4 agosto 2008 (Movisol) -
“Noi riteniamo che le seguenti verità siano di
per se stesse evidenti; che tutti gli uomini
sono stati creati uguali, che essi sono dotati
dal loro Creatore di alcuni Diritti
inalienabili, che fra questi sono la Vita, la
Libertà e la ricerca delle Felicità; che allo
scopo di garantire questi diritti, sono creati
fra gli uomini i Governi, i quali derivano i
loro giusti poteri dal consenso dei governati;
che ogni qual volta una qualsiasi forma di
Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del
Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un
nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su
tali principi e organizzi i suoi poteri nella
forma che al popolo sembri più probabile possa
apportare Sicurezza e Felicità”; questo dice la
Dichiarazione d’Indipendenza Americana del 1776.
Con il famoso discorso “I
have a dream” [Ho un sogno], Marthin Luther King
lo ricordò al mondo il 28 agosto 1963: “Quando
gli architetti della nostra repubblica scrissero
le magnifiche parole della Costituzione e della
Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono una
cambiale della quale ogni Americano sarebbe
diventato erede. Questa cambiale fu una
promessa: che tutti gli uomini, - sì – tanto i
neri quanto i bianchi, avrebbero goduto degli
inalienabili diritti alla vita, alla libertà e
al perseguimento della felicità. È ovvio, oggi,
che l’America non ha onorato questa cambiale per
ciò che riguarda i suoi cittadini di colore.”
La Rivoluzione Americana e la
fondazione di una repubblica nel Nuovo Mondo non
furono soltanto un “faro di speranza e tempio di
libertà” esclusivamente per l’America;
piuttosto, rappresentarono una prospettiva per
la quale in futuro l’imperialismo e il
colonialismo sarebbero stati infine superati,
per tutto il mondo. Il programma di John Quincy
Adams, di realizzare una “comunità di principio”
tra repubbliche pienamente sovrane che fossero
legate dai comuni scopi dell’umanità, fu la
nobile maturazione dell’idea di legge
internazionale dei popoli, così come era stata
stabilita dalla Pace di Westfalia. Oggi,
sfortunatamente, è ovvio che l’America, negli
ultimi anni, ha tenuto in scarsa considerazione
quella promessa, così come – si lamentava Martin
Luther King - aveva fatto per i cittadini di
colore del suo tempo. Tuttavia, nel corso della
campagna presidenziale americana si presenta a
noi un’unica – se non ultima – possibilità, per
infondere nuova linfa agli ideali della
Rivoluzione Americana, di John Quincy Adams, di
Abraham Lincoln, di Franklin Delano Roosevelt e
di Martin Luther King.
In tutta la storia umana, non
v’è mai stata una minaccia così grave per
l’umanità come oggi. Stiamo sperimentando la
fase finale del crollo sistemico del sistema
finanziario globale, i cui effetti
iperinflattivi hanno già portato a numerosie
rivolte per la fame in oltre 40 nazioni, e
stanno anche riducendo i livelli di vita della
maggioranza della popolazione delle cosiddette
nazioni industrializzate. Il sistema di
liberoscambio sfrenato associato alla
globalizzazione è miseramente fallito, e
minaccia di scaraventare il mondo in uno stato
di caos capace di mettere a repentaglio milioni
- se non miliardi - di vite umane. Mentre,
durante gli anni ’50 e ’60 del secolo passato,
l’idea dei Decenni di Sviluppo delle Nazioni
Unite ancora prevaleva (stiamo parlando della
prospettiva per la quale il sottosviluppo delle
nazioni povere sarebbe stato superato nel corso
di decenni successivi, a tappe programmate, al
fine di raggiungere il più presto possibile in
tutte le nazioni il livello di quelle allora
industrializzate), intorno alla metà degli anni
’60 fu imposto un cambio di paradigma, per il
quale si cessò di parlare di superamento del
sottosviluppo per mezzo di infrastrutture,
industria e agricoltura, ma si cominciò a
parlare di “sovrappopolazione”, “tecnologie
appropriate” e “sviluppo sostenibile”. Al posto
di produrre raccolti destinati alla propria
popolazione, le nazioni in via di sviluppo
dovettero ricominciare a produrre, a ritmi
crescenti, i cosiddetti “cash crops” per
l’esportazione, in modo da pagare i loro debiti
esteri, artificialmente accresciuti per mezzo
delle condizioni di prestito imposte dal Fondo
Monetario Internazionale.
Nelle nazioni
industrializzate, questo cambio di paradigma
portò ad un crescente allontanamento dalle forme
della produzione, verso la speculazione. In
Europa, ciò ha preso la forma di trasformare la
cooperazione tra le nazioni sovrane in un incubo
liberista, diretto da una burocrazia
sovrannazionale a Bruxelles mentre le mani dei
governi venivano legate sotto i disastrosi
trattati da Maastricht a Lisbona, che le forze
patriottiche europee si battono per abolire. Per
mezzo delle cosiddette “delocalizzazioni” verso
le nazioni a basso costo di manodopera, tanto le
piccole e medie imprese, quanto le occupazioni
ad alta qualifica delle nazioni industriali,
sono state distrutte in molti luoghi, mentre il
vero guadagno delle nazioni a basso costo di
manodopera non può nemmeno coprire i costi reali
dal punto di vista dell’economia fisica. È per
mezzo di tale politica liberista, che le
capacità industriali e agricole sono state
gradualmente distrutte, nel corso degli ultimi
40 anni. Così, una ristretta porzione della
popolazione di ogni nazione si è arricchita in
modo davvero osceno; le piccole e medie imprese
sono state distrutte; l’80% della popolazione –
quella meno abbiente – di ogni nazione è
divenuta sempre più povera. La situazione è
peggiorata sempre più, giungendo al punto che
Gandhi così descrisse, rivolgendosi ai
dominatori coloniali britannici: “La ricchezza
senza lavoro, il piacere senza coscienza, la
conoscenza senza carattere, il commercio senza
moralità, la scienza senza umanità, la preghiera
senza il sacrificio e la politica senza
principi.”
Il modello della
globalizzazione e del libero scambio hanno
dimostrato il proprio fallimento; un fallimento
dimostrato anche dal recente crollo dei
negoziati dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio (Doha Round). È dunque di estrema
importanza e urgenza che siano nuovamente messe
all'ordine del giorno le idee che, per esempio,
già ispirarono la Risoluzione della Conferenza
di Colombo (Sri Lanka) del 1976 dei Paesi non
allineati, e cioè la richiesta di un nuovo e
giusto ordine economico mondiale, che permetta a
tutti i popoli e a tutte le nazioni del pianeta
di vivere in libertà e nella ricerca della
felicità una vita davvero umana, proprio come fu
scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza
Americana.
La prossima Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, che comincia a New
York il 26 settembre 2008, sarà forse l’ultima
possibilità di porre gl’interessi dell’umanità
nella sua totalità, e non gl’interessi di un
pugno di speculatori, sul tavolo delle
discussioni. Se dei leader coraggiosi di più
nazioni sapranno comportarsi come alcune
personalità ragguardevoli; se, per esempio,
sapranno agire come fece il Ministro degli
Esteri della Guyana Fred Wills nel 1976, o il
Presidente del Messico Lopez Portillo nel 1982,
allora potrà partire in tempo utile la
ricostruzione dell’economia mondiale dopo il
crollo del sistema.
L’umanità ha bisogno, oggi,
di individui dotati di una visione e di un amore
per l’idea di comunità internazionale, e capaci
di mettere all'ordine del giorno la questione
del nuovo e giusto ordine economico mondiale.
Questa risoluzione è un appello ai principali
rappresentanti di tutte le nazioni, affinché
lavorino a questo scopo. Più saranno le forze
che faranno appello ai tre candidati
presidenziali ancora in lizza, affinché onorino
la promessa della Costituzione Americana e della
Dichiarazione d’Indipendenza rivolta a tutte le
nazioni del pianeta, e maggiori possibilità vi
saranno che l’America ritorni a svolgere il
ruolo che svolse dai tempi di Banjamin Franklin,
Alexander Hamilton, John Quincy Adams, Abraham
Lincoln e Franklin Delano Roosevelt.
Firmato:
-
Helga Zepp-LaRouche
-
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