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     La moneta del popolo sovrano

 

8/11/2004

L'emergenza

Se è vero, come è vero, che lo Stato ancora oggi "batte moneta", sia pur limitata a quella metallica (il cui importo, peraltro, rispetto all'intera massa circolante, è di valore tanto insignificante da costituire una posta di marginale importanza nella contabilità dello Stato), che pertanto ha il potere legale di trasformare in moneta reale i propri titoli in scadenza, raggiungendo il duplice scopo di ridurre il cosiddetto "debito pubblico" e la cosiddetta "rarità monetaria", nessun serio ostacolo giuridico dovrebbe impedire al popolo sovrano, di cui lo Stato è rappresentante, di liberarsi dalla propria condizione di soggezione nei confronti della "banca centrale S.p.A., ma nazionale", o nei confronti della "banca centrale S.p.A. ma europea", e senza violare la legislazione, o le prassi vigenti, emettendo una propria moneta.

In questo modo verrebbe semplicemente a circolare, accanto alla massa monetaria già circolante, una nuova moneta, che rispettando e non oltrepassando i limiti segnati dal volume della produzione, sarebbe a disposizione della collettività, senza aumentare il debito di quest'ultima e dunque senza gravare sui redditi dei cittadini. Solo così il popolo è sovrano: quando la moneta è veramente sua proprietà, a buon diritto, in quanto, accettandola e facendola circolare, induce in essa il vero valore. Infatti, come è stato sufficientemente spiegato, il valore monetario consiste nel rapporto di fiducia fra chi accetta(1) la moneta, non nell'automatismo della macchina compositrice tipografica (monotipia) che la emette. Ogni valore scatta sempre da un rapporto. Dalla mera monotipia su carta, per quanto filigranata, non scatta nulla.

Oggi invece assistiamo ad un'evidente contraddizione tra una finanza globalizzata ed incontrollata, che - pur basandosi sul nulla - è capace di spostare, con la semplice pressione di un tasto, enormi capitali da un punto all'altro del globo, e di provocare disastrose crisi economiche, dove e quando la speculazione internazionale vuole, nonchè un'economia reale (quella che interessa la gente) stagnante per rarità di moneta, che agli esseri umani del mondo "occidentale" non consente il consumo di tutti i beni prodotti, ed a quelli del "terzo mondo", neanche di sfamarsi(2).

Questa enorme contraddizione, ingiusta ed immorale, esige un'urgente riforma dell'attuale sistema monetario e creditizio, ed è sostenuta perfino da personaggi dello stesso mondo finanziario(3), cui ha fatto eco anche l'economista italiano Paolo Savona(4), il quale, in una intervista sul quotidiano "Il Tempo" del 17/03/1997, affermò contro la speculazione finanziaria internazionale: "Siamo seduti su una polveriera e fingiamo di non accorgerci; o si decide di recuperare la sovranità attraverso il controllo della creazione monetaria internazionale oppure rischiamo che esploda"; la soluzione "è tecnicamente possibile", ma "occorre la volontà politica".

Sulla stessa lunghezza d'onda sembrò porsi perfino Antonio Fazio(5), governatore della banca d'Iitalia, il quale, dando atto che il sistema finanziario e monetario mondiale "ancora non è sotto controllo, nonostante i ripetuti e tentati sforzi", e che necessita di "un'àncora con l'economia reale", perché invece l'universo della finanza marcia "con una sua autonomia", auspica che i paesi poveri non diventino ancora più poveri e che non si ripetano disastri finanziari(6) come quello che colpì il Messico nel 1995 (ed al quale andrebbe aggiunto oggi quello dell'Argentina).

Un attacco alla BCE è stato portato anche da Franco Modigliani, premio Nobel per l'Economia(7), quando ha dichiarato: "Non è tollerabile che una banca centrale, isolata, che non ha nessuna responsabilità né l'obbligo di spiegare quello che fa, possa continuare a creare disoccupazione mentre i governi stanno zitti"; "il vero limite della BCE è quello di non capire qual'è il problema dell'Europa: dovrebbero lasciare andare l'inflazione che non c'è e che non conta e concentrarsi, invece, su come dare forza agli investimenti"; ma per fare questo è necessario che "l'autorità eletta abbia un'influenza decisiva sulla politica della banca centrale"(8).

Se questi sono i pericoli è evidentemente necessaria la predisposizione di un piano di emergenza, diretto a prevenire danni, così gravi e probabilmente irreversibili una volta avvenuti. Un insegnamento prezioso dovrebbe provenirci dall'esperienza passata, cioè dalle numerose crisi finanziarie e monetarie, da quella del Messico a quella dell'Argentina, che hanno lasciato un segno indelebile sulle sfortunate popolazioni che ne sono rimaste vittime, tramortendo, tra l'altro, proprio le fasce povere delle popolazioni, rendendole ancora più povere, tanto che ne è risultata gravemente compromessa la loro stessa sopravvivenza.

Ecco dunque la necessaria funzione che dovrebbe avviarsi con la "moneta del popolo sovrano": garantire ad ogni essere umano, per il solo fatto di essere membro di una comunità nazionale, la certezza di poter soddisfare almeno le più elementari esigenze della vita.

Contro il pericolo che l'attuale moneta circolante perda sempre più valore (inflazione) o addirittura la possibilità di essere spesa (per aumento della sua scarsità), dovrebbe essere garantito a tutti un "potere d'acquisto" attraverso uno strumento di scambio, diverso da quello costituito dalle banconote di Bankitalia o dalle banconote della BCE, vale a dire attraverso una moneta emessa dal popolo per il popolo in virtù della sovranità cui ha diritto il popolo sovrano e che, anzi, costituisce il suo connotato essenziale.

"Siamo seduti su una polveriera" ha annunciato, dall'alto della sua competenza, l'economista Paolo Savona; e non può certamente sostenersi che non ci si renda conto, anche semplicemente osservando ciò che è successo in Argentina, di quali potrebbero essere gli effetti di una sua eventuale esplosione. L'emissione della "moneta del popolo sovrano", già utile nell'attuale situazione per contrastare la "rarità monetaria" (aberrazione non dissimile da quella della "distruzione degli agrumi" in nome del profitto!) arbitrariamente scelta dalle autorità finanziarie per la soddisfazione della loro sete di dominio, in caso di crisi sarebbe anche decisamente necessaria.

La Costituzione Italiana

Il problema della "moneta del popolo sovrano" merita di essere affrontato anche da un punto di vista più generale: quello che fa riferimento all'articolo 42, secondo comma, della nostra Costituzione, che, nel riconoscere e garantire la proprietà privata, ne assicura la funzione sociale e l'accesso a tutti i cittadini. Ciò che viene riconosciuto e garantito in tale articolo è la proprietà di ogni bene, sia immobile che mobile, e quindi si può dedurre inclusa nella norma costituzionale anche la proprietà degli strumenti o dei mezzi di produzione.

Certamente questa deduzione del dr. Tarquini e dello stesso prof. Auriti in merito all'art. 42, comma 2°, può essere universalmente condivisa. Però, a un certo punto, bisogna cessare ogni "furor deductionis" se si vuole permanere nell'universalità e nella concretezza del pensare.

Occorre in fondo avere il coraggio di ammettere che la nostra Costituzione non costituisce per nulla un limite all'indiscriminato potere dei banchieri ed alla conseguente "legalizzazione" della truffa del debito pubblico che da tale indiscriminato potere deriva, ai danni del popolo, tutt'altro che sovrano!

Infatti, la Costituzione, nella quale trovano posto perfino i colori della bandiera, è per definizione la carta della limitazione di tutti i poteri: tutti, tranne quelli bancari. Qui sta il marcio.

Probabilmente lo capiremo tutti, non appena apprenderemo - grazie alla truffa che costringerà altri popoli a ballare "tanghi argentini" - che i governi, tutti, non resistono alle "inflazioni", in quanto i parlamenti sono inidonei a respingere gli assalti alla diligenza.

Ho scritto queste cose a vari giornali, e sono anche state pubblicate (9), però sento che la gente fa fatica a crederci, ed ho l'impressione che finché il popolo avrà di che sfamarsi probabilmente continuerà ad affidare ai maghi (economisti, studentelli che imparano a rubare secondo legalità alle università del signoraggio) le funzioni monetarie delle nostre tasche.

Ciò che non condivido nei lavori di Auriti, di Tarquini, e di alcuni loro allievi è, appunto, il "furor deductionis", col quale essi tentano di ricavare dal Diritto "non solo una tutela giuridica ma anche, e soprattutto, il contenuto economico"(10).

Ogni contenuto economico non può che appartiene ad una logica di mercato, esattamente come la convenienza, il commercio, la valuta, la moneta, ecc., che il Diritto dovrebbe garantire, non generare, creare, fabbricare.

Paradossalmente invece, a volte avviene che, nella misura in cui il Diritto, anziché occuparsi di (una nuova costituente per aggiustare o rifare la) Costituzione, si pre-occupa di Economia, la Costituzione diventa l'idolo da cui tutto si ricava, anche le regole monetarie e bancarie che, se non vi sono, basta dedurle!

Dunque non si tratta di "ricompredere" - come fa Tarquini - norme costituzionali (nel nostro caso l'art. 42, comma 2°) in modo da dedurne cose che assolutamente esse non prevedono, come ad esempio che la moneta all'atto della sua emissione invece di essere addebitata al popolo (come avviene attualmente), sia accreditata al popolo. Si tratta piuttosto di denunciare che per molte problematiche la nostra Costituzione è una vera schifezza, e che va cambiata, in quanto, così com'è, costituisce in realtà essa stessa, fino a prova contraria, il rischio della truffa dei banchieri, che la Costituzione si guarda bene dal normare!

Così facendo, cioè operando attraverso astratto logismo, si imbesuisce dunque ancora di più il popolo, e lo si trasforma in popolo-robot, esattamente come è successo in Cina, che però, dal punto di vista dell'economia internazionale "funziona", anche se solo grazie ad una logica antiuomo.

Occorre spiegare dunque ulteriormente quest'aspetto di logica contro l'uomo, che oggi può prendere tutti, anche coloro che credono di legiferare per l'uomo.

Il "furor deductionis" e la Cina(11)

Avendo creduto di eliminare la metafisica, gli Dei, le trascendenze e le rivelazioni, i dogmatismi e gli idoli, i logisti non si accorgono di esserseli ricostruiti in un altro modo: proiettando fuori di sé valori di pensiero da cui dipendere col pensiero, non avendo perduto l'inclinazione a dipendere da qualcosa. L'insufficienza di pensiero, derivante da tale inclinazione, li porta così ad un inconsapevole idealismo assoluto del discorso logico.

L'idolo risorge come valore formale.

I riflessi pratici di ciò sono percepibili da tempo, per esempio, nell'attitudine di tutto un popolo estremo-orientale, presso il quale i primi e decisivi germi filosofici furono appunto portati dagli araldi del pragmatismo e da una logica matematica, che Massimo Scaligero chiama "abusiva"(12).

Infatti, questo popolo - la cui attitudine filosofica era giunta alle soglie del secolo XX ancora sospinta dalle mistiche tradizionali e, ultimamente, dalla dialettica legata alle loro moderne problematiche - ha conosciuto il pensiero occidentale attraverso la unilaterale assunzione logico-analitica, ed è partito esclusivamente da questa per le sue frettolose rivoluzioni culturali e sociali.

E' stato operato in modo che la cultura cinese s'imbevesse primamente di un'illegittima logica deduttiva, che ignorasse l'idealismo, e che perciò non potesse giovarsi del reale contributo del pensiero occidentale, del quale non ha potuto avere che un'immagine pericolosamente faziosa: quella specificamente possibile a un Bertrand Russell(13), a un John Dewey ed ai prosecutori della loro pseudo-filosofica predicazione.

Né Fichte, né Schelling, né Hegel sono stati conosciuti dai Cinesi. Dico questo non perché creda che l'idealismo avrebbe potuto dare a quel popolo ciò che attendeva dall'Occidente, ma perché certamente avrebbe potuto agire come elemento di equilibrio di contro al possibile scatenarsi del furor deductionis: che invece ha potuto scatenarsi indisturbato fino al collettivo automatismo, sino alla costituzione del popolo-robot.

Ciò non significa che il marxismo cinese sia più pericoloso di quello sovietico. Al contrario, proprio perché quello sovietico sa ogni volta rientrare entro i regolari limiti metodologici, richiesti dal trasformismo tipico della sua interna dialettica (l'Unione Europea infatti, fino a prova contraria delle dichiarazioni di Bukovsky(14), non è altro che la reincarnazione dell'URSS), realizza una coerenza con l'immanente automatismo mentale, praticamente capace di tutte le finzioni necessarie all'accordo con le altre chiese e con gli altri sistemi politici.

L'identico automatismo, nell'anima culturale cinese, divenendo psichismo di massa, può esplodere in forme paranoidi riconoscibili, per il fatto che lo schema metodologico non ha potere di limitazione delle sue conseguenze sul piano di un'istintività del tipo peculiare a quel determinato tipo umano.

E' la stessa ragione per cui ancora più deleterio di quello sovietico è il marxismo che avanza nelle bonarie forme socialistiche e democratiche, mediante legalismo riformista e nell'ospitale veicolo della religione, corrodendo metodicamente la base di tutte le istituzioni: includendo nel suo processo di pianificazione fagocitatrice tutti i sistemi etico-culturali, etico sociali, e sociale-economici, già intaccati dal virus della redenzione sociale, perché privi ormai del contenuto d'idee delle rispettive tradizioni.

E' evidente che in tale processo di fagocitazione ecumenica, il sistema che più ferreamente possegga la logica della disgregazione dei valori include in sé gli altri, ed è questa la tenzone che oggi impegna nel mondo le chiese dominanti e i loro specifici dogmi.

La moneta del popolo sovrano

Al di là del furor deductionis, cioè restando in una logica che non sia logismo, la moneta non potrà mai essere considerata non appartenente alla sfera dell'economia.

La moneta non è una fattispecie giuridica.

La moneta è una fattispecie economica.

Qui sta la mia critica a Tarquini e ad Auriti.

In questo lavoro, pur basandomi sull'egregio libro di Bruno Tarquini "La banca, la moneta e l'usura. La Costituzione tradita", ho cercato di mettere in luce il contenuto essenziale del libro, vale a dire l'idea della "moneta al popolo", non in quanto idea legata ad un contenuto partitocratico, o di tipo statalista, bensì come imprescindibile punto di partenza per l'inizio di un vero cambiamento benefico per la società: l'attuazione della triarticolazione sociale di cui si parla dal 1919, grazie alle intuizioni di Rudolf Steiner, che proposte come via d'uscita per scongiurare un'ulteriore guerra (che fu poi, invece, la seconda guerra mondiale)...

L'errore  fondamentale che percepisco nella concezione di Auriti è di confondere l'unità di misura con l'unità aritmetica, errore su cui René Guénon(15) insiste nel mettere in guardia certi matematici sostenitori del relativismo logico.

Affermando che "ogni misura è un'espressione numerica, tanto è vero che normalmente si parla di 'unità' di misura"(16) Auriti propone una visione unilaterale del concetto di "unità". Infatti, in tale affermazione l'idea di "espressione numerica" sta ad indicare l'unità aritmetica, come se non vi fosse alcuna differenza fra unità aritmetica e unità di misura, secondo una deduzione di questo tipo: il contenuto del concetto di "unità" presente nell'idea di "unità di misura", ed il contenuto del concetto di "unità" presente nell'idea di "unità aritmetica" sono identici, in quanto nel linguaggio umano vengono espressi con la medesima parola.

Ma questo modo di procedere appartiene ad una logica simile a quella del computer o di un meccanismo: se di fronte a questo problema, un computer programmato a riconoscere solo valori numerici potesse parlare, darebbe senz'altro ragione ad Auriti. Ma programmando il medesimo computer a riconoscere anche altri valori, per es., lessicali, grammaticali, ecc., esso rivelerebbe la differenza, per es., fra il contenuto del concetto di "uno" inteso come articolo indeterminativo, ed il contenuto del concetto di "uno" inteso come entità numerica; ed allo stesso modo rivelerebbe la differenza fra l'unità di misura e l'unità aritmetica.

Pertanto, l'uguaglianza fra l'idea aristotelica di moneta intesa come "misura del valore", e l'idea auritica di moneta intesa come "misura del valore e valore della misura" è insostenibile.

Infatti con la stessa logica (o meccanismo logico) si potrebbe sostenere, per es., l'intelligenza di una trappola, in base al fatto che il suo scattare, collegato al formaggio mediante una molla e questa all'apertura, riesce a catturare il topo che addenta il formaggio.

Un conto è dunque denunciare un'organizzazione di criminali (banca d'Italia con Ciampi e Fazio), come ha fatto saggiamente Auriti con i suoi allievi universitari, con prove alla mano, un conto è impostare inutilmente la denuncia su una teleologia di stampo giuridico, cioè su una forzatura linguistica di "fattispecie" sociologico-giuridica, determinata dall'auspicio "che siano i governi a gestire l'emissione monetaria e a ripartire gli utili, come reddito di cittadinanza, a tutti i cittadini"(17).

Questo "auspicio" di Auriti, posto in quei termini astrattamente burocratici, distrugge in fondo se stesso, nella misura in cui rischia di essere frainteso per il solito statalismo, o per la solita rapina di stampo giuridico romano, in quanto solo il produttore di beni e di ricchezza ha implicitamente la capacità di gestirli.

Lo Stato dovrebbe garantire giuridicamente tale gestione, occupandosi del valore monetario in quanto convenzione, non in quanto emissione.

  • Il popolo sovrano delegato all'emissione monetaria dovrebbe sapere di economia.
  • Il popolo sovrano delegato all'emissione di principi di giustizia dovrebbe saperli scoprire nel diritto.
  • Il popolo sovrano delegato all'emissione di contenuti conoscitivi dovrebbe saperli ricavare in libertà.

Ma si troverà mai un cameriere che si ribelli al suo Padrone?

L'ultimo capitolo del lavoro di Tarquini, intitolato "La moneta del popolo", termina con una domanda che mi ha fatto riflettere. La domanda è la seguente: "Ma si troverà mai un cameriere che si ribelli al suo Padrone?". Il valore di questa frase è ovviamente in rapporto sia col significato simbolico precedentemente accennato dell'equazione "cameriere : padrone = politico : banchiere", sia con la frase che la precede, e che ritiene che per il SIMEC (la moneta di Auriti) non vi sarebbe bisogno di riserva se fosse posta in circolazione dallo Stato "in modo che alla sicurezza offerta da una riserva si sostituisse quella offerta dal potere dell'autorità"(18).

Riflettendo sul fatto che le autorità dell'Istituto di Diritto Pubblico e le autorità dell'Avvocatura di Bankitalia, convenute nella "Comparsa di costituzione e risposta" contro la denuncia per truffa, inoltrata l'8 marzo 1993 da Auriti alla banca d'Italia, diedero torto ad Auriti, non posso fare a meno di notare che qui, se si dovesse fare una "hit parade dei bastardi" (tanto per intenderci meglio quanto ad autorità e a putrefazione delle istituzioni), al primo posto ci sarebbero di certo i giudici, cioè le autorità giudicanti, non i banchieri. Nella hit parade dei bastardi i banchieri qui dovrebbero stare al secondo posto, subito dietro ai giudici. Il banchiere è infatti semplicemente paragonabile ad un rapinatore, ed il rapinatore fa semplicemente la sua rapina, ed il problema qui rientra semplicemente nella teodicea e su ogni riflessione sul male nel mondo. Però dal momento in cui qualcuno testimonia con prove concrete alle autorità chi è il rapinatore, e le autorità giudicanti non condannano il rapinatore, ma condannano invece il testimone della rapina, si può solo dire che il vero bastardo è lui, il giudice, l'autorità giudicante.

Le azioni di certi giudici (o forse di tutti i giudici), di certe autorità (o forse di tutte le autorità) sono dunque sostanzialmente prive di logica, per cui si assiste continuamente ad innocenti che vanno in prigione, come Tortora, per es., e a pentiti che invece vengono ricompensati con incentivi di miliardi e con pensioni di Stato a vita?

Se questo è vero, non è sbagliato se si dice che tali azioni non possono che provenire da reale malattia mentale costituzionale.

Probabilmente Auriti e Tarquini credono ancora che vi siano giudici mentalmente sani?

Io questo non posso saperlo. Crederlo mi è difficile, dovrei avere una fede da zelota, e la fede dello zelota nelle strutture è strana; mi ricorda una domanda alla quale tanto i cattolici, quanto i comunisti, o i più fervidi credenti nell'"impianto" statalista, dovrebbero porre alle proprie coscienze, in merito al concetto di gerarchia o di autorità: come si fa oggi ad avere fede pur restando in buona fede? E come si fa a credere oggi all'autorità?

Cito me stesso: "Qualunque chiesa, movimento culturale, partito politico, ideologia o gruppo, che inesorabilmente pretenda di imprigionare la coscienza degli uomini nel cerchio chiuso di una catechizzazione costruita all'ombra del solo "albero della vita" ("devi fare così per vivere bene") in base a mera autorità ("devi fare così perché te lo dico io e io me ne prendo la responsabilità"), non fa che un'opera di dissoluzione e di morte, compromettendo ogni possibilità di libertà, di responsabilità e di dignità personali. Un organismo sociale orientato alla verità è possibile nella misura della volontà del superamento del proprio male..."(19).

Le seguenti riflessioni sul concetto di "autorità" mi consentono di aggiungere che senza tale volontà ogni autorità è tirannia.

Il produrre da' significato all'auctoritas, non viceversa. Questo vale in ogni campo, compreso quello musicale. Il termine "autorità" proviene da "auctor" e questo è formato dal tema "aug", da "augere", "far sorgere, far crescere", e dal suffisso "tor", che compare nei cosiddetti "nomina agentis" (nomi indicanti chi agisce) come espressione della capacità, appunto, di produrre, indicata anche in forma rovesciata nel tema "art" di "arte". L'autore, infatti, è l'artefice, che produce non in modo lineare o automatico o a caso, bensì consapevolmente "ad arte".

Ciò vuol dire che l'autore, proprio perché produce "ad arte", produce anche obbedienza e consenso.

Quando invece il prodotto è scadente, anche l'obbedienza ed il consenso svaniscono, e la disobbedienza diventa virtù. Infatti, in tale caso, la scelta fra obbedienza e disobbedienza ha di fronte a sé un'"autorità" che si definisce non come autorevolezza nel fare il bene, ma come "legittimità" di produrre non ad arte, cioè vuole fare legittimamente il male. Ha di fronte il potere della forza, dell'arma, della prevaricazione, e della violenza esteriore ed interiore.

Un esempio di violenza delle coscienze lo abbiamo, per es., già nell'affermare che il nuovo codice stradale diminuisce gli incidenti stradali. Ciò è assennato quanto il sostenere che Caio, essendo caduto da un albero, è morto. Poi si va a vedere e magari si scopre che è caduto a causa di un infarto. Dunque è caduto perché è morto. Non è morto perché è caduto. E non è forse vero che la diminuzione degli incidenti stradali (ammesso che sia vera) potrebbe essere avvenuta anche solo perché i poveri, prima di uscire in auto e rischiare multe da capogiro che costano più della loro auto, ci pensano su due volte? Se, essendo povero, non esco più in auto a causa del terrorismo di stato, altamente tecnologizzato, significa davvero che sono un salvato dalla patente a punti? No. Non bisogna avere paura di essere disobbedienti di fronte all'inganno legalizzato.

Quando la gente teme il governo, si ha infatti tirannia; - diceva Thomas Jefferson - quando invece il governo teme la gente, si ha libertà. Ed è lo stesso Jefferson a parlare del diritto dei cittadini "a riformare o addirittura sopprimere il governo (diritto di resistenza), allorquando questo risulti inadeguato o contrario al fine della felicità comune per cui è predisposto"(20) ed a chiarire la portata del principio: "...tutti gli uomini sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili e tra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che allo scopo di garantire questi diritti sono stati creati tra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che ogni qualvolta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini è diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo e creare un nuovo Governo..."(21).

Credo che tutti i produttori in grado di predisporre per il mondo opere e invenzioni, scoperte ed idee, associazioni ed istituzioni, benefiche per l'umanità, siano le uniche autorità che possono e potranno sempre meritare di essere considerate tali dagli esseri umani, indipendentemente dalle loro appartenenze religiose, politiche, ideologiche, etnie, ecc.

Si troverà mai un cameriere che si ribelli al suo Padrone? La mia risposta è: si troverà. E quando potrà avvenire questo? Avverrà quando i politici si ribelleranno alle attuali banche centrali, cioè quando i camerieri dei camerieri, cioè i cittadini che votano i politici, smetteranno di credere beotamente nella loro autorità o ad accettarne supinamente la violenza surrettiziamente indotta dal potere di Mammona.

 

NOTE

(1) Ha scritto George Soros, il grande finanziere che spesso viene citato come l'immagine dello speculatore senza scrupoli: "Il denaro è un mezzo per raggiungere un fine, non un fine in sé; esso rappresenta un valore di scambio, non un valore intrinseco. In altri termini, il valore del denaro dipende dal valore dei beni e dei senizi contro cui può essere scambiato". Ed ancora: "Gran parte dei vantaggi che gli vengono attribuiti derivano dalla sua spendibilità". G. Soros, "La crisi del capitalismo globale", Ed. Ponte alle Grazie, Milano 1999, pagg. 152 e 258.
(2) Nel cosiddetto terzo mondo uomini, donne e bambini muoiono di fame non per mancanza di derrate alimentari, ma per mancanza della moneta necessaria per il loro acquisto.
(3) Qui è sufficiente ricordare l'economista americano Lyndon Larouche, il quale ha proposto nel 1997 al governo statunitense e ad altri governi di convocare una nuova conferenza di Bretton Woods per attuare l'auspicata riforma (cfr. la rivista "EIR", Anno 6, num. 12 del 27/03/1997).
(4) Ex ministro del Bilancio nel governo Berlusconi ed ex funzionario della banca d'Italia.
(5) Cfr. C. Guasco, "Il Messaggero", 6 dicembre 1999, pag. 5. Peraltro lo stesso governatore già all'Assemblea dei Partecipanti (cioè dei soci dell'Istituto di emissione) del 31/05/1996 aveva testualmente detto (v. pag. 11 delle "Considerazioni finali"): "I depositi transnazionali ammontano a circa 8.000 miliardi di dollari, più del prodotto lordo degli Stati Uniti; una volta e mezzo il valore delle esportazioni mondiali di merci. La loro dinamica è fuori del controllo diretto delle banche centrali; la loro velocità di circolazione viene esaltata dal ricorso ai prodotti derivati [...] L'assenza di un'àncora, di un centro di gravità a livello internazionale, priva gli operatori di un riferimento certo, espone il sistema all'instabilità dei cambi e dei tassi di interesse, a rischi inflazionistici".
(6) Giova ricordare anche quanto ha scritto Siro Mazza a questo proposito ("L'euro sarà la bomba che cancellerà le nazioni", su "Il Tempo" del 22/02/1999): l'euro "sarà lo strumento per l'estinzione dei singoli stati-nazione, che dopo la cessione dell'indipendenza monetaria, perderanno inevitabilmente anche quella fiscale e politica, dando libero spazio alle oligarchie iniziatico-finanziarie che muovono i fili della storia contemporanea. L'ingranaggio si è messo in moto. Se vogliamo salvare la civiltà europea, cerchiamo di capire, aprendo gli occhi, come fermarlo. L'Europa dei banchieri e dell'usura legalizzata non è un modello da seguire: soltanto nel solco della sua tradizione e nel rispetto dell'identità dei suoi popoli, e nella forma di un'Europa delle Patrie, il Vecchio Continente sarà terra di giustizia, di vero progresso, di continua tensione verso il bene comune, nonché degno del suo nobile passato".
(7) Cfr. "Il Tempo" del 22/10/2000.
(8) "Il giorno che il colossale volume del denaro in circolazione, o una parte consistente di esso, si presenterà all'incasso per essere convertito in beni, servizi e lavoro che non rappresenta più da tempo, forse da sempre, il sistema crollerà. Ciò avverrà quando, venute alla fine meno le condizioni per il suo mantenimento, sarà caduta l'illusione che il denaro sia un valore invece di simularlo" (M. Fini, Op. cit., pag. 276). E paradossalmente: "Il giorno in cui, improvvisamente, gli uomini decidessero di credere davvero che il denaro è una cosa reale e cercassero di convertire in beni tutti i loro depositi, i loro crediti, le loro obbligazioni, le loro azioni, i loro titoli, i loro Futures e gli stessi spiccioli che hanno in tasca si accorgerebbero di ciò che inconsciamente temono e, forse, già sanno ma, come struzzi, si nascondono: che il denaro non esiste" (ibid., pag. 277).
(9) v. http://www.socialisti.net/_disc1/0000114e.htm; http://digilander.libero.it/afimo/pagabili_a_vista_al_portatore.htm
(10) B. Tarquini, "La banca, la moneta e l'usura", Ed. Controcorrente, pag. 110.
(11) La maggior parte di queste argomentazioni sono tratte da Massimo Scaligero, "Il "furor deductionis" e la Cina", in "La logica contro l'uomo", Ed. Tilopa, Roma, 1967.
(12) M. Scaligero, Op. cit.
(13) Per una critica delle assurdità di Russell il cui logismo rasenta l'imbecillità, vedi: http://digilander.iol.it/VNereo/scopodel.htm.
(14) Cfr. http://digilander.libero.it/afimo/a_che_servono_i_pink_floyd.htm.
(15) René Guénon "La metafisica del numero", pagg. 26-27, Arktos Oggero Editore, Carmagnola, 1990.
(16) G. Auriti, "Il paese dell'utopia", Ed. Tabula fati, pag. 20, Chieti, 2002.
(17) "Il paese dell'utopia", Op. cit., pag. 7.
(18) B. Tarquini, "La banca, la moneta e l'usura", Ed. Controcorrente, pag. 117.
(19) N. Villa, "Il sacro simbolo dell'arcobaleno", Ed. Sear, p. 106.
(20) P. Pisicchio, "La mela dolce. Il diritto costituzionale alla felicità", pag. 37, Levante Editori, Bari, 2002.
(21) T. Paine, "Common Sense, 1776, cit. in "La mela dolce. Il diritto costituzionale alla felicità", Op. cit.

 

 

 

  

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