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Come è stata svenduta
l'Italia
di Antonella
Randazzo per
www.disinformazione.it - 12 marzo 2007
Autrice del libro: "DITTATURE:
LA STORIA OCCULTA"
Era il 1992,
all'improvviso un'intera classe politica dirigente crollava sotto i
colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant'anni era stata al
potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico
si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto
scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel
sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto
salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema
crollava.
Cos'era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere,
inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti
sulla corruzione del sistema politico erano reali?
Mentre l'attenzione
degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo
italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del
paese.
Con l'uragano di "Tangentopoli" gli italiani credettero che potesse
iniziare un periodo migliore per l'Italia. Ma in segreto, il governo
stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese.
Numerose aziende saranno svendute, persino
la Banca
d'Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata
"privatizzazione".
Il 1992 fu un anno
di allarme e di segretezza. L'allora Ministro degli Interni Vincenzo
Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo
una serie di attacchi contro la democrazia italiana. Gli attacchi
previsti da Scotti erano eventi come l'uccisione di politici o il
rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e
andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal
Ministro degli Interni. L'attacco alla democrazia fu assai più nascosto
e destabilizzante.
Nel maggio del 1992,
Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando
sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che
potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari
internazionali. Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi
prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di
rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio
Giovanni Lo Cascio. La pista delle logge correva parallela a quella
dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone
non fosse stato ucciso.
Su Falcone erano
state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un
magistrato integro. La gente intuiva che le istituzioni non lo avevano
protetto. Ciò emerse anche durante il suo funerale, quando gli agenti di
polizia si posizionarono davanti alle bare, impedendo a chiunque di
avvicinarsi. Qualcuno gridò: "Vergognatevi, dovete vergognarvi, dovete
andare via, non vi avvicinate a queste bare, questi non sono vostri,
questi sono i nostri morti, solo noi abbiamo il diritto di piangerli,
voi avete solo il dovere di vergognarvi".
Che la mafia stesse utilizzando metodi per colpire il paese intero, in
modo da spaventarlo e fargli accettare passivamente il "nuovo corso"
degli eventi, lo si vedrà anche dagli attentati del 1993.
Gli attentati del
1993 ebbero caratteristiche assai simili agli attentati terroristici
degli anni della "strategia della tensione", e sicuramente avevano lo
scopo di spaventare il paese, per indebolirlo. Il 4 maggio 1993,
un'autobomba esplode in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. Il 27
maggio un'altra autobomba esplode in via dei Georgofili a Firenze,
cinque persone perdono la vita. La notte tra il 27 e il 28 luglio,
ancora un'autobomba esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque
persone. I responsabili non furono mai identificati, e si disse che la
mafia volesse "colpire le opere d'arte nazionali", ma non era mai
accaduto nulla di simile. I familiari delle vittime e il giudice
Giuseppe Soresina saranno concordi nel ritenere che quegli attentati
non erano stati compiuti soltanto dalla mafia, ma anche da altri
personaggi dalle "menti più fini dei mafiosi".
Falcone era un vero
avversario della mafia. Le sue indagini passarono a Borsellino, che
venne assassinato due mesi dopo. La loro morte ha decretato il trionfo
di un sistema mafioso e criminale, che avrebbe messo le mani
sull'economia italiana, e costretto il paese alla completa sottomissione
politica e finanziaria.
Mentre il ministro Scotti faceva una dichiarazione che suonava quasi
come una minaccia: "la mafia punterà su obiettivi sempre più eccellenti
e la lotta si farà sempre più cruenta, la mafia vuole destabilizzare lo
stato e piegarlo ai propri voleri", Borsellino lamentava regole e leggi
che non permettevano una vera lotta contro la mafia. Egli osservava:
"non si può affrontare la potenza mafiosa quando le si fa un regalo come
quello che le è stato fatto con i nuovi strumenti processuali adatti ad
un paese che non è l’Italia e certamente non la Sicilia. Il nuovo codice, nel suo
aspetto dibattimentale, è uno strumento spuntato nelle mani di chi lo
deve usare. Ogni volta, ad esempio, si deve ricominciare da capo e
dimostrare che Cosa Nostra esiste".
I metodi statali di
sabotaggio della lotta contro la mafia sono stati denunciati da numerosi
esponenti della magistratura. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il
Presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva
occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi
difficoltà: "Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In
una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota
parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm".
Anche il Pubblico Ministero di Palermo, Roberto Scarpinato, nel
giugno del 1992 disse: "Su un piatto della bilancia c’ è la vita,
sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della
vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte
dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e
la cattura dei grandi latitanti".
Nello stesso anno, il senatore Maurizio Calvi raccontò che
Falcone gli confessò di non fidarsi del comando dei carabinieri di
Palermo, della questura di Palermo e nemmeno della prefettura di
Palermo.
Che gli assassini di
capaci non fossero tutti italiani, molti lo sospettavano.
Il Ministro Martelli, durante una visita in Sudamerica, dichiarò: "Cerco
legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia
colombiana". Lo
stesso presidente del consiglio Amato, durante una visita a Monaco,
disse: "Falcone è stato ucciso a Palermo ma probabilmente l’omicidio è
stato deciso altrove".
Probabilmente, le tecniche d'indagine di Falcone non piacevano ai
personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell'anno. Quel
considerare la lotta alla mafia soprattutto un dovere morale e
culturale, quel coinvolgere le persone nel candore dell'onestà e
dell'assenza di compromessi, gli erano valsi la persecuzione e i metodi
di calunnia tipici dei servizi segreti inglesi e statunitensi. Tali
metodi mirano ad isolare e a criminalizzare, cercando di fare apparire
il contrario di ciò che è. Cercarono di far apparire Falcone un complice
della mafia. Antonino Caponnetto dichiarò al giornale La
Repubblica: "Non si può negare che c’è stata una campagna (contro
Falcone), cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha
delegittimato. Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che
lotta contro la mafia che l’essere isolato".
L'omicidio di due
simboli dello Stato così importanti come Falcone e Borsellino
significava qualcosa di nuovo. Erano state toccate le corde dell'élite
di potere internazionale, e questi omicidi brutali lo testimoniavano.
Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore
distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati:
"Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire
personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi
sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato.
Quell’attentato terroristico è un gesto di paura... Credo che una mafia
che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi... è
condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione
criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della
popolazione entro la quale si muove".
Infatti, quell'anno
gli italiani capirono che c'era qualcosa di nuovo, e scesero in piazza
contro la mafia. Si formarono due fronti: la gente comune contro la
mafia, e le istituzioni, che si stavano sottomettendo all'élite che
coordina le mafie internazionali.
Quell'anno l'élite anglo-americana non voleva soltanto impedire la lotta
efficace contro la mafia, ma voleva rendere l'Italia un paese
completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, che avrebbe
dominato attraverso il potere finanziario.
Come segnalò il
presidente del Senato Giovanni Spadolini, c'era in atto
un'operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: "Il
fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del
terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo:
travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre
lo stesso: delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra
cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il
diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia
più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari
di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione
affaristico-politica come la
P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E
c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri.
Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona".
Anche Tina
Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale:
"Bisogna stare attenti, molto attenti... Ho parlato del vecchio piano di
rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa
sobbalzare. E’ in piena attuazione... Chi ha grandi mezzi e tanti soldi
fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho
parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che
vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata
più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di
miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est...
Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e
alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e
specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo
le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in
Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti
regolarmente attraverso le banche".
Anni dopo, l'ex
ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: "Tutto nacque da
una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi
che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e
supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni
internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti
sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei
leaders dei partiti di governo".
Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992,
sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane.
Sul panfilo c'erano alcuni appartenenti all'élite di potere
anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle
banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle
privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).
In quella riunione
si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il
vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente
manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche
diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato
del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta
e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla
Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul
48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano
la Buitoni,
la Locatelli,
la Negroni,
la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento
sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si
trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano
ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le
privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere
finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street,
Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al
potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni,
valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite
finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come
aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e
svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio
economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia
italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite
informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune
autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di
molte aziende italiane.
Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di
attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che
egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi
degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi,
il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche
negli anni successivi subì svalutazioni.
Le reti della
Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz,
misero le mani sull'Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe
un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella
della Banca d'Italia. C'erano stretti legami fra il Quantum Fund di
George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell'élite
finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C.
Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle
aziende e della Banca d'Italia.
La Rothschild Italia
Spa, filiale
di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel
1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest'ultimo diventò
direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle
speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai
Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il
marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre
per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni
contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l'Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione
finanziaria dell'Europa e dell'Asia, Soros venne incaricato di creare
una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.
In seguito, i
Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la
responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro.
Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times,
accusarono la Germania,
sostenendo che la Bundesbank aveva attuato
operazioni di aggiotaggio contro la lira. L'accusa non reggeva, perché i
vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane
andarono agli anglo-americani.
La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega
Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà:
Abbiamo avuto
anni di privatizzazione, saccheggio dell'economia produttiva e
l'esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia
di destabilizzazione riparte oggi, quando l'Europa continentale viene
nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive
ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del
Ponte di Sviluppo Eurasiatico.
Qualche anno dopo la
magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo.
Nell'ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i
Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla
magistratura per aprire un'inchiesta sulle attività speculative di Soros
& Co, che avevano colpito la lira. L'attacco speculativo di Soros, gli
aveva permesso di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire. Per
contrastare l'attacco, l'allora governatore della Banca d’Italia,
Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di lire.
Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che
fecero luce anche sulle attività della Banca d'Italia nel periodo del
crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider
trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano
di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e
valori delle monete.
Spiegano il Presidente e il segretario generale del "Movimento
Internazionale per i Diritti Civili - Solidarietà", durante l'esposto
contro Soros:
È stata...
annotata nel
1992 l
'esistenza... di un contatto molto stretto e particolare del sig. Soros
con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New
York, che fa parte dell'apparato della Banca centrale americana, luogo
di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale,
stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi
immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria "Goldman Sachs &
co." come presidente dei consiglieri internazionali.
La Goldman Sachs è uno dei centri della grande
speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta
in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In
Italia inoltre, il sig. Soros conta sulla strettissima collaborazione
del sig. Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio
della Borsa di Milano e attuale presidente della "Albertini e co. SIM"
di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati.
Albertini è membro del consiglio di amministrazione del "Quantum Fund"
di Soros.
III. L'attacco
speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto e
preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht "Britannia"
della regina Elisabetta II d'Inghilterra, dove i massimi rappresentanti
della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella
grande speculazione dei derivati, come
la S. G.
Warburg, la
Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da
Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro
ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione
dell'industria di stato italiana. A seguito dell'attacco speculativo
contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta
privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio
della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello
stato italiano e dell'economia nazionale e dell'occupazione.
Stranamente, gli stessi partecipanti all'incontro del Britannia avevano
già ottenuto l'autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario
Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si
riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare
due tra gli esempi più noti. L'agenzia stampa EIR (Executive
Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida
operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze
parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di
mettere in discussione l'intero procedimento, alquanto singolare, di
privatizzazione.
I complici italiani
furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l'allora Direttore
di Bankitalia Lamberto Dini e l'allora governatore di Bankitalia
Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all'allora capo del
governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro
Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio
gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli
speculatori.
Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non
conveniente ai lavoratori, per la "necessità di rimanere nel Sistema
Monetario Europeo", pur sapendo che l'Italia ne sarebbe uscita a causa
delle imminenti speculazioni.
Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni
Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non
cadde sotto il completo controllo dell'élite. Nel gennaio del 1996, nel
rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il
Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:
I mercati
valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a
registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate,
specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla
diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine
governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche
comunicazioni sui prezzi al consumo... è possibile attendersi la
reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il
persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze
dell'unificazione monetaria.
Il giorno dopo, il
governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, riferiva che
l'Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati
dei cambi, perché "se le banche di emissione tentano di far cambiare
direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la
fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto
alla loro capacità di fuoco".
Le nostre autorità denunciavano il potere dell'élite internazionale, ma
gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco
il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana
pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell'élite
anglo-americana.
Il Movimento
Solidarietà fu l'unico a denunciare quello che stava effettivamente
accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell'economia
italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una
conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia
e quello che ne era derivato.
Il 6 novembre 1993, l
'allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi scrisse una
lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele,
per avviare "le procedure relative al delitto previsto all'art. 501 del
codice penale ("Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico
mercato o nelle borse di commercio"), considerato nell'ipotesi delle
aggravanti in esso contenute". Anche a Ciampi era evidente il reato di
aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i
titoli quotati in Borsa delle nostre aziende.
Anche negli anni
successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a
prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo
capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom
Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia.
Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle
aziende energetiche. Nel settore del gas e dell'elettricità apparvero
numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998,
anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla
privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura
e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400
uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come
luoghi di vendita più che di servizio.
Le nostre autorità
giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva
"risanare il bilancio pubblico", ma non specificavano che si trattava di
pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano
come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche
e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera,
Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).
Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle
aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di
vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.
Le nostre aziende
sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto
dell'élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l'acquisto. La
privatizzazione della Telecom avvenne nell'ottobre del 1997. Fu venduta
a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5
miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche.,
e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.
Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della
Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin &
Jenrette e della Chase Manhattan Bank.
Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche
dell'élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers,
si fecero avanti per attuare un'opa. Attraverso Colaninno, che
ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l'Olivetti diventò
proprietaria di Telecom. L'Olivetti era controllata dalla Bell, una
società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di
Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.
Il titolo, che
durante l'opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si
dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.
Nel 2001 la Telecom
si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La
Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a
Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il
presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il
controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la
famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).
Dopo dieci anni
dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto
tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i
titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i
costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.
La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un
modo per truffare i piccoli azionisti.
La Telecom
, come molte altre
società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse
allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati
privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava
la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva
all'interno società con sede alle isole Cayman, che, com'è noto, sono un
paradiso fiscale.
Gli speculatori
finanziari basano la loro attività sull'esistenza di questi paradisi
fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle
autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori
di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano
mai di questo gravissimo problema.
Mettere un'azienda importante come quella telefonica in mani private
significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è
stata più volte calpestata, com'è emerso negli ultimi anni.
Anche per le altre
privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono
verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei
risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva
amministrazione e problemi di vario genere.
La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle
Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava
vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l'onere della
manutenzione sulle spalle dei contribuenti.
I Benetton hanno incassato un bel po' di denaro grazie alla fusione di
Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la
complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero,
ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, Ministro delle
Infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle
proteste dell'Unione Europea e alla politica del Presidente del
Consiglio.
Nonostante i
disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno
alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi,
sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni
causati dai privati.
La società Trenitalia è stata portata sull'orlo del fallimento. In pochi
anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre
più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano
numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c'è
più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche
mortali). Nel 2006, l 'amministratore delegato di
Trenitalia, Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla
commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando
un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto
portare la società al fallimento. Nell'ottobre del 2006, il Ministro dei
Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di
ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad
un'azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.
Dietro tutto questo
c'era l'élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn,
Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un
progetto di devastazione dell'economia italiana, e lo ha attuato
valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è
facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il
controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre
difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E'
simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani:
"Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6%
della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70%
della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom".Numerose aziende di imprenditori italiani sono state
distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio
la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i
risparmiatori vendendo obbligazioni societarie ("Bond") con un alto
margine di rischio. La
Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di
euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si
indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne
altre) truccava i bilanci.
Le banche nazionali
e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa,
e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare
la Parmalat
soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.
I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto
Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale S.p.a. (società della famiglia Tanzi),
Citigroup, Inc. (società finanziaria americana), Buconero LLC (società
che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia
finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che
forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche SpA
(società di revisione contabile), Grant Thornton International (società
di consulenza finanziaria) e Grant Thornton S.p.a. (società incaricata
della revisione contabile del sottogruppo Parmalat S.p.a.).
La
Cirio
era gestita dalla
Cragnotti & Partners. I "Partners" non erano altro che una serie di
banche nazionali e internazionali.
La Cirio emise Bond per circa 1.125 milioni di Euro.
Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per
spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in
perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di
onestà e di trasparenza.
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha
acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria
anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla
politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse
con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle
privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea,
il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni
anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di
partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà
aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il
potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che
impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo
Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa
pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare
politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi
operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.
Antonella
Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa,
1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia.
Illusioni di civiltà nell'era dell'egemonia Usa (Zambon Editore
2007) e
Dittature. La Storia Occulta
(Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
http://www.reti-invisibili.net/georgofili/
La Repubblica
, 27 maggio 1992.
La Repubblica
, 28 maggio 1992.
La Repubblica
, 10 giugno 1992.
La Repubblica
, 23 giugno 1992.
La Repubblica
, 23 giugno 1992.
La Repubblica
, 25 giugno 1992.
La Repubblica
, 27 maggio 1992.
La Repubblica
, 11 agosto 1992.
L'Unità, 12
agosto 1992.
Solidarietà, anno IV n. 1, febbraio 1996.
Esposto della
Magistratura contro George Soros presentato dal Movimento
Solidarietà al Procuratore della Repubblica di Milano il 27
ottobre 1995.
Servizio per
le Informazioni e la Sicurezza Democratica ,
Rivista N. 4 gennaio-aprile 1996.
Solidarietà, anno 1, n. 1, ottobre 1993.
La Repubblica
, 5 settembre 1999.
www.disinformazione.it
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