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Chi provoca l'inflazione 09 marzo 2008 La firma di Antonio Martino mi ha attratto su Libero, e ancor più il titolo: «L’inflazione ci svuota il carrello della spesa: tutta colpa del super-euro». Ho conosciuto Martino come buon economista, ancorchè monetarista ideologico, fanatico di Milton Friedman. Rapida delusione: nel pezzo non c’è un’informazione sola. Mancanza confessata: «Non so se l’aumento in corso possa essere […] determinato da una politica monetaria eccessivamente espansiva della BCE», dice l’ex buon economista (le mostruose iniezioni di liquidità della BCE al sistema bancario pare gli siano sfuggite). C’è anche una falsità, deliberata, ideologicamente motivata. Il rincaro degli alimentari è dovuto, per Martino, alla «politica agricola comunitaria che ha come obbiettivo quello di aiutare gli agricoltori a tenere alti i prezzi». Martino esibisce così la sua fede ultra-liberista, ostile ad ogni intervento pubblico; ma dovrebbe sapere che i prezzi agricoli non rincarano solo in Europa, ma su scala mondiale, per l’enorme aumento della domanda cinese (e indiana) finalmente solvibili, per la decisione di Bush di ricavare carburante dai grani (sussidiando questo utilizzo e quindi sottraendo ettari alle granaglie alimentari), per i cattivi raccolti in Australia e Canada, ma il tutto aggravato dalla speculazione finanziaria che accaparra «futures» sui grani per rivenderli a prezzo aumentato. Che tristezza. Di buono resta la domanda: chi provoca inflazione? Resta anche la definizione, scolastica, lapalissiana: «L’inflazione è sempre e dovunque determinata dalla crescita della quantità di moneta più rapida dell’aumento della quantità di beni e servizi acquistabili, cioè del reddito reale». Prendiamola per buona. Ma proviamo ad applicarla all’Italia, dove si nota un’inflazione in qualche modo speciale, ulteriore all’inflazione da euro, il cui carattere è il repentino impoverimento della gran massa della popolazione. L’Italia è un Paese poco produttivo, ossia che produce pochi beni e servizi. Evidentemente, ci sono troppi «segni monetari» che competono alla caccia dei pochi beni e servizi, e producono i rincari. Come si dice in gergo, l’offerta aggregata è inferiore alla domanda aggregata e solvibile. Fuori dal gergo, c’è chi ha troppi soldi da spendere, in confronto ai beni e servizi che il Paese produce. Vediamo: chi ha troppi soldi da spendere, in confronto a ciò che produce? Non certo il 90% dei lavoratori italiani, malpagati e precari. Anzi, gli operai - i produttori di merci - sono i meno pagati d’Europa e non arrivano a fine mese (e sul loro magro salario lordo subiscono prelievi tributari del 43% direttamente, ma del 60% se vi aggiungete l’IVA, le accise, gli infiniti balzelli che gravano sul reddito fisso, e sul consumatore finale: il fisco italiano è arrivato a tassare tanto i poveri, da renderli miseri).
Anche tra i dipendenti pubblici, quelli utili - ossia che forniscono
servizi - sono i meno pagati: Evidentemente, a produrre la specifica inflazione italiana sono i redditi «non guadagnati», ossia quelli pagati per produrre servizi che non forniscono. Quelli che hanno i soldi, con cui comprano cose che non hanno contribuito a fare. E tanti soldi, da potersi permettere prezzi alti, sì da «spiazzare» i produttori con redditi modesti. Non è difficile identificare questa classe. Ne fanno parte, ad esempio, gli impiegati del Comune di Roma che ogni anno si godono 37 giorni ciascuno di assenze retribuite e ingiustificate: essi percepiscono anche per quei giorni in cui non forniscono servizio alcuno. Redditi non guadagnati, e piuttosto grassi: ogni dipendente del comune di Roma costa oltre 46 mila euro annui, una paga che alla Thyssen si sognano gli ingegneri. Non stupisce che si assentino per fare shopping. Ma oltre a loro, ci sono i dipendenti di tutti i Comuni, che totalizzano 22-27 giorni di assenze per «malattia» o «permesso» ciascuno. E ancora più su, tutte le burocrazie inadempienti che poppano denaro pubblico, e la cui scomparsa non produrrebbe nessun problema grave al Paese, perché l’utilità dei loro «servizi» è nulla, e spesso non forniscono servizio alcuno - almeno non proporzionale al livello dei loro emolumenti. La sparizione repentina delle centinaia di assessori regionali (tra 150 e 400 mila euro annui) non ci lascerebbe a piedi, come la scomparsa dei tranvieri. Anzi, ci lascerebbe lieti e allegri.
E
lo stesso si dica dei consiglieri d’amministrazione delle ASL, della
direttrice generale
E’
una bella pletora, che riceve un sacco di soldi e non fornisce in cambio
servizio alcuno. Ecco chi ha tanti soldi non guadagnati. E sono tanti, tantissimi. Il governo indiano si è proposto di ridurre la sua macchina burocratica pubblica, che ritiene pletorica e (per questo) inefficiente. Fossimo un Paese serio, manderemmo di corsa degli esperti a vedere come fa l’India a funzionare oggi: la sua «pletora» è costituita da 10 milioni di dipendenti pubblici, ma stiamo parlando di un paese con 900 milioni di abitanti. E i suoi dirigenti locali massimi, i «collectors» (specie di super-prefetti) guadagnano 350 euro al mese. L’Italia, con 60 milioni scarsi di abitanti, ha 3,2 milioni di dipendenti pubblici: un terzo dell’India, con 15 volte meno di popolazione.
Senza contare i pubblici precari, assunti a termine per fare il lavoro
che la parte meglio pagata Perché essendo vicini al potere, protetti dai sindacati e sottratti ad ogni competizione internazionale, hanno anche il privilegio di esigere o di assegnarsi, sui salari indebiti, degli aumenti che costantemente superano l’inflazione: il loro potere d’acquisto non diminuisce mai. In questi ultimi anni, gli aumenti ai pubblici dipendenti in genere sono stati attorno al 7% (poliziotti, pompieri e tranvieri, ossia gli utili, esclusi); i deputati si concedono aumenti da 200 euro mensili a botta. La troppo numerosa casta dei parassiti e inadempienti, che hanno tanti soldi da spendere in voluttuari (ristoranti, viaggi, feste, piscine a forma di cuore, BMW, mobili d’antiquariato) impedisce che il basso e decrescente potere d’acquisto della popolazione ottenga l’effetto che ci si attenderebbe: l’abbassamento dei prezzi al livello del basso potere d’acquisto, o almeno il rallentamento dell’inflazione. Il ristoratore può infischiarsene di ribassare il menù per attrarre l’operaio, perché tanto sa che il ristorante si riempirà di deputati con 15 mila euro mensili in tasca; e se il menù rincara, i deputati si aumentano l’emolumento. Naturalmente non è solo la Casta pubblica ad accendere l’inflazione. Si possono indicare di sfuggita altri. Le banche, per esempio. Notoriamente, esse producono moneta: quando concedono un mutuo o un fido, creano dal nulla lo pseudo capitale, denaro «vuoto» che poi sarà il debitore a riempire di denaro vero – sudato in attività produttive - pagando i ratei. In questo modo, per esempio, Intesa San Paolo ha esibito quest’anno profitti per 6,85 miliardi di euro, in lire, 13 mila miliardi. Di profitti. In un anno. Che di anno in anno cresce paurosamente, immensamente superiore alla percentuale di crescita del PIL, ossia di quel che producono i veri produttori. Si tratta di denaro non guadagnato. Più precisamente, di denaro rubato ai produttori. Gli imprenditori che hanno chiesto il fido non hanno profitti in aumento del 4% annuo, quindi hanno dato alla banca più di quanto hanno prodotto e guadagnato in termini reali. Naturalmente, la banca asserisce che i suoi profitti sono guadagnati, in quanto - col credito - offre un servizio utile alle imprese e ai lavoratori, contribuisce alla ricchezza del Paese. Ciò non è più vero, nemmeno nella modesta misura in cui era vero qualche anno fa: oggi le banche distruggono le imprese, rifilando loro «derivati» e altre fantasie speculative che, invariabilmente, rovinano con perdite schiaccianti imprese sanissime, ma ingenue. Tipico è il caso Italease, che nel primo semestre 2006 esibì un profitto in crescita dell’80% (80% di profitto in un anno!), ed oggi è fallita dopo aver reso insolventi i suoi clienti migliori. Più precisamente, come ha spiegato Nino Galloni nel suo «Il grande mutuo» (Editori Riuniti, 2007), la finanza devasta le imprese almeno dal ‘92, quando ha cominciato a comprare azioni, fino a possedere pacchetti di controllo. A quel punto, essi esigono dalla azienda diventata «loro» un tasso di profitto, poniamo, del 7% annuo. Ma un’azienda non è un BOT a tasso fisso, il suo tasso di profitto fluttua con la sua penetrazione dei mercati, è in parte aleatorio. Per garantire il tasso voluto dai finanzieri, banche e fondi-pensione, tagliano i «costi»: licenziano i dirigenti e dipendenti più pagati perché più esperti, troncano sulla ricerca e sviluppo, possono persino ridurre la produzione per risparmiare sugli approvvigionamenti. Per questo, negli anni scorsi, quando le grandi imprese USA annunciavano riduzioni del personale, le loro azioni salivano in Borsa: meno si spende per gli operai, pensano i finanzieri speculatori, più profitto resta per il capitale. Ma a forza di ridurre il personale, la ricerca, è stata la fantasia e l’inventiva, la capacità di ideare prodotti desiderati dal consumatore, a sparire… in Cina o Taiwan. Così l’Italia arranca, mentre tra il 1993 e il 2004 il reddito del lavoro dipendente è sceso dal 43,7% al 40,7% del PIL, Intesa San Paolo, distruggendo ricchezza reale, e risucchiandola dai produttori, dichiara profitti di quasi 7 miliardi di euro. Un sacco di soldi. Che vanno in parte a dividendi. Che qualcuno spende, spende senza averli guadagnati, senza aver fornito servizi. Restano altri. Telecom Italia, per esempio, si fa pagare per un servizio insufficiente e arretrato. ENI ed ENEL hanno le bollette più care d’Europa. Tutti questi ci succhiano denaro, e ne hanno troppo da spendere. Sono un bel blocco sociale. Enorme e potentissimo, che «occupa» il potere e gli è colluso, difficile perciò da ridurre a miti consigli. Certo, c’è anche la BCE con la sua creazione di moneta dal nulla per aiutare le banche a prestarsi denaro. Probabilmente, tra i parassiti percettori di redditi indebiti, ne dimentico alcuni. Forse Antonio Martino se ne farà venire in mente qualcun altro, di promotori dell’inflazione italiota. Dopotutto, l’economista è (era) lui, non il sottoscritto.
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