Dev’essere una persona notevole Francesca Comencini,
figlia di registi, che ha diretto «A Casa Nostra»,
film di cui parla (cosa rara) l’Herald Tribune. (1)
Sicuramente «di sinistra», questa Comencini dice
cose dolorosamente profonde e vere, che un cristiano
riconosce: l’Italia non procrea più, dice, «perché è
disperata e non lo sa. E’ edonista ma infelice. Per avere
bambini, bisogna prima sentire che esiste una culla morale»
capace di accoglierli nella società.
La culla è perduta.
Il film è sulla malattia italiana, infatti: un gruppo di
manager, banchieri e donne-manager milanesi che per denaro -
per avidità o necessità usuraria - vendono proprietà, il
corpo, l’anima.
I dialoghi, come ha voluto la regista, sono tratti di peso
dalle intercettazioni telefoniche che ben conosciamo: questi
manager parlano come Moggi, Consorte e Fiorani ai cellulari,
quella lingua da criminali volgarissimi e incalliti.
E’ un film sul denaro.
«Oggi il denaro è al centro della cultura italiana, e la
gente pensa che sia normale», dice la Comencini: «Ma
ciò porta a un imbarbarimento inesorabile della vita di ogni
giorno. Ci ruba la capacità di immaginare il futuro».
Dice che l’Italia «ha perso la bussola morale».
Dice: «L’Italia è perduta, ma non lo sa, per questo un
film così è necessario, perché la gente prenda coscienza».
E aggiunge, e questo mi pare specialmente essenziale: «Può
essere troppo tardi. Ci sono cose che una volta perdute, non
le fai tornare».
Perché mi colpiscono queste parole?
Anzitutto perché si scopre che, a «destra» come a «sinistra»
ci sono persone serie che convengono nella diagnosi.
Che non si limitano più a gridare che se l’Italia è marcia,
«è colpa di Berlusconi» come i girotondini moralistici, come
Nanni Moretti e i giustizialisti, come Eugenio Scalfari ed
Oscar Luigi Scalfaro: Berlusconi è, semmai, esso stesso un
sintomo e un prodotto del male che ci ha colpito tutti.
Vedo nella Comencini una che non parla più a vànvera di
«valori», ma dice che quel «qualcosa» che abbiamo perduto è
del genere che «non ritorna» a volontà: qualcosa di
organico, come sono le cose spirituali, non una macchina
guasta che si può riparare.
Mi piace il senso d’urgenza, la convinzione di fare un film
non per intrattenimento, ma per necessità.
E' urgente che persone del genere comincino a parlarsi, a
pensare e ad agire politicamente insieme, lasciando gli
steccati opposti che non hanno più senso.
Perché tutto, tutto quello che ci accascia ha una stessa
causa.
Tutto: l’orrendo bullismo dei ragazzi contro i deboli o i
poveri, la supplente di Campobasso che si denuda per fare
sesso con cinque scolari, i trucchi di Moggi, la collusione
di Fazio (il banchiere) con Consorte, la disgustosa
volgarità televisiva, lo spreco e i privilegi dei miliardari
di Stato, i 190 mila euro mensili di Cimoli per Alitalia, la
deliquescenza di Napoli, la nullità arrogante della Bocconi,
le università inutili che tirano a campare senza trasmettere
nulla di arduo né il piacere della scoperta, le liti Sgarbi
e Mussolini, Berlusconi e Prodi, le Ferrovie in bancarotta,
la volontà punitiva e taglieggiatrice di Visco,
l’insubordinazione generale delle caste e dei gruppi di
potere, l’arraffare di tutti quelli che possono a danno di
quelli che non ci riescono… tutto questo ha una sola causa,
la perdita dell’anima denunciata dalla Comencini.
E tutto questo si alimenta a vicenda, le piazzate Sgarbi -
Mussolini giustificano i bulli di scuola,
il gergo delinquenziale di Moggi è connesso con le
università dove non s’insegna e con l’evasione fiscale e con
la disoccupazione (meglio: inoccupabilità) giovanile.
La doppiezza di Napolitano è la stessa cosa del clientelismo
di Bassolino, che impiega i camorristi in Regione;
l’infinita stupidità della TV di distrazione è la stessa
cosa dei furbetti del quartierino e di Padoa Schioppa; e
questa è la causa stessa di un’intera generazione che si
perde nelle discoteche.
Manifestazioni diverse causate dallo stesso male: che ci
siamo venduti l’anima e non sappiamo dove andare, insieme,
collettivamente, né qual è il nostro posto nel mondo come
nazione, come popolo.
E
soprattutto: il male è così profondo, che nessuna
ricetta «di destra» o «di sinistra» può curarlo.
Bisogna ripensare tutto alla radice, con coraggio,
abbandonando ogni conformismo.
Pensare fuori dai binari, ricominciando dal principio: cos’è
la democrazia e perché non funziona, come abbiamo perduto la
nazione e il senso del comune destino, perché siamo in mano
a delinquenti sotto e sopra, nella società civile e nello
Stato (o regioni).
Un’altra donna sicuramente «di sinistra», quella Gabanelli
di RaiTre, mi pare faccia settimana per settimana la stessa
diagnosi di fondo.
Smaschera le pseudo-privatizzazioni (dove alla fine a pagare
sono sempre i contribuenti, soci senza saperlo e senza le
loro quote) come moltiplicazione di falsi consigli
d’amministrazione che sono clientele e sinecure; rivela gli
sprechi di una magistratura che sequestra denaro e beni, e
poi li dimentica, non li sa mettere a disposizione dello
Stato; mostra inefficienze, sprechi, corruzioni, incurie -
tutte facilmente curabili, si direbbe.
Ma nulla accade.
I politici non guardano quel genere di trasmissioni,
probabilmente si interessano solo ai «dibattiti» da Vespa e
da Santoro, dove mettono in scena la loro vanitosa
inutilità.
Ma anche se volessero fare qualcosa, dopo essersi serviti
per primi e abbondantemente dal piatto del denaro pubblico,
non potrebbero.
Perché i politici, nella perdita generale dell’anima, hanno
perduto anche la capacità e gli strumenti del governo, e
nemmeno se ne sono accorti.
Credono che governare consista nell’emanare leggi - la
legalità o la legalizzazione della vita, vecchio vizio della
democrazia disfunzionante - e si aspettano che le leggi
vengano attuate così, per semplice comando legale.
Ma gli apparati che dovrebbero eseguirle sono guasti,
esistono solo per sé stessi, non funzionano più: e come
ripararli e farli funzionare (in ciò consiste il governo
vero) nemmeno lo sanno, né se ne occupano.
L’incapacità della magistratura di gestire, mettere
a frutto e a disposizione del bene pubblico i patrimoni
sequestrati, non è in teoria difficile.
In una qualunque azienda privata sarebbe creato subito un
ufficio snello ed efficiente, fornito dei competenti
necessari, per recuperare queste cifre enormi, metterle a
contribuire alla copertura del deficit.
Ma nello Stato, un simile ufficio va creato «per legge», e
dovrà agire «secondo legge»: tutto quello che dovrà fare
dovrà essere prescritto e previsto per legge.
Sicchè non sarà né snello né efficace, ma una burocrazia fra
le altre, a pesare sull’erario.
Allo Stato - anche se volesse - manca una troupe come quella
di Report: capace di indagare le malfunzioni, rapidamente
portarle alla coscienza pubblica e indicare rimedi secondo
il pubblico interesse.
Gabanelli for president?
Forse sì.
Forse è necessario ripensare come ridare potere allo Stato,
ma in modo completamente nuovo.
Che sarebbe nuovo per le burocrazie pubbliche parassitarie,
ma ben noto e applicato nel settore privato.
Esplode «l’emergenza Napoli» e si annunciano
«provvedimenti»: quali?
Si pensa a qualche legge, ancora una volta.
Inapplicabile, perché è l’anima della città ad essere
malata, l’aspirina non cura un cancro.
Del resto, nemmeno un inizio di dibattito aperto e
non-conformista, che metta in causa tutto e tutti, senza
tabù e riguardi.
«Non offendiamo Napoli», raccomanda … Emilio Fede,
sai che maitre à penser.
Ma sul film «A Casa Nostra», anche Letizia Moratti
ha eccepito che «offende Milano», perché a Milano
si producono il 40% dei brevetti italiani, si vendono 100
mila biglietti l’anno per eventi culturali, lavorano 80 mila
volontari sociali… ma scusate, così non si va da nessuna
parte.
Esibire le virtù residue di Napoli o di Milano (o di Roma e
Torino) è il modo peggiore di «affrontare il problema».
Sono le virtù che ci mancano quelle di cui, precisamente,
abbiamo bisogno.
Oppure: appare su internet il video dove i bulli
malvagi picchiano il mongoloide (già il fatto di chiamarlo «down»
è una falsità, un ostacolo alla soluzione dei problemi) e
nei dibattiti radiofonici ci si chiede «cosa fa la scuola»,
si denunciano insegnanti che assistono alle prepotenze e
fanno finta di non vedere.
Beh, nessuno pare essersi accorto che la scuola pubblica -
questo modello risorgimentale, ottocentesco, che era la sola
agenzia educativa prima che esistessero la TV e la
pubblicità - non funziona ormai da mezzo secolo.
Che ha cessato da tempo di trasmettere cultura, disciplina,
senso del bello e del nobile.
Gli insegnanti?
Appena facessero il loro dovere disciplinare - eh sì, la
punizione e l’umiliazione degli arroganti è il primo
provvedimento da prendere - avrebbero contro i genitori, i
sindacati, i presidi, i giornali,
i sociologhi e le TV progressiste.
Gli insegnanti non hanno dalla loro la nazione.
E solo loro, da soli, dovrebbero rischiare il licenziamento
(e le percosse dei giovanissimi teppisti, e le denunce
legali dei genitori-teppisti), per il loro stipendiuccio?
Sono una burocrazia miserabile ancorchè parassitaria,
oscuramente conscia di essere sopravvissuta alla sua utilità
sociale: ma dovrebbe rinunciare a quella misera paga, solo
lei?
Prima Cimoli, prima Mastella, prima Formigoni e Draghi.
A loro, non si chieda di attenersi alla «legalità».
Del resto la supplente di Campobasso che nuda masturbava i
suoi studenti era stata assunta in base ad una lista
insindacabile: il preside non aveva nessun potere di scelta
né di rifiuto.
E la «legalità», i sindacati e i giudici vegliano su di
essa.
Emergenza carceri: un indulto «legale», fuori tutti i
delinquenti faticosamente presi, con rischio personale anche
giudiziario (per i giudici, poliziotto e delinquente sono
pari), dalle nostre numerose polizie.
Questo in Italia è governare: demoralizzare le
forze e gli apparati che provano a far qualcosa. Quante
volte abbiamo sentito parlare della necessità di pene
alternative: mai una vera idea, però.
Un giorno di carcere costa - a noi contribuenti - 200 euro
per carcerato.
Qualcuno potrebbe, prego, spiegare perché?
E se non è proprio possibile spendere meglio quel denaro,
nell’interesse stesso del delinquente? Non dovrebbe essere
difficile.
Per una quantità di gente onesta, 200 euro al giorno sono un
sogno irraggiungibile, milioni di pensionati onesti campano
con 7.500 euro l’anno.
Bisognerebbe pensare prima a loro, e in ogni caso usare con
estrema responsabilità di quel denaro per le carceri.
Mai un’idea, mai un dibattito serio: non da Vespa, ma presso
qualche organo da costituire ad hoc, e capace di pensare
radicalmente la pena e il suo senso educativo per la
nazione.
Da quell’organo, beninteso, dovrebbero essere esclusi per
principio quei politici e ideologi che pretendono di dare
alle galere (col bugliolo, ma con la TV a colori) il compito
di «reinserire il reo nella società», di gestire una pena
«non afflittiva ma riabilitante».
Non perché non siano cose bellissime, ma perché -
semplicemente - lo Stato non le sa fare.
Troppo complesse per la burocrazie inadempiente.
Faccia il minimo: sicurezza della punizione, sicurezza dei
cittadini.
Mica siamo in Svezia.
E nemmeno in Spagna, dove tutto funziona meglio.
E che dire dei «giacimenti culturali» da sfruttare, che ci
farebbero diventare tutti ricchi?
Mai un’idea che sia una.
L’Italia è piena di un patrimonio culturale che, anziché
rendere, costa: le Belle Arti vegliano sulla «legalità», non
sulla fruttificazione.
O la «lotta all’evasione».
La Gabanelli può, in un paio di puntate, mostrare dove e
come si nasconde, in quali conti correnti, con quali
trucchi.
Lo Stato non è capace, e tartassa quelli che già le tasse le
pagano.
Insomma, bisogna che ci uniamo,
noi persone mediamente serie - senza troppo esserne sicuri,
perché la malattia dell’anima colpisce anche noi - per
pensare da capo, con il coraggio e la durezza necessari.
Perché il coraggio è essenziale.
«Che i vili siano comandati dai malvagi - è giusto»,
diceva Plotino.
Senza coraggio, i malvagi e corrotti ci governeranno in
eterno, sotto etichette idiote come «destra» e «sinistra».
Nel film «A Casa Nostra», la poliziotta (Valeria
Golino) che mette le manette al banchiere che ha fatto
bancarotta - morale e patrimoniale - dice: «Questa è
anche casa nostra».
E’ questo che ci siamo dimenticati.
Non è solo la casa dei camorristi, né di Mario Merola o di
Mastella.
Maurizio
Blondet
Note
1) Elisabetta
Povoledo, «A filmaker’s grim Italian morality tale», Herald
Tribune, 14 novembre 2006.