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Assumersi
la responsabilità della propria salute e della propria felicità
Tratto
da "Ogni sintomo è un messaggio" di Claudia Rainville, ed.
Amrita
Non
possiamo parlare di metamedicina senza tener conto della legge di
responsabilità, giacché essa costituisce la condizione di base per una
vera guarigione. Quando studiavo microbiologia, interrogavo i miei
professori per sapere dove provenissero i microbi (batteri, virus,
parassiti, eccetera), e mi rispondevano che questi agenti patogeni
provenivano da contaminazioni. Accettavo la cosa continuando però a
chiedermi dove la prima persona avesse potuto contrarre il microbo. Mi
adeguai, paga della massa di conoscenze che esploravo nel mondo
affascinante dei microrganismi, ma i miei interrogativi erano latenti;
quando cominciai a lavorare in ospedale, ricominciai a chiedermi perché
il tale si ripresentasse di continuo con infezioni urinarie, e la tal
altra con vaginiti a ripetizione.
Ricordo in particolare un uomo anziano, con la tubercolosi, che
praticamente non usciva mai di casa; i pochi visitatori che riceveva non
avevano il bacillo di Koch a cui si attribuiva la sua malattia: dove mai
aveva potuto contrarre quell'infezione?
Intuitivamente, sapevo che gli esseri umani possiedono la capacità di
sviluppare la malattia sia attirando l'agente infettivo mediante la
frequenza vibratoria, sia destabilizzando le molecole delle proprie
cellule, consentendo in tal modo lo sviluppo di una patologia. Ma quando
azzardavo a proporre questa ipotesi, tutti mi deridevano.
Il Mahatma Gandhi diceva: "L'errore non diventa verità solo perché
si propaga e si moltiplica. E la verità non diventa errore solo perché
nessuno la vede".
Assumere la responsabilità di ciò che viviamo significa riconoscere e
accettare che i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri
atteggiamenti - proprio come le lezioni che bisogna imparare nella
nostra evoluzione - abbiano dato luogo sia alle situazioni felici e
infelici in cui ci siamo imbattuti sia alle difficoltà o alle gioie che
viviamo attualmente.
Quando nei seminari e nelle conferenze tocco questo tasto, spesso la
gente ribatte: "Sarei io che mi sono attirato un padre
violento?", "Se un bambino nasce malato, non sarà mica colpa
sua?". "Se mio marito ha perso il lavoro, è perché l'azienda
in cui lavorava ha chiuso: non ha nulla a che vedere con lui",
"Come a dire che, se ho mal di schiena, sarebbe colpa mia!",
"Non pensavo che uno potesse fabbricarsi una malattia!",
"E' davvero ingiusto. Mio figlio, che non ha fatto male a nessuno,
sarà handicappato tutta la vita, mentre ci sono dei criminali che
stanno benissimo".
Il mio secondo padre diceva: "C'è un'unica giustizia sulla terra,
ed è la morte".
Tutte queste riflessioni traducono un'incomprensione della legge
fondamentale della responsabilità, molto spesso confusa con il senso di
colpa: è questa confusione a renderla difficile da accettare agli occhi
di molte persone, che la leggono così: "Se questa situazione o
questa malattia me la sono creata io, allora sarebbe colpa mia se sto
male".
Questa chiave di lettura è sbagliata, ed è - per molti di noi - dovuta
al tipo di educazione religiosa in cui siamo cresciuti. La cultura
giudaico-cristiana ci ha insegnato ad affidarci a un potere superiore,
Dio, e che se agiamo secondo i suoi comandamenti e pratichiamo azioni
meritorie, veniamo ricompensati in questa stessa vita o dopo la morte;
se invece non obbediamo ai suoi comandamenti o a quelli della Chiesa ci
attende la punizione! Con questa base alla prima difficoltà inattesa e
inspiegabile automaticamente ci viene da pensare: "Cos'ho fatto di
male perché debba capitare questo proprio a me?" Oppure cerchiamo
un responsabile esterno, ci dev'essere per forza un
"colpevole".
Così, quando una situazione ci fa soffrire, abbiamo preso l'abitudine
di colpevolizzarci (credendolo di essercela meritata) oppure ne
accusiamo altri, o addirittura Dio.
Quando dico che essere responsabile della situazione significa che mi
riconosco quale creatore di ciò che vivo, non intendo insinuare che ho
creato deliberatamente una situazione gradevole o sgradevole, ma che
bisogna accettare e riconoscere che i nostri pensieri, il nostro
sentire, i nostri atteggiamenti o le lezioni che è necessario integrare
nella nostra evoluzione, hanno generato le situazioni felici o infelici
che ora stiamo vivendo. La legge della responsabilità, di conseguenza,
non ha nulla a che fare con il merito o la punizione, con la fortuna o
la sfortuna, con la giustizia o l'ingiustizia, oppure con la colpa:
riguarda solo il concatenarsi delle cause e degli effetti.
Non siamo forse liberi di accettare una credenza o rifiutarla? Di
scegliere le parole di cui ci serviamo? Di interpretare una parola o una
situazione?
Non siamo forse liberi di amare e di odiare? Di accusare o
comprendere? Di fare del male o del bene?
Non siamo forse liberi di guardare la verità in faccia o di
mentire a noi stessi? Di reagire o di agire? Di alimentare la paura o di
avere fiducia?
Sì, siamo liberi dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti,
delle nostre credenze, dei nostri atteggiamenti, delle nostre scelte.
Sebbene abbiamo, tutti quanti, questa libertà intera, non possiamo
sfuggire alle conseguenze di ciò che scegliamo di pensare, dire, fare, credere.
Forse
sei pronto a riconoscere il peso delle tue scelte e delle loro
conseguenze, ma forse penserai: "Se una persona è al volante e
un'altra la investe in pieno, non avrà mica scelto lei di avere un
incidente?". No, certamente. E tuttavia, che cosa è accaduto prima
dell'incidente perché questa persona si trovi in quel contesto?(…)
"Nulla
è frutto del caso"
Questa
verità fondamentale è a volte manipolata, per esempio da certi leader
che, per far leva sui loro adepti, dicono: "Il caso non esiste, e
se sei venuto qui è perché hai bisogno di noi". E' giusto che non
esiste il caso, e tuttavia l'interpretazione che si può dare di questa
affermazione non è necessariamente quella giusta. Può darsi che una
persona si trovi in un gruppo per imparare a dire di no oppure per
impiegare il proprio discernimento.
Lo stesso Buddha diceva: "Non credete a me, verificate,
sperimentate, e quando saprete da voi stessi che qualcosa è favorevole,
allora seguitelo; e quando saprete da voi stessi che qualcosa non vi è
favorevole, allora rinunciatevi".
Un senso di colpa può essere la causa di incidenti, problemi e oltre
forme di autopunizioni? Osserva, e trai le tue conclusioni. Puoi
verificarlo, se hai già avuto un incidente, che cosa stavi vivendo
prima di esso? Un incidente a un piede o alle gambe può essere
facilmente collegato a un senso di colpa, per il fatto di precedere
qualcuno che invece fa da freno, magari perché a sua volta si rifiuta
di avanzare. Un incidente a un dito può essere collegato a un certo
perfezionismo; ci si sentire colpevoli per aver eseguito un lavoro
troppo in fretta o senza troppa cura.
La simbologia del corpo può aiutarci a stabilire questo collegamento
fra un incidente e ciò di cui ci sentiamo colpevoli.
(…)
Articolo
tratto dal sito www.disinformazione.it
con il gentile permesso dell'amico Marcello Pamio.
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