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9/11: voci contro la verità ufficiale

Maurizio Blondet

27/04/2007

Preghiere, fiori e croci su Ground Zero in ricordo delle oltre 5000 vittime

 

Victor Gold è un famoso giornalista.

Ha scritto i discorsi di Gerald Ford e redatto l’autobiografia autorizzata di George H. Bush, il padre («Looking Forward»).

Ha firmato un altro libro con Lynne Cheney, la moglie di Dick («Body Politics»).

Insomma un repubblicano tutto d’uno pezzo, e intimo dei corridoi del potere.

Oggi, a 78 anni, questo insospettabile personaggio ha pubblicato un altro saggio («Invasion of the party snatchers»), il cui sottotitolo dice tutto: «Come i neo-con e i devoti cristiani hanno distrutto il Grand Old Party», in cui scrive che i neoconservatori avevano progettato una provocazione per avere il pretesto alla guerra, come il presidente Johnson approfittò dell’incidente del Tonchino, largamente esagerato, nel 1965, per far accettare l’escalation in Vietnam.

Anzi, Gold dice di più e più chiaramente: l’amministrazione Bush «ha messo in scena una false flag operation».

Inoltre: «Gli attentati del World Trade Center e del Pentagono sono stati un colpo assestato dall’interno», per giustificare le guerre in Iran e Afghanistan, «progettate da lunga data». (1)

Gold non è stato il primo insider a parlare.

Prima di lui, il 12 giugno 2005, aveva messo in dubbio la verità ufficiale sull’11 settembre Morgan Reynolds, già consigliere economico di Bush padre, che per il vecchio presidente aveva seguito il dipartimento del Lavoro; oggi è professore emerito alla A&M University del Texas.

Nel 2005, Reynolds disse durante un dibattito: «E’ impossibile negare l’esistenza del dibattito scientifico sulle cause reali del crollo delle torri gemelle e dell’edificio 7. La tesi ufficiale si contraddice da sola. Solo una demolizione professionale, controllata, può render conto di tutti gli elementi d’indagine accertati».

E poi: «Se i tre grattacieli d’acciaio del World Trade Center sono davvero caduti per demolizione controllata, allora l’ipotesi di un complotto interno e d’un attentato governativo contro il popolo americano sarebbe incontestabile».

Reynolds aggiunse allora che la commissione senatoriale d’indagine sull’11 settembre aveva sistematicamente «scartato e intimidito» gli esperti edilizi di esplosivi. (2)

 

I media non accusano ricevuta di queste voci, anche se diventano ogni giorno più numerose e più autorevoli.

Il motivo lo ha detto un giornalista assai famoso - il celebre Dan Rather - parlando alla BBC il 5 maggio 2002, in relazione all’11 settembe:

«C’è stato un tempo in Sudafrica in cui la gente metteva attorno al collo dei dissenzienti uno pneumatico a cui dava fuoco», disse Rather: «E in certo senso qui hai paura di un simile ‘necklace’, che ti mettano una gomma infuocata di mancanza di patriottismo attorno al collo. E’ questa paura che trattiene i giornalisti dal porre la più dura delle dure domande… e io, mi vergogno di ammetterlo, non sono al disopra di questa critica. Ciò di cui parlo, lo si voglia ammettere o no, è una forma di  auto-censura».

Come ha detto Keith Olbermann, anchorman della MSNBC, a Robert Kennedy jr.:

«Come giornalista puoi scuotere la barca, ma non puoi mai dire che l’intero oceano è in tempesta. Non puoi dire che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel sistema».

Il colonnello Karen Kwiatkowski (dell’Air Force), uno dei funzionari del Pentagono, è stato ancora più preciso.

Ha dichiarato al pastore David Ray Griffin, che ha inserito la frase nel suo saggio «9/11 and the american empire, intellectuals speak out», a pagina 26:

«Vari giornalisti mi hanno confessato che non riferiranno mai le loro personali scoperte che contrastano la verità ufficiale sull’11 settembre, perché mettere in discussione la narrativa del governo significa mettere in questione il fondamento stesso della nostra moderna fede sul nostro governo, sul nostro Paese e sul nostro sistema. Essere accusati di mettere a rischio questo fondamento è ben più grave che essere etichettati come dei complottisti o traditori, o anche di essere penalizzati nella carriera. Mettere in discussione la versione ufficiale sull’11 settembre è radicalmente rivoluzionario».

E’ esattamente così.

Se la verità sull’11 settembre fosse accettata, a cadere non sarebbe solo la testa di Bush; non finirebbero sotto processo solo Cheney o Wolfowitz; sarebbe il crollo di tutto ciò che gli americani credono, la certezza della loro «democrazia», della loro «libertà»; crollerebbe il loro orgoglio nazionale, la coscienza cieca e superba della loro superiorità civile e morale.

Ogni americano, quando sente o legge dei lager o dei gulag, o delle soperchierie dei regimi e governi in giro per il mondo, usa dire: «Questo non può accadere negli Stati Uniti», «can’t happen here».

 

Ora, dovrebbero aprire gli occhi e constatare che «può accadere anche da noi».

Si dovrebbe aprire il processo di Norimberga della democrazia liberale e liberista.

Si dovrebbe gettarla nella spazzatura della storia insieme alle ideologie totalitarie più sanguinose e false della modernità.

In questo bidone dei rifiuti storici è finito il nazismo, perché ha perso; ma non il comunismo, non del tutto: Gad Lerner, per esempio, sostiene che non si deve fare una comparazione tra le vittime del nazismo e quelle, ben più numerose, del socialismo reale.

E’ difficile liberarsi dei mostri di cui l’Occidente si nutre.

E’ difficile contrastare la menzogna di Stato.

Anche in Italia non sappiamo ancora tutto della «strategia della tensione» - il nostro 11 settembre interno - anzi quasi nulla.

Troppi complici sono ancora al governo, sotto nuove sigle.

Per questo la verità vera sull’11 settembre non sarà mai totalmente riconosciuta, per questo sarà sempre marginale.

Un dubbio segreto, censurato già nelle coscienze.

E così, assistiamo impotenti alla metamorfosi della «democrazia globale» in un totalitarismo inaudito, sempre più oppressivo e bellicista, sempre più identico al sistema di menzogna del marxismo reale, ma di cui - per di più - non si può nemmeno dire il nome.

Perché folle di «carnefici volontari» sono lì a sostenere il sistema col loro silenzio, la loro auto-censura.

La resistenza contro le ideologie omicide, la resistenza per la libertà e la verità (sono un tutt’uno), non è finita, entra in una nuova fase.

 

Ancora una volta, vediamo che lo «Stato di diritto», la «democrazia» il «pluralismo», la «libertà di stampa», l’«indipendenza della magistratura», non sono garanzie  certe, non ci difendono: questi sono solo meccanismi, che possono essere usurpati ed occupati contro la vita e la verità.

La sola, ultima difesa è ancora, come disse Solgenitsin, la scelta di vivere senza menzogna: una decisione morale e personale.

Maurizio Blondet

Note

1) «9/11: Victor Gold met en doute la version gouvernementale», Réseau Voltaire, 24 aprile 2007.

2) «9/11: un ancien conseiller de George H. W. Bush dénonce un complot d’état», Réseau Voltaire, 16 giugno 2005.

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