«In Cina bollivano i bambini»,
ha detto Berlusconi.
Apriti cielo.
La Repubblica interroga l'«esperto»: Giorgio Mantici, che insegna
storia della Cina all'Orientale di Napoli.
L'esperto, debitamente, si indigna: «è incommentabile. Mi sento a
disagio come cittadino e come specialista; qui, se c'è un crimine, è
l'ignoranza».
Durante la Rivoluzione Culturale, ammette, «è possibile che
qualche folle abbia mangiato un essere umano… ma non era un dettame
del partito comunista».
Ah beh, allora è tutto a posto.
Ma che esperto è?
Perché in Cina i bambini li mangiano eccome.
E non solo durante la Rivoluzione Culturale, dove la carestia prodotta
dal «miracolo comunista» poteva giustificare atti estremi.
Uguali, del resto, a quelli che avvennero in Ucraina negli anni '30:
quando la persecuzione dei coltivatori diretti (kulaki) ordinata da
Stalin portò alla fame nera, e vi furono casi di genitori che
mangiarono i figli morti.
E' questa l'origine storica della frase
«i comunisti mangiano i bambini»: non loro, ma le loro
vittime disperate.
Ma in Cina, c'è il fondato sospetto che i bambini li mangino anche
oggi.
In pieno capital-comunismo.
Lo rivelava, nell'aprile 1995, un'inchiesta del britannico «Telegraph»
condotta nella provincia di Shenzen.
Per controllare se erano vere le voci, un reporter cinese di Hong Kong
bussò all'ospedale di maternità dello Shenzen e chiese ad una
dottoressa se poteva avere un feto da mangiare.
Il giorno dopo, la dottoressa gli consegnava «un flaconcino pieno
di feti della grandezza di un pollice».
«Ce ne sono dieci qui dentro, tutti abortiti stamattina»,
disse la dottoressa.
Freschi freschi.
E quanto costano?
«Può prenderli gratis. Siamo un ospedale di Stato, non facciamo
pagare. Di solito noi medici li portiamo a casa per mangiarli. Lei non
ha l'aria di stare molto bene, perciò li mangi».
Perché in quelle zone cinesi c'è la
convinzione che i feti siano ricostituenti.
Lo stesso giornalista del «Telegraph» intervistò una dottoressa della
clinica Luo Hu nello Shenzen, tale Zou Qin, che ammise senza esitare di
aver mangiato un centinaio di feti nei sei mesi precedenti.
«Sono nutrienti, fanno bene alla pelle ed ai reni».
Aggiunse che era un peccato «sprecarli».
La fornitura di questo cibo è abbondante: nello Shenzen si fanno almeno
7 mila aborti forzati l'anno, milioni in tutta la Cina.
Sicchè nel privato, un feto da consumare costa meno di due euro.
Il dottor Warren Lee, della Hong Kong Nutrition Association, conferma:
«Mangiare i feti è una tradizione della medicina cinese,
profondamente inserita nel folklore».
In Cina si vendono e consumano comunemente le placente umane, anch'esse
ritenute curative: c'è un attivo contrabbando attorno agli ospedali,
ogni placenta costa sui 2-3 euro.
Naturalmente, il consumo di feti «non
è un dettame del partito».
Il dettame del partito è semplicemente che donne che abbiano avuto già
un figlio siano forzate ad abortire, anche al nono mese.
Ciò produce una certa abbondanza di questi «ricostituenti», che poi
gli ospedali cinesi contrabbandano.
Come del resto reni, bulbi oculari, pelle e polmoni dei condannati a
morte giustiziati: un grandissimo business della nuova Cina.
Ma non per dettame del partito, si capisce.
Il «Telegraph» parlò con un altro dottore dello Shenzen, Cao Shilin,
che negò il commercio.
I feti abortiti, disse, li mandiamo alle fabbriche che li usano per
produrre medicinali.
Ovviamente, in fabbrica, la «lavorazione
del prodotto» comincia con una bollitura per estrarne le sostanze
ritenute curative.
Come si bolle la pelle dei giustiziati per estrarne collagene, che le
signore bene occidentali poi si fanno iniettare dal chirurgo plastico
per ingrossarsi le labbra ed attenuare le rughe.
La Cina fornisce collagene a prezzi stracciati.
Eh sì, Berlusconi ha ragione.
Anzi più di quanto creda.
Forse Repubblica dovrebbe cambiare «esperto».
E il cosiddetto «esperto» dovrebbe farsi un giro sul sito «laogai.org»
- il sito che denuncia le atrocità del business concentrazionario
cinese - e cercare alla voce «foetus»: vedrà un buon numero di
proteste ed accuse di Amnesty International al proposito.
Così, magari, avrà un vero motivo per indignarsi.
Maurizio Blondet