Un
gentile ed attento lettore mi avverte che
all’Università di Bologna, il 17 gennaio, si terrà una «giornata
di riflessione sui rapporti fra cristiani ed ebrei».
Ore 20.30, ingresso libero, via Belmeloro 8.
Già il titolo della «riflessione» dice dove si
andrà a parare: «Verus Israel?».
Il punto interrogativo smonta la pretesa che la Chiesa ebbe
dall’inizio, di essere il vero Israele. Ancor più esplicito
il comunicato, vischiosamente ecumenista e giudaizzante:
«Dal 1990 la Conferenza Episcopale Italiana invita a
dedicare il giorno che precede la Settimana di preghiera per
l’unità delle chiese (18-25 gennaio)
all’approfondimento e allo sviluppo del dialogo fra
cattolici e ebrei. Questa denominazione ufficiale registra
quest’anno una significativa evoluzione in Giornata di
riflessione ebraico-cristiana e il sussidio relativo è
firmato congiuntamente da monsignor Vincenzo Paglia,
presidente della Commissione CEI per l’Ecumenismo e il
Dialogo, e dal professor Giuseppe Laras, Presidente
dell’'Assemblea dei Rabbini d’Italia. Si tratta di una
proposta di passaggio dalla riflessione ecclesiale ad atti
di dialogo attorno a tematiche comuni come quello della
giornata di quest’anno: ‘Non avrai altre divinità al Mio
cospetto’ (Esodo 20, 3).
L’esigenza di una riflessione intraecclesiale resta
peraltro molto forte, a causa della complessità dei problemi
di identità che il soggetto cristiano si trova a affrontare,
nel momento in cui riscopre la propria originaria condizione
rispetto a Israele secondo il Nuovo Testamento e assume
consapevolmente un paradigma relazionale non-sostitutivo e
quindi non più antiebraico. Questa consapevolezza è al
centro delle occasioni di riflessione che da qualche anno
offre il 17 gennaio a Bologna l’Istituto Superiore di
Scienze Religiose (ISSR) ‘Santi Vitale e Agricola’,
all’interno del quale è attivo un gruppo di lavoro
interdisciplinare, ora in stretto contatto con il
Dipartimento di Storia della Teologia della Facoltà
Teologica dell’Emilia-Romagna (FTER), e con
colleghi di altri centri di ricerca.
E’ di particolare rilievo l’appuntamento di quest’anno,
dedicato a un confronto fra la tradizione cattolica e quella
riformata rispetto al nodo secolare della autocoscienza
cristiana come Verus Israel, sia per la gravità storica del
problema (che tocca non solo la relazione
Chiesa-Israele ma anche le relazioni fra le chiese che si
dividono, assumendo quella identità sostitutiva
legittimante) che per l’autorevolezza dei relatori: il
professor Daniele Garrone, biblista e Decano della Facoltà
di Teologia Valdese di Roma, e il professor Erio Castellucci,
teologo sistematico e Preside della FTER.
Questa serata bolognese nasce dalla collaborazione fra
FTER-ISSR e la Chiesa Evangelica Metodista di Bologna e il
SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) locale, che
hanno accolto con piacere l’attenzione e la disponibilità
del CUC a ospitare l’incontro come il primo del 2007 dei
Mercoledì all’Università».
Si
noti lo spesseggiare delle sigle (CUC, SAE, FTER,
ISSR), tragicomico riflesso della mentalità burocratica cui
ormai s’è ridotto il clericalismo ufficiale: pare una
riunione della Commissione Europea a Bruxelles.
Tralasciamo l’immancabile presenza dei rabbini e dei «riformati».
E’ ovvio (ed è già deciso) che la «riflessione»
concluderà nella riaffermazione «del paradigma
non-sostitutivo e quindi non più anti-ebraico» ossia -
per tradurre la lingua di legno dei clerocrati - con la
riaffermazione che il Verus Israel è e resta il regno
sionista di Giuda.
Vorremmo solo, sommessamente, sperare che questi signori
«riflettenti» a senso unico ascoltassero qualche voce
diversa.
Non la nostra, per carità.
Una voce ecclesiastica e clericale al massimo grado, quella
di padre Marcel Jacques Dubois.
Chi è costui?
Un domenicano di 86 anni, che da mezzo secolo ha scelto di
abitare in Israele per condividere le sorti dell’amatissimo
(da lui) popolo eletto.
Ora, questo credente semi-secolare del Vetus Israel si pente
e si ricrede: «Sono stato ingenuo, sono stato idealista»,
confessa.
E grida «Israele, torna in te stesso».
Ecco il caso come lo racconta Avvenire online:
«Bisogna avere l’animo di un poeta per comprendere
Israele e la sua esperienza umana, la sofferenza, la
solitudine, l’incomprensione del mondo.
Può ben dirlo padre Marcel-Jacques Dubois, domenicano nato a
Tourcoing, in Francia, 86 anni fa.
E’ arrivato a Gerusalemme nel lontano 1962, con la missione
di animatore della ‘Casa sant’Isaia’, un centro di studi
cristiani sull’ebraismo. L’empatia con gli israeliani è
venuta fuori da subito.
‘Nel corso dei primi anni in Israele, da cristiano ho
gioito nel vedere il popolo biblico raggiungere la terra
della Bibbia’. Dubois è diventato un pioniere del dialogo
interreligioso. Ha tracciato nuove strade di riconciliazione
insieme al confratello Bruno Hussar, fondatore di Nevé
Shalom/Waahat as-Salaam, il villaggio dove convivono
famiglie israeliane e arabe.
Professore di filosofia all’Università ebraica dal 1970,
Dubois è stato a lungo tra gli interlocutori preferiti dal
Vaticano per le relazioni con Israele. Dal 1973 ha perfino
scelto di prendere la nazionalità israeliana. Cittadino
onorario di Gerusalemme, nel 1996 ha vinto il ‘Gran prix
d’Israele’, uno dei pochi cristiani a poter vantare questo
titolo. Il legame con lo Stato israeliano ha radici
profonde, per questo sta destando scalpore il suo ultimo
libro ‘Nostalgie d’Israël. Entretiens avec Olivier-Thomas
Venard’. Avec la collaboration d’Annie Laurent (Editions
du Cerf, 418 pagine, 34 euro). Raccoglie una serie di
interviste in francese rilasciate a un suo confratello,
Olivier Thomas Renard, […] Sono le riflessioni con
cui Dubois interrompe un lungo silenzio, dettato anche da
motivi di salute per i postumi di un attacco cerebrale
tre-quattro anni fa.
Ed è un ritorno che non manca di far discutere».
«Colpisce la lucidità delle analisi, ma non
meno sorprendenti appaiono alcune sue dichiarazioni in cui è
evidente come qualcosa sia cambiato nel rapporto con
Israele. Non di rado sono sofferte ammissioni di colpa: oggi
il domenicano si rimprovera una visione a lungo idilliaca e
unilaterale del popolo israeliano. ‘Sono stato ingenuamente
sionista - dice nel libro -. Ho confuso l’avventura
ebrea con quella israeliana, trascurando la miseria
palestinese’. Affiora in lui quella nostalgia richiamata nel
titolo.
C’è stato un tempo, secondo Dubois, in cui ‘il popolo si
sentiva chiamato a un destino particolare su una terra
particolare’. Adesso non più: ‘La tragedia attuale è
nell’infedeltà di quelli che conducono Israele verso un
destino di violenza e conquista’. Lo sdegno verso le ultime
politiche israeliane è netto. Però Dubois rileva come il
cambiamento di rotta dei governi d’Israele risalga alla
‘Guerra dei sei giorni’ del 1967 con l’occupazione dei
territori palestinesi. Da quel momento in poi, a suo dire,
ha preso piede una deriva sionista volta alla conquista. Il
religioso francese ritorna a far sentire la sua voce da una
nuova inimmaginabile dimora in un quartiere palestinese di
Gerusalemme est. Non è stata una decisione casuale: ‘Ho
scelto di vivere qui per dimostrare chiaramente che non sono
d’accordo con la politica del mio Stato’.
Abita presso una famiglia a cui il domenicano è grato per
avergli fatto scoprire le condizioni dei palestinesi, dei
cristiani in particolare, e delle ingiustizie da loro subìte.
Se adesso prevale la coscienza di aver idealizzato Israele,
non per questo la sua è un’apologia della causa palestinese.
L’affetto per la stirpe ebraica è rimasto immutato. ‘Marcel
Dubois reste Marcel Dubois’. Lo ripete all’infinito nel
testo. Di nuovo c’è solo il rammarico di chi vede un popolo
dimenticare la sfida impegnativa a cui è chiamato: ‘Dio ha
dato una terra a Israele, ma come è possibile vivere
all’altezza di una tale vocazione senza cadere
nell’orgoglio?’.
Per chi fosse interessato a una risposta gli spunti non
mancano nel libro. C’è dentro tutto il profondo percorso
intellettuale e spirituale di un uomo che accompagna il
popolo d’Israele da oltre quarant’anni e continua ad amarlo».
Ma
ascolteranno i signori riuniti in «riflessione»
contro il Verus Israel e per il Vetus, la voce di questo
ingenuo che s’è accorto - tardi - di essersi reso complice
di un’immensa atrocità? Ascolteranno la realtà di testimoni
oculari, entità che amano chiamarsi CUC, SAE, ISSR?
Entità disumane, burocratici mostri freddi.
Invece è caldo e disperato un appello che mi manda un prete
che non conosco, don Mario Cormioli. Da anni, questo prete
porta i suoi parrocchiani a visitare la Terra Santa.
Ma non, non più, con le agenzie di viaggio ecclesiastiche o
ammanicate con la Chiesa.
«Perché in tanti pellegrinaggi», mi scrive, «non
incontrano mai un cristiano o una comunità; solo pietre
morte e reperti archeologici; perché dormono in alberghi
ebrei... quando la maggioranza dei nostri fratelli cristiani
lavora nel turismo e dormire una notte a Betlemme aiuta a
campare tante famiglie».
E’ degli arabi cristiani che parla don Mario.
E’ di loro che si è innamorato.
Li chiama, questi cristiani che resistono a Nazareth, a
Betlemme, in Galilea a testimoniare che Cristo è stato qui,
a casa loro, «i santuari viventi».
Don Mario porta i parrocchiani presso questi santuari.
A vivere con loro e a sentire l’oppressione in cui vivono le
pietre vive di Gesù sotto il Vetus Israel.
«In questi anni ci siamo accorti che incontrando non
solo i luoghi ma anche le persone, la nostra gente rimane
entusiasta e soprattutto riesce a raccogliere il grido di
disperazione e di sofferenza di un popolo umiliato e
martoriato, e tornando a casa riesce a guardare con spirito
critico tutte le falsità che ci vorrebbero far credere sul
conflitto.
Il pellegrinaggio da turismo religioso è diventato
spontaneamente «tante piccole iniziative: adozioni di
famiglie o di studenti, piccoli progetti di sviluppo,
sostegno alle varie realtà presenti».
Don Mario mi ringrazia perché ha scoperto che c’è della
verità nei miei articoli.
Sono io che ringrazio lui, che mi fa sentire meno solo e
meno inutile.
Nelle sue semplici parole, sono riuscito a cogliere la
radicale diversità cristiana: non si vanno a vedere le
pietre morte, non ci occupa - come Israele - il Tempio e la
sua «gloria».
Sono le «pietre vive» che ci interessano, le
dolenti pietre di carne ed ossa, le residuali luminose
pietre che testimoniano Gesù.
E’ questa la cura che Cristo ci ha insegnato: per le pietre
vive.
Non andremo a gridare «Tempio del Signore!», perché
il nostro Tempio è il suo Corpo, e tutti i corpi che ha
affidato alla nostra carità e al nostro amore.
Don
Mario mi manda anche un’altra testimonianza.
E’ della giornalista ebrea Shulamit Aloni, pubblicata anche
su Liberazione.
«Fra di noi, la certezza ebraica di essere nel giusto è
data tanto per scontata che non riusciamo a vedere cosa
abbiamo proprio davanti agli occhi. E’ semplicemente
inconcepibile essere nel giusto è data tanto per scontata
che non riusciamo a vedere cosa abbiamo proprio davanti
agli occhi. E’ semplicemente inconcepibile che le vittime
per eccellenza, gli ebrei, possano compiere atti malvagi.
Ciononostante, lo Stato di Israele pratica la propria forma
di apartheid, piuttosto violenta, nei confronti della
popolazione palestinese nativa.
L’attacco dell’establishment ebraico all’ex presidente
Jimmy Carter si fonda sul fatto che questi ha osato dire la
verità che è nota a tutti: tramite l’esercito, il governo di
Israele pratica una forma brutale di apartheid nel
territorio che occupa. L’esercito ha trasformato ogni
villaggio ed ogni cittadina palestinese in un campo di
detenzione recintato o bloccato; tutto questo per tenere
d’occhio gli spostamenti della popolazione, e rendere loro
la vita difficile. Israele impone un coprifuoco totale ogni
qualvolta i coloni, che hanno usurpato illegalmente le terre
dei palestinesi, celebrano le loro festività o compiono le
loro parate.
Come se non bastasse, i generali che comandano la
regione emanano frequentemente ulteriori ordini,
regolamenti, direttive e norme (non dimentichiamo che sono i
signori del territorio). Oramai hanno requisito ulteriori
terreni allo scopo di costruire strade‘solo ebraiche’:
strade meravigliose, ampie, ben asfaltate, con un’ottima
illuminazione notturna - tutto questo su terra rubata.
Quando un palestinese passa su una strada siffatta, gli si
confisca l’auto e lo si manda via.
Una volta sono stata testimone di un tale incontro fra
un guidatore e un soldato che raccoglieva i dati prima di
confiscare l’auto e di mandare via il suo
proprietario.‘Perché?’ ho chiesto al soldato. ‘E’ un ordine:
questa è una strada-solo-per-ebrei’ ha risposto. Ho
domandato dove fosse il cartello che lo indicasse, ad
informare [altri] guidatori a non percorrerla. Ha
risposto in modo semplicemente sbalorditivo. ‘E’ affar suo
saperlo! E poi, cosa vuoi che facciamo? Che mettiamo qui un
cartello a cui qualche reporter o giornalista antisemita
possa scattare una foto, per poter mostrare al mondo che qui
esiste l’apartheid?’».
«L’apartheid esiste
davvero qui. E il nostro esercito non è
‘l’esercito più morale del mondo’, come ci dicono i
comandanti. Sia sufficiente ricordare che ogni cittadina e
ogni villaggio si sono trasformati in centri di detenzione e
che ogni ingresso e ogni uscita sono stati chiusi,
escludendoli dal traffico sulle grandi vie di comunicazione.
Come se non bastasse il divieto ai palestinesi di
percorrere, sulla loro terra, le strade asfaltate ‘solo per
ebrei’, l’attuale generale in capo ha trovato necessario
appioppare, con una ‘proposta ingegnosa’, un altro colpo a
chi è nato lì.
Nemmeno gli attivisti umanitari possono trasportare
palestinesi.
Il maggiore Naveh, famoso per il suo grande
patriottismo, ha emanato un nuovo ordine - che, a partire
dal 19 gennaio, proibisce di trasportare palestinesi senza
un permesso. L’ordine sancisce che gli israeliani non
possono trasportare palestinesi in un veicolo israeliano
(vale a dire uno registrato in Israele, indipendentemente
dal tipo di targa), se non ne hanno ricevuto il permesso
esplicito; l’autorizzazione riguarda sia il guidatore, sia
il passeggero palestinese. Ovviamente nulla di tutto ciò si
applica ai lavoratori che servono ai coloni: questi, ed i
loro datori di lavoro, riceveranno naturalmente i permessi
necessari, in modo da poter continuare a servire i padroni
del territorio, i coloni medesimi.
Il presidente Carter, uomo di pace, si è davvero
sbagliato nel concludere che Israele sta creando apartheid?
Ha esagerato? I leader delle comunità ebraiche USA non
riconoscono forse la Convenzione Internazionale del 7 marzo
1966, firmata da Israele, sull’eliminare tutte le forme di
discriminazione razziale? Agli ebrei statunitensi che hanno
lanciato in modo forte ed ingiurioso la campagna contro
Carter, accusato di calunniare il carattere e la natura
democratica ed umanista di Israele, è forse sconosciuta la
Convenzione Internazionale del 30 novembre 1973, sul
reprimere e punire il crimine di apartheid?
L’apartheid è ivi definito come un crimine internazionale,
che fra le altre cose comprende usare strumenti legali
differenti per governare su gruppi razziali diversi,
privando così la popolazione dei diritti umani. La libertà
di spostarsi non fa parte di tali diritti?».

La giornalista ebrea Shulamit Aloni
«In
passato, i leader delle comunità ebraiche USA
conoscevano abbastanza beneil significato di quelle
convenzioni. Per qualche ragione, tuttavia, sono convinti
che Israele sia autorizzato a trasgredirle. Va bene uccidere
civili, donne e bambini, vecchi e genitori con i loro figli,
deliberatamente o no, senza accettare alcuna responsabilità.
Può essere permesso derubare la gente dei loro campi,
distruggere i loro raccolti, rinchiuderli come animali allo
zoo. D’ora in poi, è vietato a volontari israeliani e di
organizzazioni umanitarie internazionali assistere una donna
in travaglio trasportandola in ospedale. I volontari del
[gruppo israeliano per i diritti umani] Yesh Din non
possono portare alla stazione di polizia, a presentare un
reclamo, un palestinese derubato e pestato. (Le
stazioni di polizia sono situate al centro delle colonie).
C’è qualcuno che ritiene che questo non sia apartheid?
Jimmy Carter non ha bisogno di me per difendere la sua
reputazione, dopo le calunnie dei funzionari delle comunità
israelofile. Il problema è che ‘l’amore che nutrono per
Israele distorce la loro capacità di giudizio e li acceca,
impedendo loro di vedere ciò che hanno di fronte. Israele è
una potenza occupante che da 40 anni opprime la popolazione
del luogo, che ha il diritto ad un’esistenza sovrana ed
indipendente, vivendo con noi in pace. Dovremmo ricordare
che anche noi abbiamo usato molto spesso un terrorismo assai
violento contro un potere straniero, perché volevamo un
nostro Stato: l’elenco delle vittime è piuttosto lungo ed
esteso.
Non ci limitiamo a negare alla popolazione
[palestinese] i diritti umani. Non rubiamo loro solo la
libertà, la terra e l’acqua. Applichiamo punizioni
collettive a milioni di persone; nella frenesia della
vendetta, distruggiamo pure il rifornimento di energia
elettrica per un milione e mezzo di civili: che ‘stiano al
buio’ e ‘patiscano la fame’.Non si possono pagare i salari
ai dipendenti perché Israele trattiene 500 milioni di shekel
che appartengono ai palestinesi. E dopo tutto ciò restiamo
‘puri come la neve che cade’. I nostri atti non sono
marchiati da alcun disonore morale. Non c’è alcuna
separazione razziale, alcun apartheid. E un’invenzione dei
nemici di Israele. Evviva i nostri fratelli e sorelle negli
USA! La vostra dedizione è apprezzata moltissimo: avete
davvero allontanato da noi una brutta macchia. Ora possiamo
avere una spinta in più, nel maltrattare, sicuri di noi
stessi, la popolazione palestinese, tramite ‘l’esercito più
morale del mondo’».
Questo articolo potrebbe essere un bel tema di «riflessione»
per i giudaizzanti clericali e riformati (ossia
falso-cristiani) radunati a Bologna con ingresso libero.
Ma sono in grado di ascoltare voci che nascono dalla carne e
dal sangue, entità che si chiamano IRSS, CUC, CEI e FTER?
Invece, vale la pena di ascoltare l’iniziativa che propone
don Mario, e che nasce dalle suore del Baby Hospital di
Betlemme: dedicare il primo marzo di ogni anno ad una
giornata di preghiera e solidarietà concreta verso i
palestinesi assediati e soffocati.
Ciò perché il primo marzo del 2004 è stata elevata la prima
pietra morta del Muro della morte con cui Giuda si circonda,
rubando terre ai palestinesi.
E «non servono muri, ma ponti», come disse un
Pontifex.
Le suore del Baby Hospital, cattoliche, per lo più francesi,
le ho conosciute.
Non posso dire con quale eroica povertà salvano bambini,
ricoverano ragazze madri musulmane scampandole
dall’uccisione per «onore» dei familiari maschi -
che spesso sono anche i loro stupratori (non sono ingenuo,
non idealizzo).
Non hanno mezzi, nessuno manda loro denaro: ma non manca mai
posto, nelle loro linde camerate, per un altro bambino e
un’altra giovane donna.
Da loro ho capito quel che ha fatto Giuseppe, tenendo presso
di sé Maria incinta: l’ha salvata dal linciaggio e dalla
lapidazione.
Chi vuole partecipare, scriva a
donmario.c@tiscali.it.
Potrà fare ponti contro il Muro: ponti di carne contro la
pietra morta.
A Bologna, si riuniscono gli adoratori delle pietre morte e
di un Israele impietrito nella sua malvagità.
Accecati gridano «Tempio del Signore!», di quel
Tempio di cui non resta pietra su pietra, e dimenticano
quello che disse di Sé: «Distruggete questo Tempio, e in
tre giorni lo rifarò», e parlava del Tempio del suo
Corpo.
Tuttavia, non sarà il caso di lasciarli in pace nelle loro
opere morte, questi IRSS, CUC e FTER.
Chi può, vada alla loro riunione (ingresso libero) a far
sentire la voce viva degli esseri umani.
Maurizio Blondet