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La perdita di
un'ultima fede (nel debito)
Maurizio Blondet
16/02/2008

Da ottobre, le Borse mondiali
hanno perso 7,7 trilioni di dollari: lo rivela un rapporto della
Bank of America. (1)
Praticamente, è come se la metà dell’economia americana fosse
evaporata nel nulla.
La capitalizzazione dei mercati globali (il valore delle azioni) è scesa
del 14,7% in tre mesi.
Un crollo senza precedenti in tutte le passate crisi, a parte il 1929.
E tutto questo, innescato dal mercato dei mutui subprime.
«Un
piccolo segmento, credevamo, del settore finanziario americano»,
per non parlare di quello globale, ammette Joseph Quinlan, stratega-capo
della Bank of America e autore del rapporto.
«Invece, ora vediamo che è vero il contrario».
A cascata, dal «piccolo segmento» dell’enorme giostra finanziaria, la
peste si è diffusa come un lampo nei settori che gli speculatori
credevano «sani».
Dalla Borsa di Wall Street alle Borse mondiali, private di paratie
stagne dalla globalizzazione forzata.
Dalle banche USA alle banche di tutto il mondo.
E’ la
crisi «più cattiva della storia finanziaria», dice Quinlan.
L’immensa bolla finanziaria si sgonfia tutta quanta.
Dalle azioni sopravvalutate, ai fondi-pensione che le hanno in
portafoglio.
E non potranno pagare le pensioni promesse.
E giù giù, ad altri settori fino ad oggi ignorati, e ritenuti «sani».
Il motivo lo spiega con un magistrale commento, sul New York Times, Paul
Krugman (2).
Negli
anni 80-90, le precedenti crisi cominciavano in Paesi lontani di cui per
lo più non si sapeva nulla (Thailandia, per esempio) e si estendevano
per contagio ad economie che non avevano apparenti legami con la
Thailandia, come Russia o Brasile.
Oggi, il contagio non avviene tra Paesi, ma «tra diversi mercati».
I guai sono cominciati un anno fa «in un oscuro settore del sistema
finanziario, i titoli garantiti da mutui subprime con rating BBB-».
Un piccolo settore, si credette.
Oggi, la peste «ha contagiato le obbligazioni d’impresa, i prestiti
per le auto, le carte di credito ed oggi - ultima vittima - i prestiti
agli studenti».
I prestiti agli studenti?
Già.
In
USA, chi vuol andare all’università contrae un prestito, una specie di
mutuo.
Talora, sono gli Stati a gestire questi prestiti, a tasso agevolato, in
qualche modo fuori mercato.
Ma da pochi giorni il Michigan ha dovuto cancellare il suo programma di
prestiti allo studio.
La causa?
«L’improvviso collasso di un altro mercato finanziario da 300
miliardi di dollari di cui non avevamo mai sentito parlare, il mercato
per le auction-rate securities».
«Auction-rate securities» significa, più o meno, obbligazioni valutate
all’asta.
Una delle innovazioni della finanza creativa.
Ma che cosa hanno a che vedere con i prestiti agli studenti?
Krugman lo spiega nel modo più limpido possibile.
Perché le «auction rate securities sono in sé una faccenda
complicata, che sembrava offrire qualcosa per niente».
Queste obbligazioni sembravano sicure come denaro liquido, in quanto
venivano comprate e vendute in aste settimanali: chi voleva realizzare,
in una settimana andava all’asta con le sue obbligazioni, che vendeva
facilmente a chi voleva entrare in quel mercato, ossia comprare quei
titoli così liquidi.
Ad indebitarsi offrendo questo tipo di titoli sono stati i governi
locali USA o le loro istituzioni semi-governative, dalla Port Authority
di New York fino, appunto, alla Michigan Education Student Loan
Authority: perché sembravano il modo ideale per indebitarsi a lungo
termine (a quando gli studenti ripagavano a rate il loro debito) senza
dover pagare lo scotto dei più alti tassi che gli speculatori
(investitori) chiedono per dare credito a lungo.
Gli
speculatori (investitori) si credevano al sicuro dal rischio di fare
prestiti a lungo, proprio perché potevano liberarsi delle obbligazioni
semi-statali ad ogni asta, una la settimana.
Il mercato era liquido, liquidissimo.
A patto, s’ìntende, che all’asta si presentasse qualcuno desideroso di
comprare i titoli che gli speculatori vendevano.
Oggi, con la crisi dei subprime, le aste vanno a vuoto.
Persino in Borsa chi vuol comprare è sempre in numero inferiore a chi
vuole vendere (di qui la perdita colossale dei «valori»), figurarsi
quanti vogliono dar denaro a questo piccolo mercato.
Ma se
un’asta fallisce, scatta una clausola a cui nessuno, prima, aveva fatto
caso: il tasso d’interesse su quei titoli schizza in alto, per
invogliare i compratori con frutti più grassi.
E questo pesa sui governo locali e le loro istituzioni.
Per esempio, l’obbligazione-asta della Port Authority di New York, che
recava un interesse del 4,3%, ora è saltata al 20%.
E’ qualcosa che non si riteneva possibile avvenisse, invece avviene.
Gli investitori speculatori vanno all’asta per liquidare le
obbligazioni, e se le devono tenere perché nessuno le compra; i debitori
statali o semi-statali vedono accrescere il peso del loro debito,
pagando interessi del 20%, schiaccianti.
Va male per gli uni e per gli altri.
Eppure, ricorda Krugman, la Port Authority di New York funziona bene
oggi come un mese fa:
fa funzionare in modo esemplare il porto della metropoli, ricava
profitti come prima, è un debitore credibile e solvibile.
Soffre, e forse dovrà fallire, solo «per contagio».
Con effetti enormi sull’economia reale.
Paul Krugman dice: assistiamo «alla crisi di una fede».
La fede che un’economia basata sui debiti, sulla promessa di pagare di
miliardi di persone e imprese e Stati, sarebbe stata sempre «liquida».
Crisi di fede nelle agenzie di rating, quelle che ci hanno assicurato
che i titoli garantiti da mutui concessi a gente disoccupata o a
protestati valevano AAA.
La grande, ultima, vera fede americana: vivere da ricchi a credito.
Perduta la fede che le «auction rate securities» sono buone come denaro
contante, esse - come accade quando la fede crolla - non trovano nuovi
fedeli pronti a comprarle.
Le obbligazioni «sicure» diventano un investimento a rischio.
Standard & Poors e Fitch hanno un bel ripetere che sono AAA; la gente
non crede più a quegli oracoli.
La crisi di fiducia realizza la propria profezia negativa: i «valori»
erano basati su un’illusione,
ed ora che l’illusione è smascherata, i «valori» scendono.
Verso lo zero.
E non si crede più alle carte di credito, né ai prestiti-auto: sicchè,
oggi consumare a credito costa mostruosamente di più, fino al fallimento
delle famiglie.
Avviene ciò che si vide negli anni 1930-31, dice Krugman, solo in modo
meno «fotogenico».
Allora, c’erano le file vistose di risparmiatori depositanti arrabbiati
e spaventati davanti alle banche per ritirare i loro risparmi, che
pestavano ai portoni delle banche chiuse perché senza denaro.
Oggi, nella finanza virtuale ed elettronica, il fenomeno è lo stesso
anche se invisibile: tutti vogliono indietro i propri soldi, nessuno è
disposto a prestarli a nessun altro.
Se non al 20% almeno.
E ciò, si noti, mentre la Federal Reserve ha tagliato drasticamente i
tassi primari: in teoria, indebitarsi oggi costa pochissimo.
Ma in realtà, le famiglie e le imprese, anche sane, vedono aumentare i
loro interessi passivi.
La FED non suscita più alcuna fede, non ne suscitano i giornali e gli
economisti che predicano ottimismo.
E il contagio continua a galoppare, si estende da mercato a mercato, da
settore a settore.
Non si sa quando si fermerà.
L’intervento statale, oggi invocato dai più dogmatici liberisti, non sta
funzionando.
Il governo di Londra ha di fatto nazionalizzato (ossia comprato con
tutti i suoi debiti, a spese del contribuente) la Northern Rock, ma la
fede non è tornata.
Berlino ha appena salvato allo stesso modo una delle banche tedesche
agonizzanti, la IKB.
Parigi ha cercato invano un compratore privato per la Société Génerale,
ora rivelatasi titolare di un buco di 7 miliardi di dollari.
Il Giappone controlla le sue banche da un decennio, ma queste banche si
sono ingolfate di tante obbligazioni garantite da debiti (CDO), da far
sì che oggi le banche nipponiche perdano più della liberista Wall
Street.
Ma perché?
Perché questi interventi pubblici non sono di tipo keynesiano né
colbertiano.
Non hanno di mira il salvataggio della gente che perde la casa per gli
interessi eccessivi,
né dei posti di lavoro dei salariati.
L’intervento è mirato a salvare gli strapagati banchieri, e i loro genii
della finanza creativa, gli autori stessi del disastro, i sacerdoti (in
Porsche e Ferrari) della religione fallita.
Si cerca di salvare la speculazione, e con essa il dogma sotteso al
liberismo; si cerca disperatamente di riavviare la giostra del debito
«liquido», contraddizione in termini che reggeva solo finchè reggeva la
fede.
Ora,
l’Occidente perde la sua ultima religione, la credenza nell’usura e
nelle cambiali.
E affonda perché i sacerdoti del dio che ha fallito non sono i primi a
finire sul lastrico della disoccupazione.
Loro hanno ancora la Porsche, e la voglia di tornare al gioco.
Ma sono i gonzi che non credono più alle loro abilità.
Ogni «intervento» a loro favore aggrava la situazione: e non si vede
all’orizzonte alcun Colbert.
Maurizio Blondet
Note
1)
«US subprime crisis costs global 7.7 trillion dollars: bank»,
AFP, 14 febbraio 2008.
2) Paul Krugman, «A
crisis of faith», New York Times, 15 febbraio 2008.
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