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Il conflitto d’interesse della Banca d’Italia 08/10/2004 Lettera aperta al Presidente e al Vicepresidente del Consiglio ai Signori Ministri, ai Senatori, ai Deputati, alle Pubbliche Amministrazioni, ai Media. Il conflitto d’interesse della Banca d’Italia di Savino Frigiola. La Banca d’Italia, dopo l’ultima legge bancaria, è divenuta una compagine totalmente privata identica ad una SpA, le cui quote sociali – caso unico nelle ex banche d’emissioni europee – sono detenute da alcuni gruppi bancari ed assicurativi. Da ciò deriva l’insanabile e di gran lunga il più devastante conflitto d’interessi esistente poiché la Banca d’Italia, attraverso la vigilanza e sorveglianza che ancora detiene sull’intero sistema bancario e creditizio, esercita in assoluta autonomia il controllo economico e monetario dell’intera Nazione, secondo propri fini, disgiunti, diversi e spesso contrastanti da quelli governativi. In questa situazione il ruolo dei politici, eletti democraticamente, in campo economico è ridotto a semplici comparse sotto la regia del privatissimo Istituto di Via Nazionale, i cui organismi sono eletti da nessuno. Le pesanti polemiche esistenti in campo finanziario e monetario, sono tutte imputabili a questa degenerata situazione, forzatamente in atto sul teatro della politica economica nazionale. Il Governo, se intende veramente governare le sorti del Paese e mantenere gli impegni assunti con gli elettori, deve agire risolutamente e rapidamente per trasferire da Via nazionale all’Esecutivo, che risponde del suo operato ai cittadini, la vera guida economica dell’intera Nazione. A riprova del conflitto istituzionale, Antonio Fazio, convinto di dover esercitare il ruolo di Governatore dell’intero Paese, invadendo campi non propri per distogliere l’attenzione sulla sua chiacchierata istituzione, discredita pubblicamente l’operato dell’Esecutivo sostenendo che per rilanciare la stagnante economia nazionale occorre destinare risorse per rimettere in moto i cantieri delle “Opere Pubbliche” e ridurre il debito pubblico nazionale. Simili affermazioni sono ovvie, al punto che, per concretizzare questo improcrastinabile programma, occorre che il Governo – in proprio ed in nome e per conto delle altre Pubbliche Amministrazioni – agisca rapidamente per rientrare in possesso delle ingentissime somme corrispondenti ai famosi “Residui Passivi” (si parla di oltre 600 mila miliardi di Lire) allora versate ed ancora giacenti proprio nelle casse della Banca d’Italia. L’operazione in sé risulta di vitale importanza giacché questa gigantesca massa monetaria scomparsa dalla circolazione, della quale mancanza ne risente pesantemente l’economia dell’intero mercato, era destinata proprio alla realizzazione delle opere di pubblica utilità. Questa macroscopica operazione, realizzata progressivamente, con la benedizione dei governi di sinistra e con quelli a guida di esponenti bancari, ha determinato: - la progressiva deflazione sull’intero mercato nazionale con la conseguente caduta di nuovi investimenti strutturali e la mortificazione del PIL; - l’impossibilità di poter destinare alla ricerca, pubblica e privata, le indispensabili risorse finanziarie, della qual cosa i soliti “soloni”, oggi, ne denunciano le gravi conseguenze; - l’impoverimento generale dell’intero sistema economico nazionale, sia pubblico che privato che si ripercuote direttamente ed indirettamente su tutti i cittadini. La situazione risulta ancor più grave se si considera che, mentre la circolazione monetaria si è drasticamente ridotta, il debito pubblico, generato dall’emissione monetaria corrispondente ai residui passivi congelati, è stato mantenuto in essere. Dalla comparsa difensiva della Banca d’Italia chiamata in giudizio si rileva: “…come visto, la moneta viene infatti immessa nel mercato … la Banca d’Italia cede la proprietà dei biglietti, (che nulla le sono costati, salvo le spese tipografiche) i quali, in tale momento, come circolante, vengono appostati al passivo nelle scritture contabili dell’Istituto d’Emissione acquistando in contropartita, o ricevendo in pegno, altri beni o valori mobiliari (titoli del debito pubblico) che vengono invece appostati nell’attivo”. Pertanto, o lo Stato si riappropria di queste ingentissime somme per aprire nuovi cantieri e procedere anche alla difesa del territorio disastrato e riassettare il proprio bilancio, o deve pretendere l’abbattimento del debito pubblico corrispondente all’importo della massa monetaria sparita. Ci si augura che gli esponenti di AN, alla quale è stato affidata la dirigenza del dipartimento economico, in virtù delle proprie radici politiche e culturali, (Quota Novanta docet) non assumano la funzione del Cavallo di Troia per conto di “bankitalia & affini” all’interno della compagine governativa. Non tanto per non assumere il ruolo, secondo la visione poundiana, di “camerieri dei banchieri”, quanto per non perdere consenso nei confronti dei propri elettori, sempre più sensibili agli aspetti sociali, con il conseguente tracollo dell’intera coalizione della Casa delle Libertà. Dopo il danno non può essere sopportabile anche la beffa. S. F. 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