziativa, ma a causa di ingiustificata ed
arbitraria rarità monetaria. Sotto questo aspetto si deve rilevare che
il pericolo della deflazione - in cui l'incremento dei beni prodotti è
più che proporzionale rispetto a quello della liquidità monetaria - è
un inconveniente altrettanto grave e per certi aspetti più grave
rispetto a quello dell'inflazione (ndt: nell'attuale sistema), perché
è la causa del fermo dei procedimenti produttivi (congiuntura). Questi
principi potranno diventare operanti a patto che i mercati si
strutturino in modo da realizzare una organicità tale da renderli
completi, almeno nella disponibilità delle materie prime fondamentali.
Ci
rendiamo conto che ognuno di questi argomenti comporta la necessità di
un'analisi approfondita, ma data la caratteristica eminentemente
sintetica di questa indagine ci limitiamo per ora all'enunciazione di
principi essenziali. In breve, una volta dimostrato che la moneta - anche se a volte assume la veste di titolo di credito - ha il valore eminentemente convenzionale, per realizzare un equo sistema monetario internazionale, occorrerà instaurare un regime pattizio che accolga: 1)
nell'ordinamento interno di ogni Stato il principio di diritto uniforma
che il popolo sia dichiarato proprietario della "propria"
moneta all'atto dell'emissione, senza riserva, sostituendo ai
"biglietti di banca" o "biglietti di Stato";
2)
nei rapporti internazionali il principio della reciprocità del
riconoscimento del valore della moneta altrui come condizione del
riconoscimento della propria, consentendole la libera convertibilità in
conformità dei regimi valutari.
Data
la natura eminentemente convenzionale del principio di reciprocità,
esso è pienamente capace di causare - per quanto sopra detto - valori
monetari nelle transazioni internazionali;
3)
l'oro come strumento monetario integrativo e sussidiario del sistema con
moneta nominale. Solo
in mancanza di fiducia reciproca l'oro può costituire moneta
internazionale per pagare i saldi attivi dei Paesi creditori. La
funzione dell'oro rispetto alla moneta nominale sarebbe sussidiaria e
limitata ai soli casi di impossibilità di reciprocità nel
riconoscimento della moneta altrui come condizione del riconoscimento
della propria. Posto
infatti che il principio della reciprocità è operante solo quando tra
le parti contraenti vi è ragionevole fiducia sulla stabilità della
moneta altrui; ove questa fiducia venga a mancare, e solo in questo
caso, è opportuno considerare l'oro come strumento monetario idoneo a
soddisfare i saldi attivi dei Paesi creditori. In tal modo, pur
riconoscendo all'oro la sua funzione di moneta, gli verrebbe consentita
una funzione limitata a casi marginali.
Su queste
premesse, essendo interesse di tutti gli Stati usare simboli monetari di
costo nullo piuttosto che la merce oro, sarà anche interesse generale
limitare la funzione dell'oro al minimo indispensabile, eliminando le
posizioni drastiche ed alternative tra oro e sistema con moneta
fiduciaria. Prima di
concludere, teniamo a porre in rilievo che tutte queste finalità
particolari sono unificate, oltre che da una organicità tecnica, da una
medesima scelta razionale ed etica cristiana, in contrapposizione a
quella tradizionale, caratterizzante da millenni la sovranità
monetaria. Da questi principi sarà possibile, a nostro avviso, tradurre
in un valido sistema legislativo, lo strumento per soddisfare la
fondamentale esigenza avvertita da tutti i popoli del mondo di una
sostanziale e definitiva giustizia monetaria.
Non ci illudiamo che questa esigenza possa essere soddisfatta con facilità: e ciò non tanto perché le forze da contrastare sono le maggiori del mondo, quanto perché il maggiore ostacolo per una razionale riforma del sistema è l'ignoranza. __________________________________________ Note
Capitolo III: 15)
E.Pound, "A che serve il denaro?", ed. S.Giorgio, Napoli,
1980, pag.15. (indietro)
16) In
questo senso, significativo il passo di Brux Adams, (The New Empire,
1903, MacMillan, New York):"Forse non è mai esistito un finanziere
più capace di Samuele Lloyd. Certo egli ha capito come pochi, anche
nelle generazioni seguenti, la macchina potente del tallone unico (...).
Egli comprese che, una volta stabilita una contrazione della
circolazione fiduciaria la si potrebbe portare all'estremo, e che quando
la moneta avesse raggiunto un prezzo fantastico, come nel 1825, i
debitori si vedrebbero costretti a rilasciare la loro proprietà alle
condizioni (qualsiasi) dettate dai creditorri. "Nihil sub sole
novi". E' ciò che sta oggi accadendo con la sopravvalutazione del
dollaro. Il sistema bancario non solo ha la possibilità di realizzare
subordinazioni coloniali ma, addirittura, quella di espropriare il
mondo". (indietro)
17) Merita
qualche considerazione una importante scelta di politica monetaria che
va sotto il nome di "moneta pesante". L'appesantimento della
moneta consiste nel sostituire alla moneta in circolazione nuovi simboli
monetari con un valore multiplo dei simboli sostituiti. In tal modo la
nuova unità monetaria ha un maggior valore perché l'espressione
numerica dei nuovi simboli ha un ammontare inferiore a quello dei
simboli sostituiti (così, ad es., la moneta francese). A prima vista
questa operazione sembra del tutto irrilevante a produrre effetti
concreti nella dinamica dei mercati in quanto, questi, conserverebbero i
medesimi valori, pur se espressi con unità di misura monetaria di
diversa entità. Questo ragionamento però non regge ove si consideri
che la moneta pesante è predisposta per una politica di inflazione
mente la moneta leggera è predisposta per una scelta monetaria
deflazionistica. Il che significa che una moneta leggera serve gli
interessi del sistema bancario che essendo "proprietario"
della moneta all'atto dell'emissione, tende ad incrementare il potere
d'acquisto, mentre invece la moneta pesante è adeguata a tutelare gli
interessi dei produttori di beni reali in quanto sono interessati ad una
politica di incremento di liquidità monetaria. Di solito le autorità
monetarie instaurano una moneta pesante per mascherare una politica
monetaria deflazionistica, cioè operano un contestuale prelievo
monetario dal mercato in ragione più che proporzionale rispetto alla
"pesantezza" della nuova moneta, anche con eccezionali
procedimenti fiscali. (indietro)
18) Che
invece secondo la felice intuizione di Carmelo Ottaviano, dovrebbe
essere definito "ideismo" anziché "idealismo". (indietro)
19)
Relazione sulla Loggia P-2 dell'On. Tina Anselmi, presidente della
Commissione Parlamentare di inchiesta. (indietro)
20) Cfr.
Auriti, Applicazione di una teoria dell'utilità ad una teoria del
diritto e della persona giuridica, in Att. II, Cong. Naz. Fil. del Dir.,
Milano 1956, p. 17 e ss. (indietro)
21) Ezra
Pound, op. cit., pag. 49. (indietro)
22) A ben
guardare anche il furto altro non è che un prelievo senza
corrispettivo. (indietro)
23) Cfr.
quanto detto sulla rarità monetaria, al paragrafo 13. (indietro)
24) Cfr. nota 16, par. 17. (indietro
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